Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata all’omicidio di Giuseppe Insalaco, sindaco di Palermo ucciso il 12 gennaio del 1988 dopo aver denunciato a più riprese le collusioni tra politica e mafia.

A differenza di Siino, Insalaco cresce in città, non in paese. Gli anni sono quelli dei quali Giuliana Saladino ha scritto nel suo bellissimo Romanzo civile: «Palermo degli anni ’50 era un mostro con dentro, in gestazione, il mostro peggiore che sarebbe in seguito diventata».

È la città dove i mafiosi come Tommaso Buscetta giocano ai tavoli della roulette al Circolo della Stampa con professionisti, giornalisti, politici rampanti, e salgono gli scaloni del Teatro Massimo, presidiati dai magnifici e inoffensivi leoni di bronzo, per pavoneggiarsi alle prime dell’opera con i biglietti regalati dal sindaco Salvo Lima.

È la città dove un mafioso come Michele Greco è socio rispettato del Tiro a volo, un circolo d’élite che si affaccia sul mare dell’Addaura. È la città dove al Gonzaga, il liceo dei gesuiti, il più prestigioso della città, studia Stefano Bontate, figlio di don Paolino, capomafia di Santa Maria di Gesù, una borgata a est della città. Non c’è simbolo migliore, per mettere a fuoco la Palermo di quegli anni, di quel liceo dove si forgia la classe dirigente della città, che ha tra gli iscritti il giovane Bontate e il principe Alessandro Vanni Calvello di San Vincenzo, famiglia di antica aristocrazia, la stessa che aprirà a Luchino Visconti i saloni del settecentesco Palazzo Gangi per girare il valzer del Gattopardo e accoglierà la regina Elisabetta, in visita a Palermo.

Non c’è da stupirsi se i due compagni di scuola si ritroveranno insieme in Cosa Nostra: Bontate per diritto ereditario, Vanni di San Vincenzo per libera scelta.

Il ricordo del mafioso Pennino

Un ricordo di Insalaco ragazzo affiora nelle testimonianze di Gioacchino Pennino, medico e mafioso, che avrà una lunga e fortunata carriera nella Dc palermitana fino alla rovina degli anni Novanta. Erede di un nonno e di uno zio capimafia nel quartiere palermitano di Brancaccio, Pennino ha conosciuto il giovanissimo Pippo e i suoi fratelli frequentando i gesuiti di Casa Professa. Ma si ricorda di Insalaco ragazzo anche un intellettuale impegnato a sinistra, Umberto Santino, fondatore del Centro Peppino Impastato, autore della prima storia dell’Antimafia e di saggi importanti su Cosa Nostra: «Giocavamo a ping pong nell’oratorio di Santa Chiara. Eravamo entrambi nell’Azione Cattolica come aspiranti – così venivano definiti i ragazzi. Correvano gli anni Cinquanta: lui, ricordo, era già democristiano; aveva ancora i calzoni corti e bazzicava nell’entourage di Restivo».

Franco Restivo, professore universitario di Diritto, tra i fondatori della Democrazia Cristiana in Sicilia e dell’Autonomia siciliana, è negli anni Cinquanta un politico potente. È stato eletto deputato all’Assemblea costituente nel 1946, ma ha preferito tornare a far politica a Palermo, dove è stato assessore e presidente della Regione. Insalaco entra nella sua segreteria dalla porta di servizio, come ultima ruota del carro. È la madre, che per quel figlio dimostra una predilezione, a metterlo sulla strada di Restivo. Devotissima donna, Ernesta Crociata milita nei comitati civici della Dc, frequenta parrocchie e scuole salesiane.

Nell’ambito del cattolicesimo palermitano incontra Concettina Restivo, moglie di Franco. E le raccomanda il figlio. Il ragazzo è sveglio, servizievole, sa come farsi benvolere, non si tira mai indietro. Basta uno sguardo per capire che brucia di ambizione. È magro, né alto né basso, ha riccioli bruni e occhi furbi, scuri e tondi come olive.

Non ha voglia di perdere tempo sui libri. Quando comincia a frequentare la segreteria politica dell’onorevole professore Restivo, l’unico suo titolo di studio è la licenza media. Penserà a diplomarsi molto tempo dopo, a trent’anni compiuti: nel 1972 otterrà la maturità magistrale all’istituto Serena Juventus di Africo, in Calabria, il diplomificio fondato da don Giovanni Stilo, il prete-padrone ritratto da Corrado Stajano in Africo.

Il presidente Restivo

Una cronaca italiana di governanti e governati, di mafia, di potere e di lotta. Dopo l’assassinio di Insalaco, Emanuele Macaluso, storico dirigente della sinistra, disegnerà su l’Unità questo rapido ritratto di Restivo: «Un uomo della borghesia scettico e colto, che ostentava disprezzo sociale e intellettuale per i Lima e i Ciancimino. Sapeva tutto di tutti e in nome degli interessi superiori della Dc, e soprattutto della sua classe, mediava interessi diversi convivendo però con i Lima, i Gioia, i Ciancimino e altri.

Era un uomo di governo e al tempo stesso un uomo del potere democristiano». Quando Insalaco comincia a frequentarla, la segreteria di Restivo nella centralissima via Dante è un porto di mare. La distruzione dei partiti e l’irrompere sulla scena della schiera dei “nominati”, deputati e senatori scelti dai leader nazionali, senza alcun legame con un territorio, hanno cancellato perfino il ricordo delle vecchie segreterie degli onorevoli dove, soprattutto al Sud, gli uomini accorrevano a chiedere favori, mentre le donne andavano in chiesa, a domandare – col medesimo fervore – la grazia ai santi.

È in questo mondo antico, sbrigando faccende di piccola clientela, che il giovane Insalaco impara il mestiere della politica. Credevo che a San Giuseppe Jato avrei trovato molte persone disposte a parlarmi di lui: amici di partito, avversari, semplici conoscenti.

Per rintracciarle, chiesi aiuto a un giovane storico, Pierluigi Basile, che in politica poteva vantare una doppia competenza: per averla studiata con passione, laureandosi con una tesi diventata poi un saggio su Piersanti Mattarella, e per aver accettato di fare l’assessore nella giunta di sinistra appena eletta. L’incarico si rivelò subito complicato.

Dei molti personaggi sondati da Basile, nessuno voleva parlarmi. Qualcuno accampava motivi di salute, qualcuno obiettava che era passato molto tempo. I più sostenevano che Insalaco aveva vissuto a Palermo tutta la sua esperienza politica: col suo paese natale non aveva mantenuto quasi nessun rapporto. Era un bel paradosso: nella Palermo politica, tra persone che, per dirla col principe di Lampedusa, si considerano il sale della terra, la nascita in paese aveva impresso su Insalaco il marchio indelebile di provinciale; e a San Giuseppe Jato, eccolo bollato come «uno di città». Un uomo doppio.

Ovunque straniero Alla fine Basile rintracciò un vecchio democristiano disposto a incontrarmi e in un piovoso pomeriggio di novembre si offrì di farmi da guida da Palermo a San Giuseppe. Doveva essere un viaggio breve, sul percorso di quella che viene chiamata «la scorrimento veloce»: la statale da Palermo a Sciacca. Ma appena usciti dalla città, ecco apparire uno sbarramento, l’avviso di una deviazione verso la vecchia via serpeggiante che risale le colline a sud di Palermo.

La strada a scorrimento veloce era chiusa: all’uscita da una galleria, nell’infuriare di un temporale, due macchine si erano scontrate. Cinque i morti: un bambino di due anni, sua madre, sua nonna e una coppia di anziani coniugi. Il giorno dopo avrei letto sui giornali che, nell’urto, il corpo del piccolo era stato talmente straziato che i vigili del fuoco non riuscivano a capire se fosse un maschio o una bambina. La Palermo-Sciacca è pericolosa, una delle molte strade che, a ogni nuovo incidente, i giornali bollano come le «strade della morte».

L’ambizione di Insalaco

Negli anni in cui fu costruita, nel paese dei Brusca il numero delle imprese edili esplose in un boom inaspettato. «Nel 1987, all’Albo nazionale dei costruttori del ministero dei Lavori pubblici risultavano iscritte 84 imprese di San Giuseppe Jato. Ce n’era una ogni 100 abitanti, vecchi e bambini compresi».

Nessuno disse nulla. Sapere, tacere: la mafia è una cultura del silenzio. Di Insalaco, a Palermo, ancora oggi si dice che parlava troppo. Che l’hanno ucciso per questo. L’uomo che Basile mi presentò quel pomeriggio, Francesco Messeri, aveva del giovane Peppuccio (Peppuccio o Pippo: Giuseppe mai, per nessuno) il ricordo di «un picciotto svelto», «un picciotto d’oro»: «Non c’era persona che non aiutava».

Con molto entusiasmo, nella moderna sede di un patronato costruita come una torre con una sola stanza per piano, Messeri mi consegnò il ritratto di un democristiano della Prima Repubblica, un uomo di potere abilissimo nel distribuire favori e posti di lavoro. Un ritratto convenzionale.

Se non per un dettaglio, che il vecchio democristiano aggiunse alla fine, cesellandolo in forma di sentenza: «L’ambizione del sindaco fu pericolosa». E nel pronunciare quella frase, ripetendo l’aggettivo e quasi sillabandolo, pe-ri-co-lo-sa, alzava l’indice ammonitore della mano destra e stringeva le labbra a fessura, rifiutando di dire di più. Con maggiore malizia un ingegnere appassionato di storia, studioso attento delle cose di Cosa Nostra, Gioacchino Nania, rappresentò Insalaco in un pamphlet che riconduce al paesello dello Jato più o meno tutte le misteriose vicende del Novecento, non solo siciliane.

Nania descrisse Insalaco come un imbattibile raccoglitore di voti al servizio del «Presidente», Franco Restivo: «A San Giuseppe Jato e San Cipirello non v’era elezione in cui il primo degli eletti non fosse il candidato di Insalaco. E se il secondo racimolava più della metà delle preferenze rispetto a quelle del Presidente, allora la parola più pronunciata, tra gli intristiti sostenitori restiviani, risultava debacle: il cui significato, ai più, era sconosciuto».

Devo a Pierluigi Basile la visita a un isolato casolare di campagna che è un monumento a ricordo della ferocia di Cosa Nostra. Immerso nel verde di una campagna rigogliosa, quel casolare è stato l’ultima prigione del ragazzo Giuseppe Di Matteo e il luogo della sua morte.

Oggi, sull’accidentata trazzera che conduce alla solitaria contrada Giambasio, arrivano le scolaresche in visita: scendono nella cella sotterranea che fu il carcere di Giuseppe (una nuda stanza, con un lettuccio in ferro e un bagno), osservano il complesso meccanismo che consentiva di chiudere e aprire la botola che dava accesso alla cella.

All’ingresso del casolare, su un grande foglio bianco, appoggiato su un cavalletto come un dipinto, c’è il lungo elenco dei bambini e degli adolescenti uccisi dalla mafia. A Portella della Ginestra, la mattina del primo maggio 1947, su undici vittime, quattro ne morirono che avevano tra gli otto e i quindici anni. Ed era solo l’alba della Repubblica.

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