L’Africa conquista il Nobel per la letteratura. Assegnato 118 volte, è andato a scrittori africani solo cinque volte. E di queste, a un solo altro nero: Whole Soyinka, nel 1986.

Il tanzaniano Abdulrazak Gurnah, che ieri ha ricevuto la fatidica telefonata dall’Accademia di Svezia, è dunque il secondo nero africano a entrare nell’Olimpo della letteratura mondiale. Nato a Zanzibar nel 1948, a soli 18 anni ha dovuto lasciare la sua isola e la sua famiglia a seguito della rivolta che portò al rovesciamento del governo. Arrivato in Inghilterra come rifugiato si è costruito una nuova vita: professore (oggi in pensione) di Letteratura inglese e postcoloniale presso l’Università del Kent a Canterbury, ha scritto dieci romanzi e diversi racconti. In Italia sono usciti per Garzanti Il Disertore nel 2006 e Paradiso (selezionato per il Booker Prize nel 1994) nel 2007.

Il Nobel gli è stato attribuito «per la sua intransigente e compassionevole penetrazione degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel divario tra culture e continenti». Perché gli scritti di Gurnah girano intorno alle questioni della migrazione e del rimodellamento costante delle identità a contatto con nuovi contesti geografici e sociali.

I personaggi di cui scrive si spostano, fuori dal continente o al suo interno, aprendosi a nuovi mondi e continuando, in parallelo, a guardare al passato, con sentimenti di amarezza per ciò che è rimasto alle spalle. Identità ibride, il cui rimodellamento è reso più complesso dal persistere di assunzioni razziali, retaggio di una prospettiva coloniale tuttora persistente.

Lingua coloniale

Di lingua madre kiswahili, Gurnah ha sempre scritto in inglese. E ciò non rappresenta certo una stranezza. Benché in Africa si parlino tra i 1.500 e i 2.000 idiomi (secondo alcuni addirittura 3.000), le lingue istituzionali, quelle dell’istruzione, quelle in cui si impara a leggere e a scrivere e quindi quelle utilizzate dagli scrittori, sono quasi sempre le lingue occidentali. O, meglio, le lingue coloniali.

Questo è anche uno dei motivi che porta molti autori di origine africana a pubblicare in America o in Europa. Scrittori che sempre più spesso arrivano in cima alle classifiche mondiali, basti pensare a Chimamanda Ngozi Adichie, Maaza Mengiste, Tsisi Dangarembga. Scrittori della diaspora che, vivendo altrove come Gurnah, hanno dovuto confrontarsi con quello stesso sguardo coloniale duro a morire, con pregiudizi che ancora vogliono racchiudere l’Africa in un cliché. «Viaggiare lontano da casa fornisce distanza e prospettiva, e un certo grado di ampiezza e liberazione. Intensifica il ricordo, che è l’entroterra dello scrittore» afferma lo stesso Gurnah.

Sono loro ad aver dato il via a un nuovo fenomeno, ad aver aperto la strada a una nuova letteratura. Una sorta di rivoluzione che, iniziata con la diaspora, ha poi coinvolto l’intero continente.

E che il Nobel torni in Africa proprio ora non è un caso. In Africa, si sta assistendo a una produzione letteraria senza precedenti, con la Nigeria, che ospita un quinto degli abitanti del continente, a far la parte del leone. Case editrici importanti come le nigeriane Farafina e Cassava Republic Press – che, con una filiale negli Stati Uniti, ha una distribuzione diretta sul mercato anglosassone – o come la sudafricana Blackbird Books, trainano un mercato editoriale che oggi vale più di un miliardo di dollari e che sta crescendo al ritmo del 6 per cento l’anno.

La digitalizzazione

Ma il contributo più importante arriva dalla digitalizzazione. In Africa, come noto, si assiste al fenomeno del leapfrogging (letteralmente “salto della rana”), vale a dire l’adozione di tecnologie più avanzate senza essere passati dagli stadi intermedi. Ed ecco che il rapido accesso a internet in contesti che non hanno vissuto il nostro stesso graduale percorso tecnologico e digitale, ha consentito di produrre innovazione, di fornire nuove interpretazioni e utilizzi di quelle stesse tecnologie arrivate all’improvviso.

Di questo sta usufruendo anche il mercato letterario: sempre più titoli che vengono pubblicati in digitale senza prima essere passati dalla carta, blog letterari che hanno il potere di guidare le vendite, festival letterari che si svolgono sui social network, stanno favorendo la nascita di un nuovo mercato. Certo, la letteratura non ha ancora conquistato l’immaginario popolare come successo con Nollywood (l’Hollywood nigeriana), ma le cose stanno cambiando.

Le riviste letterarie online, da quelle più consolidate come Kwani! – fondata da Binyavanga Wainaina nel 2005 in Kenya – fino alle più recenti come Doek! – creata dal giovane scrittore ruandese Rémy Ngamije in Namibia – offrono nuovi spazi agli scrittori e nuovi (e più economici) metodi di fruizione per i lettori.

Ne è passato di tempo da quando Chinua Achebe, nel 1958, ci raccontava il colonialismo e l’arrivo degli occidentali nel suo bestseller Le cose crollano (riedito da La nave di Teseo nel 2016). Oggi la letteratura africana ha preso una strada propria, e lo ha fatto seguendo un percorso insolito: prima si è affacciata sul mondo, facendo sentire la propria voce decisa al di fuori del continente, per poi tornare a sé stessa e svilupparsi al suo interno.

Il Nobel a Gurnah arriva come la ciliegina sulla torta. Un premio che idealmente ricopre tutto il continente e tutti i suoi scrittori, riuniti a festeggiare con lui.

Un premio che, a differenza della letteratura africana contemporanea, parla ancora di colonialismo. Che ci ricorda gli effetti che questa brutta pagina di storia ha lasciato in eredità all’Africa, e ai nostri occhi. E che ci ricorda che oggi abbiamo un potente strumento per cambiare il nostro sguardo e per conoscere l’Africa: la sua letteratura.

 

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