In pieno centro a Trento, a pochi passi dal fiume Adige, dal Museo delle scienze e dalla piazza del Duomo, su un edificio di colore verde da un anno campeggia la scritta “Affittasi”. Lì sotto si sono dati appuntamento una decina di giornalisti. Per una buona parte della loro vita quella è stata la loro seconda casa: l’edificio verde, ora chiuso, era la redazione del quotidiano Trentino.

Il giornale era stato fondato nel 1945 dal Comitato di liberazione nazionale, come simbolo di rinascita democratica dopo il fascismo e la Seconda guerra mondiale. Ora è diventato invece un altro simbolo: della crisi del giornalismo e in più larga misura della democrazia. Nell’estremo nord d’Italia, in una provincia ricca e autonoma, il Covid-19 è diventato l’occasione per chiudere un giornale storico, praticamente nel silenzio delle istituzioni locali e nazionali.

I redattori hanno scoperto di aver perso il loro lavoro con una email inviata dall’editore, intorno a mezzogiorno del 14 gennaio 2021: «È successo tutto nel giro di qualche ora», spiega Paolo Silvestri, membro del comitato di redazione del giornale defunto. «In quei giorni io stavo molto male per il Covid. I miei colleghi stavano lavorando al numero del giorno dopo. Con un’email l’editore ci ha informati che sarebbe stato l’ultimo».

I contributi alla Dolomiten

Un anno dopo 11 giornalisti sono ancora in cassa integrazione a zero ore, altri hanno trovato un nuovo lavoro, mentre decine di collaboratori sono rimasti senza alcuna tutela. Qualche giorno fa si sono dati appuntamento sotto la vecchia redazione per protestare contro quello stesso editore e rivendicare il fatto che sono loro ad avere pagato ogni conseguenza della crisi.

A rendere più paradossale questa storia c’è il fatto che l’editore in questione, il gruppo Athesia di Bolzano, è un colosso, proprietario dell’80 per cento dei media della regione. Con le sue controllate possiede l’Adige, che è l’altro giornale di Trento, una radio locale, due concessionarie di pubblicità, i due principali quotidiani di Bolzano (l’Alto Adige in lingua italiana e la Dolomiten in lingua tedesca).

Proprio la Dolomiten è prima nella classifica nazionale dei giornali che ricevono contributi dal dipartimento per l’informazione e l’editoria. Per il 2020 lo stato ha riconosciuto ad Athesia 6 milioni e 176mila euro, dato che la Dolomiten è un quotidiano espressione delle minoranze linguistiche. In altre parole: lo stato fornisce ossigeno a un editore per uno dei suoi giornali, mentre lo stesso editore chiude un altro quotidiano. Nel frattempo il tribunale del lavoro di Trento ha riconosciuto che la chiusura del Trentino è stata fatta adottando un comportamento antisindacale.

Monopolio informativo

Tutto quello che è successo non può essere compreso senza considerare la particolare situazione che si è creata nei media del Trentino-Alto Adige. Athesia ha costruito nel giro di pochi anni il suo monopolio informativo.

Approfittando della crisi del giornalismo e di particolari contingenze, il proprietario della Dolomiten è diventato prima l’editore di Alto Adige e Trentino (nel 2016) e poi di Adige e Radio Dolomiti (2018). «Uno stesso editore raggruppa le quattro testate più diffuse della regione arrivando così a detenere la leadership assoluta nei quotidiani e più in generale una posizione di primazia nell’informazione locale», scrive l’Agcom.

E non c’è nulla di illegale: la legge Gasparri nel 2004 ha abrogato il divieto di concentrazione regionale per i media. In teoria, uno stesso proprietario potrebbe oggi detenere il 100 per cento dei media locali.

Gli emendamenti di Bressa

Sul finire dell’anno il senatore bolzanino Gianclaudio Bressa (Pd) ha proposto di reintrodurre il limite abrogato da Gasparri, attraverso due emendamenti alla legge di Bilancio. Chiedendo inoltre di non assegnare contributi statali ai gruppi editoriali che detengono una posizione dominante perché possiedono più del 50 per cento dei media regionali.

Gli emendamenti sono stati considerati non ammissibili, perché non pertinenti, dalla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. «Il giudizio della presidente è inappellabile, ma io credo sia stato strumentale», dice Bressa. «Il mio emendamento si riferiva a un particolare articolo che stanziava contributi per l’acquisto della carta. In quel contesto mi sembrava pertinente proporre nuovi criteri di esclusione dai contributi per l’editoria. A ogni modo cercherò di dettagliare meglio gli emendamenti e di presentarli nuovamente».

Secondo Bressa, il fatto che in un contesto locale esista praticamente una sola voce ha conseguenze «facilmente intuibili. C’è chi può decidere a suo piacimento chi promuovere, chi rallentare e chi escludere».

La scalata 

Quando i giornali non sono più sostenibili solo grazie ai lettori o alla pubblicità, esistono due rischi concreti: che possano chiudere o che possano diventare strumenti di influenza. Nel Trentino-Alto Adige sembra che le due strade siano state percorse in contemporanea.

Al vertice di Athesia c’è Michl Ebner, ex parlamentare della Svp, la Sudtiroler Volkspartei, eletto per quattro volte in parlamento a Roma e altre tre volte a Bruxelles. A Bolzano spiegano che non ha grandi simpatie per il presidente della provincia, Arno Kompatscher, anche lui espressione della Svp. «Quel che è certo è che il presidente della provincia non ha grande visibilità sulla Dolomiten, nonostante il suo ruolo», dice Bressa.

Un giornalista di Bolzano, Fabio Gobbato, lo ha scritto in maniera ancora più esplicita su Salto, un giornale digitale che è fra i pochi a opporsi al monopolio: «Tutte le persone che lavorano nel mondo dell’informazione sanno che l’obiettivo principale di Athesia è evitare il terzo mandato di Arno Kompatscher alla guida della provincia», spiega. «L’obiettivo non è però distruggerlo, perché altrimenti anche il partito di cui fa parte Michl Ebner ne rimarrebbe danneggiato, ma semplicemente non farlo rieleggere. Quindi, praticamente, si fa in modo che il presidente non esista. Si inducono le persone a pensare che le cose che vanno male, vanno male per colpa sua, e quelle che vanno bene, vanno bene per merito di altri colleghi di giunta graditi ad Athesia».

Ebner è presidente della camera di commercio e dell’Istituto per la promozione dello sviluppo economico, delle Funivie ghiacciai val Senales e dell’hotel Terme di Merano. Si occupa di energie rinnovabili (con Athesia energy) ed è nel consiglio di amministrazione dell’Ansa.

In passato è stato amministratore di altre società, fra cui Brennercom, un’impresa di innovazione e telecomunicazioni. La Dolomiten è il quotidiano di famiglia, a dirigerlo dal 1995 c’è il fratello Toni Ebner. La scalata agli altri media regionali è iniziata nel 2016, quando l’allora gruppo Espresso ha dovuto cedere i due quotidiani locali (Trentino e Alto Adige) per poter completare l’integrazione della Stampa e del Secolo XIX. Dopo due anni Ebner ha guidato l’acquisizione dell’Adige, il più venduto giornale trentino. In un’ottica di pura razionalizzazione economica, a quel punto il destino dell’altro quotidiano provinciale, quello che vendeva meno, sembrava già segnato.

La chiusura

Invece in più di un incontro l’editore ha rassicurato sindacati e lavoratori che non ci sarebbe stata una fusione fra i giornali e che i livelli occupazionali sarebbero stati garantiti. Ora Athesia fa sapere che quella missione si è rivelata impossibile: «Il giornale è rimasto in grande perdita», spiegano. «Dal novembre 2016 al 16 gennaio 2021 sono stati persi oltre cinque milioni di euro, questo ha azzerato tutto il patrimonio netto della società e richiesto il ripianamento e la ricostituzione del capitale sociale da parte degli azionisti. Il Trentino, come ramo d’azienda, ha perso 1,643 milioni nel 2019, 1,6 milioni nel 2020 e avrebbe perso 1,65 milioni nel 2021. Il giornale perdeva 4.500 euro al giorno».

I giornalisti del Trentino sottolineano invece che negli ultimi anni della gestione del gruppo Espresso le cose erano molto diverse. L’ultimo anno, prima della cessione, era stato chiuso con un attivo superiore ai 300mila euro. «Credo che ci siano state scelte sbagliate di gestione aziendale che sono ricadute sulle spalle dei lavoratori», dice Silvestri.

Non è una novità che il giornalismo stia vivendo gli effetti della crisi economica, del crollo della pubblicità, delle vendite in edicola e di una difficile transizione verso il digitale. Nel contesto locale questa realtà assume però caratteristiche peculiari. In Trentino per più di settant’anni l’esistenza di due giornali aveva garantito punti di vista diversi, talvolta in contrasto fra loro, anche nelle valli e nei piccoli paesi. Lo stesso in Alto Adige, dove si contrapponevano, talvolta in maniera feroce, un giornale in lingua tedesca e un altro in lingua italiana. Ora è rimasta praticamente una voce sola. E nessuno può più opporsi con la stessa visibilità mediatica.

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