In questi giorni un documentario sul sessismo e le molestie nel mondo del giornalismo sportivo francese ha fatto esplodere il bubbone. L'opera è firmata da Marie Portolano, giornalista parigina classe 1985 e volto noto della tv sportiva francese, e da Guillaume Priou. Il titolo è diretto, Je ne suis pas une salope, je suis une journaliste (Non sono una troia, sono una giornalista). Un'ora e 16 minuti di opinioni raccolte da Portolano fra le colleghe che condividono la traiettoria professionale e l'esposizione a discriminazioni e meschinità di vario grado. Con aneddoti sconfortanti, uno dei quali coinvolge la stessa autrice e chiama in causa un giornalista televisivo di primissimo piano in Francia: Pierre Ménès di Canal+.

Intorno a questo aneddoto matura l'incidente che origina la polemica e a provocarlo è il meccanismo stesso di produzione del documentario. C'è infatti che proprio Canal+ è l'ente produttore. Cioè il datore di lavoro di Ménès, ma anche di Portolano fino a pochi giorni fa, quando la giornalista ha salutato la compagnia per accettare l'offerta di M6. Per l'immagine dell'azienda sarebbe un pessimo colpo rendere noto l’episodio, per di più avvenuto nei suoi studi televisivi. Dunque la produzione decide di emendare il documentario del frammento incriminato, che poi sarebbe anche uno fra i più significativi. Ma la mossa si rivela un boomerang.

Immediatamente dopo la messa in onda, avvenuta nella serata di domenica 22 marzo, un sito indipendente d'informazione svela il retroscena. Un catastrofico zelo, che oltre a proiettare una pessima luce sulla più antica delle emittenti francesi a pagamento, e a fare velocemente precipitare in disgrazia Pierre Ménès, apre un nuovo fronte dei #metoo francesi. Perché in Francia il movimento va declinato al plurale e assume una forma particolare, segmentata a seconda delle diverse categorie della vittimizzazione.

Un'onda inarrestabile

A svelare il retroscena è un articolo pubblicato da Les Jours, sito d'informazione che subito dopo la messa in onda del documentario denuncia il caso. Il titolo va dritto al punto: Per proteggere Pierre Ménès, Canal+ censura il documentario sulle donne. E nel testo vengono raccontati i dettagli della sequenza espunta. Si fa riferimento a un episodio accaduto nel 2016, a margine di una puntata del programma condotto da Ménès, Canal Football Club, del cui team fa parte anche Marie Portolano. Durante un fuori onda Ménès avrebbe sollevato la gonna di Portolano. Circola anche una versione, riportata fra gli altri dal settimanale Le Point, secondo cui lui avrebbe anche compiuto il gesto di «agripper le fesses» (abbrancare le natiche).

Un comportamento pessimo, di malintesa goliardia, ma nell'immediato metabolizzato attraverso quel meccanismo di normalizzazione dell’abuso sessuale che agisce come regolatore in qualsiasi campo delle relazioni di genere. L'episodio viene rievocato durante la chiacchierata che Portolano e Ménès intrattengono davanti alle telecamere, per la realizzazione del documentario. Lui non ricorda. E proprio il non ricordo è il segno più potente del meccanismo di normalizzazione dell'abuso. Oltre a rimanere sconcertato Ménès si scusa mentre la conversazione prende una piega imbarazzata. Il tono fra i due non si alza mai però è evidente che il clima della discussione viri verso il gelo. La sequenza, costituita dal montaggio tra frammenti dell'intervista e immagini di repertorio, dura circa quattro minuti. Ma viene tagliata prima che il documentario venga mandato in onda. Una scelta che provoca più di danni di quanti intendesse evitarne.

Impossibile sapere se, mantenendo la sequenza incriminata, le conseguenze per Canal+ e lo stesso Pierre Ménès potessero essere meno pesanti. In questo caso, nascondere una sequenza è l'ammissione implicita che qualcosa da nascondere vi fosse. E per quanto è stato possibile appurare, lo zelo di protezione che i vertici di Canal+ mostrano verso Ménès non è avallato dal diretto interessato. Che adesso si trova a pagare anche questo eccesso di premura. Inoltre, trascorre poco tempo prima che la sequenza tagliata venga recuperata e messa in onda.

E ne trascorre anche meno perché altri episodi in cui Ménès ha tenuto un comportamento discutibile vengano riesumati. In particolare, suscita ulteriore polemica quello che risale al 2011 e coinvolge Isabelle Moreau. Accade durante la centesima puntata di Canal Football Club. Atmosfera di festa, Ménès dona un mazzo di fiori a Moreau (unica donna presente al tavolo degli opinionisti) e poi le stampa un lungo bacio sulle labbra senza che lei possa parare il colpo. Tutti i presenti ridono, compresi l'allora commissario tecnico della nazionale francese Laurent Blanc e Guy Roux, allenatore-santone dell'Auxerre per oltre quarant'anni. Lei invece abbozza e non potrebbe fare diversamente.

Ma a dieci anni di distanza, interpellata da Marie Portolano per rievocare l'episodio, Isabelle Moreau esprime disappunto e imbarazzo. Posto a confronto con le dichiarazioni di Moreau, Ménès ha una reazione piccata, come si vede da un ulteriore estratto dal frammento censurato, reso pubblico anch'esso da Les Jours. Un atteggiamento che contribuisce a incrinarne l'immagine pubblica.

Nemmeno la voce

Per il giornalista di Canal+ gli effetti negativi sono subitanei. Si scatena la corsa a prendere le distanze da lui. E fra i tanti soggetti che lo mettono da parte spicca Electronic Arts, il colosso globale dei videogame che col marchio EA Sports edita il videogioco Fifa. Con un comunicato del 25 marzo EA France rende noto che la voce di Pierre Ménès non sarà parte di FIFA22 né delle successive edizioni. E nella sequenza testuale del tweet che diffonde il comunicato viene indicata, a beneficio degli utenti delle precedenti edizioni cui dia fastidio ascoltare la voce del giornalista di Canal+, l'opzione di selezionare un'altra lingua per escluderla. Una precipitosa caduta in disgrazia che Ménès prova a parare come può. E rispetto a questo stato delle cose spicca il senso delle parole pronunciate dai due soggetti che hanno avviato questa storia e adesso devono governarne gli imprevedibili sviluppi: lo stesso Ménès e Marie Portolano.

Lei esterna nella giornata di venerdì 26 marzo. E forse perché dispiaciuta per aver visto il collega travolto a quel modo, ma soprattutto indispettita dalla piega che la vicenda ha preso, richiama alla necessità di guardare non alle colpe di un singolo uomo ma ai difetti del sistema nel suo complesso. Dal canto suo, Ménès scopre quanto tragicamente vere siano le parole espresse durante l'intervista eliminata dal documentario e nelle successive uscite pubbliche condotte nel tentativo di rimediare al danno: adesso certi comportamenti suscitano indignazione, ma cinque anni fa “ça serait passé crème”, formula molto slang che equivale a “non ci avremmo fatto caso”. E proprio qui sta il punto. Durante questi cinque anni è esploso il #metoo. Che funziona da subito come un tribunale popolare della colpa sessuale imprescrittibile e retroattiva. Soprattutto, è un fenomeno che in Francia assume una versione tutta sua.

La via francese al #metoo – Dopo la trasmissione del documentario e le polemiche, la comunità delle giornaliste sportive francesi si schiera immediatamente. Un appello sottoscritto da 150 giornaliste e studentesse di giornalismo, pubblicato da Le Monde, usa lo slogan è “occupons le terrain!”, occupiamo il campo. Si tratta di un passaggio che nello sport francese completa un primo stadio del #metoo sportivo, auspicato appena un anno fa quando il libro autobiografico (“Un si long silence”, Edizioni Plon) pubblicato dall'ex campionessa di pattinaggio Sarah Abitbol denunciava l'orrore degli abusi sessuali contro le atlete e soprattutto il sistema di omertà che lo ha coperto per decenni. A un anno di distanza la federazione francese di pattinaggio è presieduta da una donna, Nathalie Péchalat, cui il magazine settimanale del quotidiano sportivo L'Equipe ha dedicato la copertina dell'ultimo numero.

Ma quello sportivo, a sua volta diviso fra il versante delle atlete e quello delle professioniste della comunicazione, è uno dei tanti segmenti attraverso cui si esprime il #metoo alla francese. Che negli ultimi mesi ha visto registrare versioni distinte. Si è partiti dalla denuncia dell'incesto come abuso che nella società francese sarebbe più sistematico di quanto si voglia vedere. E a dare il via è stato il libro “La familia grande” (Seuil) di Camille Kouchner, figlia di Bernard Kouchner (fondatore di Medici Senza Frontiere) e della politologa Evelyne Pisier. Nel libro vengono denunciati i presunti abusi sessuali cui il fratello di Camille, da minore, sarebbe stato sottoposto da Olivier Duhamel, ex politologo di SciencePo e secondo marito di Evelyne Pisier. Da lì parte un'altra onda, quella delle denunce degli abusi intra-familiari. E immediatamente a seguire prende il via #metoogay, la campagna che mette in luce la quotidianità della violenza omofoba e dell’abuso omosessuale. I fronti francesi di #metoo si moltiplicano e si esprimono ovunque vi sia una storia di abuso sessuale a reclamare giustizia.

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