Da vicino tutte le tradizioni si rivelano rivoluzionarie, tutte contengono, tra le pieghe, i motivi seminali del nuovo che manca e che magari affannosamente cerchiamo più vicino a noi. Basta ascoltare un po’ più attentamente, acuire lo sguardo, rileggere, e, nel farlo, si finisce spesso per imbattersi in formidabili alleati verso la liberazione del desiderio e dell’immaginazione. Contro l’idea che la galassia tematica raggruppabile sotto il termine di queer (o gender come hanno preso a dire i reazionari) sia qualcosa di recente, una moda, un’ideologia manipolatoria figlia dei tempi, possiamo ad esempio tornare alle voci occultate o rimosse della nostra letteratura, immergendoci nelle lacune dei manuali e della critica.

“Queer” significa “storto”, “obliquo”, “che va contro la norma” e la tradizione letteraria italiana del Novecento, se percorsa con occhio accorto e curioso, si rivela piena di opere irrorate di spinte e visioni alternative sulle questioni sessuali e di genere, sebbene pochi di noi ne siano consapevoli, dato che si tratta di testi quasi mai inclusi nelle antologie scolastiche e nei programmi universitari, oppure di testi interpretati e discussi depotenziandone la carica perturbante, eversiva. Omettendo, amputando, normalizzando. Conservatore è spesso il trattamento riservato al passato, non il passato stesso.

La letteratura di ieri, e persino dell’altro ieri, ci permette di capire come le identità queer che oggi vengono rappresentate e discusse sulla scena pubblica e dai media non siano artifici effimeri ma esperienze, esistenze sempre esistite, che solo lentamente sono riuscite ad autointerpretarsi, legittimarsi, rendersi visibili. Un’altra letteratura, un altro canone, perlomeno più ampio dell’attuale, è dunque possibile: aiuta bene a capirlo Canone ambiguo – Della letteratura queer italiana (effequ edizioni) del trentaduenne Luca Starita, un saggio critico-narrativo, un po’ romanzo, un po’ antologia, nel quale l’autore, con intelligenza ed eleganza, mette in scena una sorta di seduta spiritico-letteraria guidata dal più queer dei nostri autori, Pier Vittorio Tondelli, alla ricerca della queerness perduta. Una catabasi, come la definisce Starita, che ricorre, sin dall’incipit, anche a spunti autobiografici: «Mai mi sarei aspettato di essere gay, e tuttora non sono poi convinto di esserlo fino in fondo. Ho vissuto una decina di anni in una città di provincia dove, apparentemente, le persone omosessuali esistevano tanto quanto i mostri e le sirene».

Complessità letteraria

Tra stanze misteriose che si accendono e si spengono alla luce di candele e porte che consegnano al palco dialettico, uno dopo l’altro, i grandi autori del nostro passato, il saggio medianico di Starita rifiuta l’idea di una “letteratura omosessuale”, preferendo appunto la formula più inclusiva di “letteratura queer” e, per farlo, restituisce la parola a quegli scrittori e scrittrici, o quei testi, che a lungo sono rimasti ai margini dell’interesse dei più, tracciando una sorta di genealogia o mappa sentimentale ancor prima che storiografica: Aldo Palazzeschi, Alberto Arbasino, Giorgio Bassani, Marino Moretti, Carlo Emilio Gadda, Elsa Morante, Giovanni Comisso, e poi Sibilla Aleramo, Anna Banti, Alba de Céspedes, Amalia Guglielmetti, Anna Maria Ortese e altri, altre ancora.

Omosessualità, espressa o dirottata, ma anche vocazioni femminili atipiche, destabilizzanti, decostruzione dell’iconografia machista e transizioni di genere, perlomeno ambite, immaginate: quella che viene via via assemblata in Canone ambiguo è una galleria di personaggi ed esperienze indefinite e inusuali, cangianti, votate allo sconfinamento, attraversate da una complessità estetica ed emotiva per nulla riducibile alla dimensione morbosa o pruriginosa nella quella la tradizione etero-normativa ha teso a relegarli.

A lungo infatti la letteratura lgbt è stata associata a una produzione simil pornografica, tutta e sola sessuale, quando invece in molti casi si tratta di opere tridimensionali e prettamente emotive, romanzi di corpi ma anche di menti e di cuori, che andrebbero recuperati già durante l’adolescenza e con la lungimirante complicità della scuola, come osserva Starita stesso: «So che mi sarebbe stato di non poco aiuto scoprire che gli interrogativi che ho sviluppato nell’arco della mia crescita, le angosce che hanno influenzato il mio modo di vedere la vita e di vivere la sessualità, i vizi e le convinzioni che hanno lottato dentro di me e ancora lottano, erano già stati affrontati».

Scopriamo così che Aldo Palazzeschi, autore perlopiù bistrattato in sede liceale, ovvero ricordato per le onomatopee della sua poesia La fontana malata, ha scritto un romanzo, Sorelle Materassi (1934), che ha per protagoniste due crossdresser (o “travestiti” per usare un termine ormai superato), e un altro, La Piramide (1926), dedicato a un celebre luogo di prostituzione maschile fiorentino. Palazzeschi, come tutti gli altri autori chiamati in causa, ovviamente non poteva sapere cosa fosse la queerness nel senso che noi intendiamo oggi (anche grazie alle nuove parole che ci hanno aiutato a vedere meglio le esperienze in gioco), ma la sua consapevolezza in tema di fluidità di genere, scambio ruoli, fluttuazioni identitarie è acutissima. Pare anche a causa di alcuni dati biografici: lo scrittore si dice fosse affetto da ipoplasia del pene, e anche da qui probabilmente nacque il rapporto turbolento con l’immaginario machista che ripetutamente tentò di scardinare. Tutto ciò resta però silente, non viene conosciuto, insegnato, ed è, oggi più che mai, un peccato.

Nel lavoro di Starita irrompono anche autori molto noti di cui però non si conoscono le opere queer o i risvolti queer dei lavori spesso citati, come accade nel caso del Bassani de Gli occhiali d’oro o de L’airone, del Moravia de La vita interiore, in cui indaga il corpo femminile non dall’esterno ma dall’interno, o con il racconto Lo scialle andaluso di Elsa Morante, in cui il protagonista Andrea, nell’impossibilità di liberarsi della recita di genere impostagli dalla società e di emulare l’amatissima madre, sceglie di nascondersi in un’altra forma di performance, quella ecclesiastica, entrando in seminario. Aspetto interessante del saggio è poi il fatto di non includere solo autori o personaggi omosessuali ma anche svariati deragliamenti dal modello tradizionale di femminilità, ovvero tutte quelle autrici che nei loro lavori hanno proposto figure di donne alternative, in grado di sfidare la norma patriarcale, come accade in Una donna di Sibilla Aleramo o nel distopico Le donne muoiono di Anna Banti o, ancora, in È stato così di Natalia Ginzburg.

Ampliare il nostro canone

Si esce dalle pagine di questo saggio ricco di sollecitazioni e passione letteraria col sentimento dell’importanza che oggi ha provvedere a un ampliamento del nostro canone, scolastico e non, affinché possa venir onorata la molteplicità e il senso delle differenze, e siano di più, sempre di più, i modelli in cui riconoscersi, da cui trarre ispirazione. Un auspicio soprattutto pensando ai giovanissimi, affinché abbiano la facoltà di assimilare precocemente un senso il più ampio possibile delle nature e delle forme di vita, un orizzonte più ampio come lettori e potenziali autori di domani, contro e oltre il pensiero unico – il vero pensiero unico – che a lungo ha ritenuto queste opere minori, o semplicemente imbarazzanti, solo perché non conformi.

Lo scandalo più grande, ci dicono nella loro varietà tutti questi testi, non è tanto la diversità già chiarita, depositata, quanto l’ambiguità, la volontà di sottrarsi a una classificazione intensiva, fluidificando e rilanciando sempre la questione identitaria. In questo – che è poi proprio il nucleo più puro del queer – i classici, alcuni classici, si dimostrano a volte più innovativi di molta letteratura prodotta di recente: anche da qua si dovrebbe partire, per rimettere in discussione il rapporto tra tradizione e contemporaneo, dall’ascoltare i sussurri indomiti e oltraggiosi, sistematicamente messi a tacere, che spirano dalle grandi pagine del secolo scorso.

Il queer non è ideologia, retorica strumentale, o capitalista, come qualcuno sostiene: è vita, dato di realtà, da decenni, secoli, dall’inizio del tempo, e tutti queste autrici e questi autori, con le fluorescenze delle loro parole e dei loro personaggi, più o meno autobiografici, ci aiutano a ribadirlo e a farne anche una questione di poetica, di eredità che può essere raccolta, rimessa in circolo.


Luca Starita è autore del libro Canone ambiguo – Della letteratura queer italiana, edito da effequ

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