«Non sono sopravvissuta ad Auschwitz per portare il lutto ma per gioire della vita», questa frase rappresenta al meglio lo spirito di Esther Bejarano, che ha da poco compiuto 96 anni. L’ha pronunciata nel 2014 a San Remo, quando venne invitata al Premio Tenco dal titolo Resistenze. Allora, che di anni ne aveva quasi 90, aveva cantato accompagnata dalla fisarmonica di Gianni Coscia. Era salita sul palco alle 23, entusiasmato il pubblico con il suo Mir lebn ejbig, «Vivremo per sempre», canto in yiddish della Resistenza ebraica. I capelli corti, bianchi, un metro e 47 centimetri di imponenza, la voce lieve ma risoluta. Dopo la cena insieme agli altri artisti, alle due di notte, ballava il valzer sulle note della fisarmonica di Coscia.

Esther si chiamava Loewy, quando a 19 anni nel 1944 venne deportata ad Auschwitz. I suoi genitori erano già stati trucidati nei primi eccidi dell'Est e gettati in una fossa comune. Lei venne ammessa nell’orchestra femminile del Lager, sapendo suonare il piano, si arrangiò con una fisarmonica. L’aiutò a sopravvivere una musica ingannatrice: un posto dove esiste la musica non può essere tanto orribile, pensava chi appena scaricato dai treni, sentiva il suono dell'orchestra e attendeva sulle rampe. Esther suonava e piangeva perché sapeva di scandire la marcia dei deportati verso le camere a gas.

Ma invece di odiare la musica, ne fece la sua vendetta, la usò per ricordare. Fu corista in Palestina e insegnante di musica in Israele e poi cantante in Germania con il gruppo Coincidence. Dal 2008 Esther si esibisce con i rapper Kutlu Yurtseven e Rosario Pennino, tutti e due figli di Gastarbeiter, immigrati turchi e italiani. I due ex ragazzi hanno coinvolto Esther in un’impresa impegnativa: denunciare il pericolo della destra neonazista, usando i ritmi e canoni sonori vicini al pubblico giovanile.

Esther Béjarano venne con i rapper a Torino nel 2011. L'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” insieme al Goethe Institut Turin organizzarono due concerti per il Giorno della Memoria. La casa editrice SEB27 volle registrarli, fare una video intervista con Esther, perché la sua storia e la sua musica potessero essere conosciute da un pubblico più ampio, attraverso un libro e un film.

Musica e amore

Iniziai a intervistare Esther Béjarano a Torino e continuai nella sua casa di Amburgo. Lì mi fece vedere gli album dove aveva incollato, fra le altre, le foto quelle degli uomini della sua vita. Ogni volta commentava con enfasi: «Ecco, questo è stato il mio grande amore!». Ma quanti grandi amore hai avuti Esther?. «Tanti!», rispose con una sonora risata. Durante uno di quegli incontri, mi disse di avere da qualche parte un suo vecchio manoscritto con la storia della propria vita. Mi suggerì di cercare nell’armadio della camera da letto; in alto da una scatola estrassi un mucchietto scomposto di fogli ingialliti, ma scritti in bella grafia. Sotto il suo sguardo curioso ripristinai la successione delle pagine sul tappeto del salotto e tornai con quel tesoro a Torino.

Nel gennaio 2013 venne pubblicato La ragazza con la fisarmonica, con il film documentario Esther che suonava la fisarmonica nell’orchestra di Auschwitz (regia di Elena Valsania). Otto mesi dopo uscì l’edizione tedesca in Germania. Quel libro suggellò una profonda amicizia fra Esther, la curatrice e l'editore del suo libro.

La invitammo ancora in Italia, con i rapper o con il fisarmonicista Coscia. A Fosdinovo rese felici le Mondine di Novi, cantando con loro Bella Ciao. Fu invitata dall'università di Verona, la cui aula magna avrebbe avuto quasi mille posti, se non fosse stata divisa in due da una parete mobile, perché neanche Dario Fo, spiegarono i veronesi, era riuscito a riempirla. Ma per Esther arrivarono più di mille persone, metà delle quali furono costrette ad assistere al concerto nella metà esclusa della sala su dei monitor.

Prima di cantare Esther parlò della musica, di come nei campi di sterminio fosse stata asservita ai crimini nazisti. Parlò delle canzoni che intonava sottovoce insieme alle compagne di prigionia di Ravensbrück per festeggiare il sabotaggio riuscito, la sera del giorno in cui tornarono indietro le cassette degli interruttori elettrici Siemens montati da loro in modo errato. Ma ricordò al pubblico anche il presente, facendo un parallelo fra la sua esperienza e quella degli attuali profughi. La sua famiglia non era riuscita dopo la Notte dei cristalli a fuggire negli Stati Uniti perché troppo esosa la cauzione richiesta. La sorella Ruth venne respinta dalle guardie svizzere al confine, così fu deportata e uccisa ad Auschwitz. Lei stessa dopo la Liberazione arrivò in Palestina imbarcandosi con documenti falsi su una nave. Poi nel 1960 lasciò Israele, perché non voleva che il suo popolo discriminasse, opprimesse e facesse guerra al popolo palestinese. Esther menzionò dal suo palcoscenico Lampedusa, governi che non accolgono, leggi come il regolamento di Dublino da cambiare. Denunciò i rigurgiti di razzismo in Europa. Finito il concerto andò a salutare le centinaia di spettatori relegati dietro la parete, salì sull'altra metà del palco e li salutò applaudendoli. E i veronesi le andarono incontro entusiasti, si strinsero intorno a lei, volendola abbracciare, baciare. La ringraziarono per la musica e per le sue parole. Due studenti si improvvisarono a guardie del corpo perché così piccina rischiava di essere schiacciata dalla folla. Nel giorno della Memoria aveva ricordato il passato e il presente, irradiando gioia e leggerezza intorno a sé. Esther riesce sempre a contagiare il pubblico con la sua voglia di vivere durante i suoi concerti, e chi viene ad ascoltarla a sua volta alimenta la sua forza di continuare a farli.

Il ricordo

Alla fine dell’anno scorso, al telefono mi racconta che a Wiesloch, un paesino vicino ad Heidelberg, le hanno dedicato una scuola secondaria. «Unglaublich, Esther!» Incredibile, le dico, peggio di te ha fatto solo Günter Grass che vivo e vegeto a Lubecca aveva già un museo con le sue opere. La sento ridere di gusto come sa fare lei. L'ultima cosa che mi viene in mente è di congratularmi: da anni i tedeschi ce la mettono tutta per fare di lei un monumento. Ma lei non perde occasione di ricordare ai suoi concittadini di essere ancora al mondo, un mondo che vuole cambiare. Nel discorso per l'intitolazione della scuola ha ricordato i profughi abbandonati nel Mar Mediterraneo, sulle isole greche, in Bosnia e detto la sua sull'Afd, il partito di estrema destra. Per lei il nemico viene sempre, ancora da destra. La scuola di Wiesloch nel web ritrae Esther con una fisarmonica e con la scritta «un modello contro il razzismo e l'emarginazione». Così Esther ha aumentato la quota delle poche donne,­ in Germania come altrove, ­che hanno dato il loro nome a un luogo pubblico; in buona compagnia con l'artista Käthe Kollowitz, con Marie Curie e soprattutto con Anna Frank.

Il Covid-19 le ha impedito di fare i suoi abituali dieci concerti al mese. A lei spiace soprattutto di non poter più parlare nelle scuole ai giovani, che lei riesce sempre ad ammaliare con la sua Ausstrahlung, un irradiare unico di forza, autorevolezza e simpatia. E lo scorso 15 dicembre niente festa del compleanno: «Mica sono matta, con questo spaventoso virus io in casa non lascio entrare nessuno, soprattutto i giornalisti, chi mi vuole intervistare deve farlo al telefono. Quelli che mi hanno voluto festeggiare lo hanno fatto stando in giardino, io me ne sono rimasta dentro al caldo a guardare dal vetro». Come un pesce rosso Esther?, le chiedo. «Proprio così», e ride di gusto.

E aveva fatto ridere e anche commosso quella volta ad Alessandria. Dopo il concerto all'una di notte mangiava agnolotti insieme a Carla Nespolo, ex senatrice del Pci. Degna compagna di Esther, Carla avrebbe presieduto l'Anpi, per poi lasciarci troppo presto. Era il 2013 le due grandi donne parlavano di politica, quando improvvisamente Esther chiese a Carla concitatamente: «Quanto voti prende in Italia il Partito comunista?».

© Riproduzione riservata