Se si parla di Rsa il punto in discussione non è semplicemente Rsa sì, Rsa no o Rsa da migliorare. Si tratta infatti di un complesso insieme di strutture molto diverse, all’interno del quale troviamo delle eccellenze e in generale un personale professionalmente impegnato a dare il meglio di sé. Il nodo semmai è quale visione abbiamo dei servizi territoriali per i prossimi anni e su quali elementi puntare.

Migliorare le Rsa è sempre possibile, ma siamo sicuri che siano decisive nel modello verso il quale orientarsi? Un primo elemento da prendere in considerazione sono gli anziani stessi. La medicina in Europa (e l’assistenza) sempre più si orientano su un approccio estremamente personalizzato alle cure, basato sulle preferenze del paziente che vengono confrontate con le proposte del curante allo scopo di trovare una sintesi virtuosa e per questo spesso maggiormente efficace.

È tutto il processo di decisione sulle cure che va verso un approccio sempre più condiviso che tenga conto di elementi scientifico-terapeutico-assistenziali e di elementi espressione della qualità della vita che ognuno desidera per sé.

Non è un mistero per nessuno che abbandonare la propria casa per andare a vivere in uno spazio ristretto, con poche dotazioni personali, insieme a gente sconosciuta fino a un momento prima, dovendo assoggettarsi a norme di comportamento collettivo che inevitabilmente sacrificano le preferenze personali sia una scelta invisa alla stragrande maggioranza degli anziani, che vi si sottopongono solo quando non c’è altra soluzione.

Ed è altrettanto indubbio che la risposta non istituzionalizzante alla domanda di cure (assistenza domiciliare, centri diurni, condomini solidali, case famiglia, telemedicina per fare solo qualche esempio che necessariamente “confonde” sociale e sanitario) è stata fino a oggi sotto finanziata in Italia e poco sviluppata, rendendo l’alternativa al ricovero in Rsa irrealistica in presenza di un declino fisico rilevante.

Il modello domiciliare

Non è un caso se il fenomeno delle assistenti a pagamento riguarda oggi un numero di anziani tre o quattro volte superiore a quello degli anziani ospitati nelle Rsa: la preferenza dei diretti interessati per rimanere in casa sembra piuttosto evidente.

Aggiungiamo che il costo del modello residenziale è significativamente più elevato di quello domiciliare-territoriale: oggi investiamo in strutture residenziali circa tre volte quello che investiamo in servizi domiciliari. Fino a che il livello di investimenti non verrà almeno riequilibrato sarà difficile affermare che dobbiamo investire nel miglioramento delle Rsa.

Infine, se è vero che abbiamo una percentuale bassa di posti letto in Rsa rispetto alla popolazione anziana in confronto al resto dell’Europa, è anche vero che la stessa situazione si osserva per l’assistenza domiciliare: il 3,5 per cento riportato da Eurostat ci colloca ben al di sotto dei maggiori paesi europei.

La risposta all’emergenza

Un secondo elemento di riflessione attiene all’efficacia delle Rsa in situazioni emergenziali quali una pandemia come quella che stiamo affrontando o, ad esempio, le ondate di calore che dal 2003 si susseguono in Italia a ritmo crescente. In queste occasioni le Rsa non hanno protetto gli anziani, anzi, soprattutto nel caso della pandemia da Covid-19, hanno moltiplicato l’impatto dell’emergenza.

Questo non è avvenuto “per colpa” delle Rsa ma perché si tratta di un modello strutturalmente inadeguato a prendersi cura di persone molto fragili. La spiegazione relativa alla gravità delle condizioni mediche dell’ospite è probabilmente uno dei fattori, ma non l’unico.

Ha contribuito anche l’impreparazione delle Rsa ad affrontare un’epidemia, perché queste strutture sono pensate principalmente per una cura quotidiana di un gran numero di individui parzialmente o totalmente non autosufficienti che necessitano di cure personali, più volte al giorno. In questo caso le precauzioni per prevenire la diffusione di una malattia infettiva, che è asintomatica nella maggior parte dei casi, richiedono un livello molto alto di formazione specifica per il personale e un buon rapporto tra staff e ospiti per evitare la rotazione del personale tra reparti diversi e, all’interno dello stesso reparto, tra ospiti diversi.

Tutte queste condizioni non sono usuali nelle Rsa. Tanto è vero che, a sei mesi dalla prima ondata, avendo avuto il tempo di adeguarsi al quadro della pandemia, nulla è cambiato e stiamo purtroppo assistendo proprio in questi giorni all’insorgere ripetuto di focolai infettivi all’interno delle strutture residenziali. Si dirà che si tratta di situazioni eccezionali, ma in realtà lo sono sempre meno: la frequenza delle ondate di calore cresce, e l’avvento di una pandemia, come abbiamo imparato nei mesi scorsi, era stato ampiamente previsto.

Se si aggiunge a questo la segregazione in atto ormai da diversi mesi nei confronti degli ospiti delle Rsa, (a scopo preventivo ovviamente, ma fino a quando?) si compone un quadro che solleva più di un interrogativo sul futuro di queste strutture. D’altra parte un’analisi condotta da Giunco nel 2016 sulle Rsa della Lombardia riportava un minutaggio medio di assistenza medico-infermieristica-fisioterapica settimanale per persona di circa 30 minuti per figura professionale «tempo in gran parte assorbito dalla complessa burocrazia imposta dalle normative più recenti» come riportato dall’autore. Qualche progresso si è fatto negli anni successivi, ma è stato frustrato dalla carenza di finanziamenti.

Ripensare l’assistenza territoriale significa oggi mettere in campo un modello fortemente inclusivo orientato al domicilio (o forse sarebbe meglio dire alle diverse tipologie di domicilio da sviluppare): il patrimonio di professionalità imprenditoriale, clinica, assistenziale che è racchiuso nelle Rsa può essere ri-orientato alla ricerca un nuovo modello che tenga conto della necessità di risposte personalizzate alla domanda di assistenza di una popolazione molto fragile. In questo quadro è fondamentale il coinvolgimento delle famiglie perché questo processo non si trasformi in uno scarico di responsabilità e compiti su di loro, ma vengano coinvolte pienamente in processi di cura e di assistenza, efficaci verso gli anziani e rispettosi delle dinamiche familiari.

Si tratta di una prospettiva entusiasmante ma molto esigente, che richiede l’impegno di tutti gli attori in campo, siano essi pubblici o privati, a cambiare una parte delle proprie convinzioni e a remare tutti nello stesso senso.

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