Uno dei momenti topici della mitografia di Raffaella Carrà, sorvegliatissima e rinverdita con cura nelle interviste, è la visione in un teatro di Parigi del musical Hair, dicembre 1969. All'epoca Raffaella è in Francia per le riprese dell'ultimo film della sua media carriera da attrice, Venere Privata dal giallo di Scerbanenco. Ha la parte della vittima: Alberta, una ragazzetta preda di un'organizzazione criminale che commercia in foto porno snuff.

Immaginiamola ripulirsi dalle scorie del desiderio torbido e tossico dei film gialli di allora tuffandosi nell'happening hippy unisex di Let the sunshine in con gli attori nudi sul palco che invitavano il pubblico a unirsi a loro. A vedere Hair torna tutte le sere. Nove volte. «Madonna! – ricorda di aver pensato – Questo qui è il modo di esprimersi».

Tre mesi dopo, soubrette a 27 anni, è in uno studio televisivo con Nino Ferrer e Nino Taranto per Io, Agata e tu, varietà semisperimentale del sabato sera. Balla tra l'altro una curiosa versione funky di Oh che bel castello madama Dorè (dirige il maestro Enrico Simonetti) fasciata da una tuta pantaloni intera luccicante, space age, che diventerà uno dei suoi costumi di scena preferiti nei varietà (Canzonissima 70, Milleluci ecc). Alza le braccia, rovescia la testa indietro, allunga in alto prima una gamba poi l'altra con esibita spontaneità. Sexy ma non come al solito (i manuali di storia della tv contrappongono la sua alla femminilità teutonica e felliniana delle Kessler).

Spiegherà, torniamo alla mitografia, di averlo visto fare agli hippy di Hair, un musical nato due anni prima off-Broadway, profondamente ispirato dall'avanguardia, dagli happening e dal Living Theatre, poi diventato una franchise di successo in mezzo mondo.

Bisognerebbe indagare meglio sugli effetti che le diverse messinscena di Hair ebbero sulla cultura pop planetaria: in Germania lanciò la regina della discomusic Donna Summer, in Italia Renato Zero e Loredana Bertè, in Argentina gli attori aprirono una delle prime comuni del paese eccetera, ma non è questo il tema. Invece, che esista un anello di congiunzione tra il Living Theatre e Raffaella Carrà attraverso Hair è una buona notizia. Notizia ancora migliore di questi tempi difficili: c'è stato un tempo in cui la tv sapeva sfidare e mettere fuori asse la centralità dello sguardo maschile. Cosa c'è di più queer dell'erotismo dell'ombelico nella sigla di Canzonissima 70 versus, poniamo, le tette?

Si dice: «Per le donne ha fatto di più Raffaella Carrà che il femminismo». Quasi sempre nasconde cattiva fede, ma se ne può discutere. Non bisogna neppure dimenticare che Gianni Boncompagni – pubblicitario, d.j., autore, consigliere, persino fidanzato – aveva inventato praticamente tutte le grandi canzoni di Raffaella Carrà da Rumore in giù (con l'aiuto di musicisti multitasking come Paolo Ormi e Franco Bracardi). E alla rivoluzione hippy aveva aggiunto la queerness della discomusic, la scemenza dello schlager e dello Zecchino d'oro, poi la fiesta e il trenino dei ritmi latinos. Una specie di grande onda capace di espandersi fuori dal video, nel mondo reale.

Ballo ballo

Del contributo a suo tempo dato dalla coppia Carrà/Boncompagni alla cultura pop planetaria parla un'operina finalmente visibile in questi giorni su Amazon Prime: Explota Explota (“Ballo Ballo”), musicarello italo-spagnolo di Nacho Alvarez ambientato nella Madrid del 1973 e costruito su trenta canzoni di Raffaella Carrà doppiate dal cast proprio come in Hairspray o in Mamma mia.

Nato nel 1986 a Montevideo il regista e forse aiutato dagli attori piu grandicelli del cast spagnolo a trovare un po' di empatia nostalgica. Ma ha detto di essere da sempre un fan di Raffaella (la quale ha  ricambiato autorizzando il film e comparendo in un cameo finale) e di aver divinato la sceneggiatura nei testi delle sue canzoni studiando però il resto delle questioni su internet.

Fotografato sui toni primari e brillanti come La la land, per nulla perfetto nelle ricostruzioni d'epoca, invece esplicitamente presente e feel good negli intenti del suo regista, lontano dal tristo viraggio marron di tante fiction sulla memoria nazionale, Explota Explota è un film anche più sofisticato di quanto appaia. La fine del franchismo bigotto e la liberazione sessuale del paese si specchiano nella vicenda di Maria (l'attrice Ingrid Garcia Jonsson) in fuga da un matrimonio italiano neppure arrivato all'altare. Tornata a Madrid trova riparo da un'amica, lavoro in aeroporto, e finisce quasi per caso a fare la ballerina alla tv dove si innamora del bel figlio del censore, censore anche lui anzi studioso di deontologia professionale cioè della capacità di distinguere il bene dal male misurando la distanza dell'orlo della gonna dal ginocchio.

La dimensione familiare dello scontro tra vecchi e giovani riporta ai nostri musicarelli anni '60 (Urlatori alla sbarra, I ragazzi del Juke Box) con lo scontro tra i censori direttori della televisione e i loro figli ribelli, uno schema che lo sceneggiatore-paroliere Piero Vivarelli diceva di aver rubato a L'eterna illusione di Frank Capra.

Nella parabola di Maria che inizia a ballare per gioco davanti alla tv accesa (il gioco di TikTok) e si ritrova a ballare davanti a una telecamera, tagliata dalle riprese per l'eccessiva libertà dei suoi movimenti, Alvarez ripercorre invece l'altro punto fermo della mitografia di Raffaella Carrà, “censurata dall'Osservatore romano” per aver ballato il Tuca Tuca. Andò senz'altro così, anche se le parole esatte del giornale vaticano si sono smarrite da tempo nella leggenda. L'ospitata ballerina del timoratissimo Alberto Sordi darà l'assoluzione alla fanciulla in uno dei duetti più visti di tutti i tempi e di tutto l'archivio Rai, gennaio 1971.

Madonna latina

È che la nostalgia di noi rinchiusi e distanziati non sembra nostalgia di una qualche passata spensieratezza, ma proprio della televisione, della sua capacità vera o presunta di cambiare il mondo e la storia. Di stare sempre dalla parte dei buoni, non dei cattivi. Per il pubblico spagnolo un momento preciso in cui l'elettrodomestico venne attraversato dal vento della storia fu lo show del marzo 1976 La hora de... Raffaella che andò in onda su Tve tre mesi dopo la morte di Franco («faceva un freddo cane, ma tutti bevevano per strada»), protagonista la Carrà e dodici ballerini compreso Enzo Paolo Turchi detto Truciolo, meravigliosamente funky, italian pride a mille, un frammento è conservato su youtube. Se ne trova traccia pure nel film di Nacho Alvarez quando immagina il gran finale di equivoci e rivincite nel Galà di Capodanno trasmesso per la prima volta in diretta tv senza censure.

Nella realtà, proprio tra il 1976 e il 1978 Raffaella diventa la madonna latina che tutti conosciamo, impastata di samba, forse candomblè, dadaismo, italoamerica e queerness al cubo. Torna in Italia alla testa del varietà a colori Ma che sera con Alighiero Noschese, Paolo Panelli, Bice Valori, è il marzo-aprile 1978 e questa non solo si rivela la cosa più crepuscolare che abbia mai fatto, ma anche quella più imbarazzante dal momento che le quattro puntate vanno in onda nei giorni del sequestro Moro. E a nulla valgono le preghiere di chiudere prima del tempo, i dirigenti Rai vogliono scacciare i cattivi pensieri.

Neotelevisione

Scioccata, furiosa, impotente anche di fronte al collasso della vecchia televisione, lei torna a girare il mondo e a fare soprattutto la cantante. E la ritroveremo davvero in onda nel 1983 con Pronto Raffaella? L'anno dei fagioli, della tv accesa nelle case all'ora di pranzo. L'anno del saggio di Umberto Eco sulla neotelevisione, frammentata e frenetica come l'arte d'avanguardia, che «sempre meno parla del mondo esterno, sempre più di se stessa e del contatto che tenta di stabilire col proprio pubblico». Un altro mondo. O quasi.

Sempre nel 1983, al crepuscolo della sua breve era, il segretario del Pcus Andropov manda in onda a sorpresa (in differita) il festival di Sanremo, quello de L'italiano di Toto Cotugno e Vacanze Romane dei Matia Bazar. Chissà cosa crede di fare. La Carrà non c'è, però qualche anno prima si è tolta lo sfizio di cantare Fiesta in spagnolo nelle strade di Mosca (una delle sue performance più immortali di sempre).

Alla memoria di quegli ultimi exploit internazionali della nostra televisione l'autore e conduttore russo Ivan Urgant (che all'epoca aveva tre anni) ha dedicato Ciao 2020, lo speciale di Capodanno del late show russo Vecernji Urgant girato nello stile della nostra tv dei primi anni Ottanta (Pop corn, Discoring, Colpo Grosso – più Fininvest che Rai), interamente scritto e recitato in italiano con sottotitoli russi, che è stato già un fenomeno social anche da noi. Orgoglio di patria? Andarsi a nascondere? Va a sapere. Per i ritardatari youtube conserva la puntata intera.

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