«Anno di nascita? 2003. Giorno del primo arresto? Sabato scorso». Giovanna Cioni ha diciotto anni. È un’attivista del movimento Extinction rebellion da quando andava al liceo a Bologna, nei giorni della Cop26 di Glasgow si è fatta arrestare durante un blocco stradale a Bruxelles per denunciare l’inazione sul clima.

Dopo qualche ora in cella, è tornata nella casa dove fa la ragazza alla pari e ha scritto il testo della sua «dichiarazione aperta di ribellione», una cosa personale che però è una buona sintesi di come si sentono i gruppi più coinvolti nell’attivismo ambientalista: terrorizzati e infuriati.

«Perché una diciottenne con la fedina penale pulita e voti altissimi a scuola vuole farsi arrestare? Perché siamo vicini a una delle più grandi catastrofi che l’umanità si troverà costretta ad affrontare: una crisi ecologica e climatica».

Il tempo stringe

Il punto delle parole di Giovanna è questo: se davvero foste convinti che il tempo per fermare la catastrofe stesse scadendo, cosa fareste? Cosa mettereste in gioco?

Extinction rebellion è il movimento che prende più sul serio la questione del poco margine rimasto per agire, lo vivono come un fatto personale ed emotivo: nel logo c’è una clessidra stilizzata, le mail ufficiali vengono firmate «in love and rage», con amore e rabbia. Sono agitati e preoccupati, perché prendono in modo letterale l’imminenza della fine del mondo come lo conosciamo, che è un argomento ormai maneggiato con scioltezza anche dai capi di governo conservatori (Boris Johnson a Glasgow: «Siamo a un minuto dall’apocalisse»). Tra i movimenti per il clima nati negli ultimi anni sono i più arrabbiati.

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I militanti di Extinction rebellion hanno un approccio di pancia, le emozioni sono al centro della pratica, delle proteste, della comunicazione. Nascono nel Regno Unito come elaborazione di un pensiero semplice: finora niente ha funzionato. Campagne, manifestazioni, cortei, sit-in sono stati inutili e allora noi faremo qualcosa di diverso: bloccheremo l’economia, creeremo disagio e infrangeremo la legge.

Sono la fanteria dei movimenti per il clima, soldati semplici che non elaborano proposte, dossier, report, non incontrano i ministri, non partecipano ai vertici, ma fanno azioni dirette non violente, si fanno arrestare, bloccano i trasporti.

Sono il lato più radicale della protesta. Per questo motivo, mentre i Fridays for Future (nati a distanza di pochi mesi e coi quali hanno buoni rapporti) sono di solito coccolati e blanditi dalla politica e dai media, Extinction rebellion ha una stampa pessima, vengono raccontati soprattutto come portatori e cercatori di guai.

In Gran Bretagna sono un piccolo movimento di massa: in assenza di tesseramenti formali un numero preciso non esiste, ma può essere stimato in 50-60mila attivisti, che entrano ed escono a seconda dei momenti politici e della capacità di coinvolgerli. Nel mondo ci sono circa 500 gruppi affiliati, 130 sono nel Regno Unito, gli altri sono sparsi tra 70 paesi.

In Italia è un movimento piccolo ma in crescita. Durante la pre Cop hanno bloccato le strade di Milano, sedendosi in mezzo al traffico o arrampicandosi sui semafori: è stato il momento di massima visibilità in Italia. «Il primo giorno eravamo otto, il secondo quaranta, il terzo cinquanta», racconta Carlotta Muston, portavoce italiana del movimento.

Durante quei giorni hanno anche occupato silenziosamente gli atrii delle redazioni di diversi giornali e un attivista è stato denunciato per il suo presidio muto all’ingresso del Sole 24 Ore.

Tutto parte dalla stessa idea: bisogna fare in fretta e non stiamo facendo abbastanza, non solo la politica, ma anche la stampa, i cittadini, i movimenti.

«Il fallimento della Cop26 è stato possibile perché i governi nel palazzo avevano ancora la possibilità di fallire», spiega Nuala Gathercole Lam di Extinction rebellion Uk. «Quando la pressione delle strade diventerà insostenibile, i governi non potranno più non agire». Per questo motivo, le loro azioni sono eclatanti ed esteticamente elaborate: nella visione di Extinction rebellion il cambiamento passa dall’attenzione. E l’attenzione, nella società di oggi, è una guerra in cui bisogna sporcarsi le mani.

La loro storia

Extinction rebellion viene creata nel 2018 da quindici attivisti britannici di lungo corso, che si erano ritrovati in un paesino del Gloucestershire, in Inghilterra, per condividere le frustrazioni e trasformarle in qualcosa. Quel giorno il gruppo decise di mettere fine a una vita di iniziative di piccolo cabotaggio per puntare ai bersagli grossi: città, governi, mezzi di trasporto, giornali. Venivano dai background più diversi, c’era gente che si era opposta al fracking, una tecnologica per estrarre petrolio, chi si era battuto per i diritti dei migranti.

I personaggi più carismatici del gruppo di fondatori erano due. Gail Bradbrook, figlia di un minatore, ricercatrice in biofisica, attivista di tutto, dall’accesso internet per disabili agli inceneritori.

Roger Hallam, coltivatore diretto biologico e ricercatore in scienze sociali sulla storia dei movimenti al King’s College di Londra. Sua la sintesi della strategia: «L’elemento essenziale per noi è l’interruzione dei servizi. Senza interruzione dei servizi, non c’è attenzione. Per arrivarci abbiamo bisogno di far arrestare migliaia di persone». Il debutto fu spettacolare.

Nell’autunno 2018 Extinction rebellion blocca cinque ponti sul Tamigi, nell’aprile del 2019 ferma mezza Londra per giorni. Tutto incentrato sui cardini del movimento: disobbedienza civile e azione diretta non violenta. Infrangere la legge ma non fare mai del male a se stessi o a gli altri.

Un confine sottilissimo da rispettare, soprattutto per un’organizzazione decentralizzata, senza leader, senza volti pubblici, senza una catena di comando trasparente. Chiunque aderisca a principi e obiettivi può definirsi Extinction rebellion, senza dover chiedere il permesso. E se non rispettano i principi? Nuala: «Bella domanda. Gli chiederemmo di smettere. Finora non è mai successo».

Il dato chiave che tutti gli attivisti citano è il 3,5 per cento. Viene dalla stima di una ricercatrice di Harvard, Erica Chenoweth, una delle massime esperte dei movimenti di disobbedienza civile. Secondo Chenoweth, basta il coinvolgimento attivo del 3,5 per cento della popolazione in azioni di disobbedienza non violenta per rovesciare un governo autoritario.

Extinction rebellion ha eliminato ogni sottigliezza rispetto al contesto (tagliare le emissioni non è la stessa cosa di far cadere un regime) e ogni considerazione sulla difficoltà della ricerca sociale quantitativa nel produrre numeri così esatti e ha fatto della quota 3,5 per cento una soglia mistica. Se il 3,5 per cento dei cittadini sarà disposto a mettere in gioco il proprio corpo e la propria libertà per il clima, il governo non potrà che agire. I riferimenti sono Martin Luther King, Gandhi, le suffragette, le primavere arabe.

Passi indietro

Di questa teoria è rimasta una grande esplosione di attenzione seguita da una serie di errori tattici che hanno frenato la crescita negli anni successivi al debutto. Nell’autunno 2019 ci fu il disastro mediatico: il blocco della metropolitana di Londra nelle stazioni di Stratford, Canning Town e Shadwell durante l’ora di punta. La gente che tornava dal lavoro e doveva essere convinta a unirsi alla ribellione ha invece aggredito gli attivisti.

Sono arrivate le accuse di essere un movimento troppo bianco, borghese, privilegiato, incapace di vedere il danno provocato a lavoratori vulnerabili di quartieri periferici. Poi è arrivata la pandemia a sgonfiare quell’onda positiva iniziale. Da allora Extinction rebellion ha vissuto sotto traccia, come una band promettente che ha sbagliato il secondo album.

Il terzo è stato la Cop6 di Glasgow, quando si sono mescolati nell’enorme corteo da oltre 100mila persone e hanno presidiato il vertice ogni giorno. Il quarto sarà nel 2022: per aprile è programmata una nuova campagna di disobbedienza civile: «Vogliamo prenderci Londra, è il nostro punto di pressione: non ci ascolteranno finché non fermeremo la capitale, sarà la nostra merce di scambio finché non otterremo quello che vogliamo: un piano vero per azzerare le emissioni», spiega Nuala.

Anche il movimento italiano ha obiettivi ambiziosi: «Nel 2022 vogliamo alzare il tiro, consideriamo quello che abbiamo fatto finora delle sperimentazioni, faremo disobbedienza civile sistematica, per provare a creare del disagio e portare attenzione a un problema enorme», spiega Carlotta Muston. «L’obiettivo è arrivare a portare 100mila persone in piazza a Roma e bloccarla».

Al di là dei numeri (che sono fuori scala) e del bloccare la capitale (che comunque si ferma con molte meno persone), la difficoltà per l’Extinction rebellion italiano è che nel nostro paese non c’è una cultura radicata della disobbedienza civile.

«Da noi c’è anzi timore per la polizia, abbiamo ancora in circolo le scorie del G8 di Genova e abbiamo introiettato un rispetto un po’ cieco dell’autorità», spiega Muston. «Ma è interessante quello che è successo alla pre Cop, le persone hanno iniziato a prendersi le strade, a vedere la possibilità di uscire dal senso di impotenza».

LaPresse

In Italia stanno investendo nel dialogo con le realtà più radicate, come Greenpeace o il movimento No Tav, e quelle più diffuse, come Fridays for Future. «Noi ci vediamo come un braccio operativo, un’avanguardia che si butta avanti forte della massa che c’è dietro».

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