Questo articolo è un estratto dal libro di Vanessa Roghi pubblicato per Laterza Piccola città – una storia sociale dell’eroina


«Questa creatura del sottosuolo dostojevskijano, macerata in una tana kafikiana ed esplosa sul palcoscenico beckettiano, apologista e calunniatore, carnefice e vittima di sé stesso».

Oreste del Buono, I «beats» invecchiano, 1963.

Nel 1962 esce in Italia La scimmia sulla schiena di William Burroughs che mette in luce il rapporto strettissimo fra prescrizioni mediche e tossicodipendenti. A pagare, però, è sempre il drogato: «l'ispettore statale aveva emesso un mandato di cattura accusandomi di avere trasgredito alla legge 334 sulla sanità pubblica dando false generalità per ottenere una ricetta.

Tuttavia le linee di comunicazione si ristabilirono e l'eroina incominciò ad arrivare dal Messico, dove i campi di papaveri sono coltivati dai cinesi. L'eroina messicana ha un colore rossiccio, perché contiene un bel po' di oppio grezzo».

Burroughs racconta così la sua prima volta con la morfina delle fialette, come tubetti di dentifricio con un ago all'estremità. Si infila uno spillo nell'ago, lo spillo fora la chiusura di gomma e la fialetta è pronta per l'iniezione.

La morfina agisce dapprima sul dorso delle gambe, poi alla nuca, un'ondata di rilassamento che si diffonde e allenta i muscoli come staccandoli dalle ossa, per cui si ha l'impressione di galleggiare senza contorni, come se si giacesse in acqua calda e salsa. Man mano che questa ondata di rilassamento si irradiava nei miei tessuti, fui pervaso da una violenta sensazione di paura; ebbi l'impressione che una immagine orribile si trovasse appena al di là del mio campo visivo, spostandosi ogni volta ch'io voltavo la testa, per cui non riuscivo mai a scorgerla. Ero in preda alla nausea; mi distesi e chiusi gli occhi. Passò dinanzi a me una serie di immagini, come se assistessi alla proiezione di un film: un bar enorme, illuminato al neon, che si espandeva sempre e sempre più, fino a includere strade, traffico e lavori di riparazioni stradali; una cameriera che serviva un cranio su un vassoio; stelle in un limpido cielo. L'urto fisico del timore della morte; il respiro che veniva a mancare; la circolazione del sangue che cessava. Mi appisolai e mi destai con un sussulto di spavento. La mattina dopo vomitai ed ebbi nausea fino a mezzogiorno.

L’autobiografia del junkie, del tossico, diventa un libro di culto di una generazione che al massimo però prova l’Lsd, o le anfetamine, ma è ancora ben lontana dal conoscere la diffusione massiccia dell’eroina[3].

Per questo le note autobiografiche di Burroughs possono suscitare una fascinazione anche su lettori in cerca di comportamenti esotici, convinti che l’iniezione in vena sia un aspetto marginale, secondario della tossicomania che sicuramente non prenderà piede in Italia.

La filosofia della droga è una scelta, romantica, irrazionale o anticonformista, come scrive il guru della rivoluzione psichedelica Timothy Leary: «Turn on, tune in, drop out».

Rinunciare al lavoro, allo studio, a ogni partecipazione politica. Smettere di stare al gioco, di recitare una parte scritta da qualcun altro: «la via del dropping out è generalmente, ma non sempre, il risultato di un precedente turning on, cioè di una nuova consapevolezza dei propri processi interiori. Ma la tecnica non è quella tutta intellettuale dell’introspezione e del dialogo con sé stessi, bensì è quella che consiste nel rispondere a quegli stati di coscienza anormali che sono prodotti dalle sostanze psichedeliche».

Scrive Oreste del Buono sul Corriere della sera: «Questa creatura del sottosuolo dostojevskijano, macerata in una tana kafkiana ed esplosa sul palcoscenico beckettiano, apologista e calunniatore, carnefice e vittima di sé stesso». Letteratura. La «droga» è, soprattutto, letteratura.

Burroughs lascia il primo esatto ritratto dell’eroinomane:

Innumerevoli assurdità sono state scritte sui cambiamenti ai quali vanno soggette le persone quando prendono il vizio. Improvvisamente il tossicomane si guarda nello specchio e non si riconosce. Non è facile specificare i mutamenti effettivi, ed essi non appaiono nello specchio. Cioè a dire, l'intossicato è cieco per quanto concerne il progredire del suo vizio. In genere non si rende affatto conto che sta scivolando nell'abitudine agli stupefacenti; dice che si può benissimo fare a meno di assuefarsi alla droga; basta essere prudenti e osservare alcune regole, come ad esempio quella di praticarsi la puntura a giorni alterni. In realtà, egli non osserva tali regole, ma ogni iniezione in più viene considerata un'eccezione. Ho parlato con molti tossicomani e tutti dicono di aver provato un vivo stupore costatando di essere scivolati, in effetti, nella prima assuefazione.

Molti di loro attribuivano i sintomi a qualche altra causa. Man mano che il vizio prende piede, le altre cose alle quali si interessava l'intossicato si svuotano d'ogni importanza. La vita si riduce alla droga; una dose, e già si guarda con ansia a quella successiva, ai «nascondigli» e alle «ricette», agli «aghi» e alle «pompette contagocce». Il tossicomane, il più delle volte, crede di condurre un'esistenza normale e pensa che la droga sia un fatto incidentale. Non si rende conto che, pur svolgendo le sue attività estranee alla droga, sta scivolando lungo la china. Solo quando gli viene tagliata la fonte dei rifornimenti capisce quale importanza abbia la droga per lui. «Perché non può fare a meno dei narcotici, signor Lee?» è la domanda posta normalmente dagli psichiatri stupidi. Si può solo rispondere: «Ho bisogno della droga per alzarmi dal letto al mattino, per radermi e far colazione. Ne ho bisogno per rimanere in vita». Naturalmente, gli intossicati non muoiono, di norma, se vengono privati dello stupefacente. Ma, in un senso del tutto letterale, il liberarsi del vizio implica la morte delle cellule che non possono sopravvivere senza la droga e la loro sostituzione con cellule non bisognose di sostanze stupefacenti.

Nel Pasto nudo, che esce in Italia un anno dopo, nel 1964, Burroughs scrive: «per un periodo di dodici anni ho usato l’oppio, l’ho fumato, l’ho preso oralmente, ho usato l’eroina, l’ho iniettata sotto cute, nelle vene, nei muscoli e fiutandola quando non c’erano aghi a disposizione; ho usato la morfina, il dilaudid, il pantopon, l’eukodal, la paracodina, la dionina, la codeina, il demerol, il metadone», ma, secondo Emilio Tadini, la droga per lui, «mistico drogato», non è soltanto uno strumento per annullare l’angoscia nell’estasi, è una chiave per aprire una porta, oltre la realtà ottusa, irrigidita, estraniante.

È la «democratizzazione della bohème» che tocca indistintamente generazioni diverse e inizia a propagarsi attraverso consumi cultuali come la musica pop e rock, e anche se la summer of love in Italia è ancora un evento esotico, e se «i manifestanti del Sessantotto non si sono fatti le canne sulle barricate», è vero che l’anno della grande mobilitazione giovanile è uno spartiacque indiscutibile nella trasformazione delle droghe da strumento di edonismo individuale a mezzo di liberazione politica collettiva. L’inizio di qualcosa che presto arriverà anche in Italia.

Dopo il Sessantotto

«Quando ero a San Francisco», scrive Joan Didion, sulla summer of love, «una pasticca, o una capsula, di Lsd costava dai tre ai cinque dollari, a seconda del venditore e del quartiere. L’Lsd era un po’ meno caro nel Haight-Ashbury che nel Fillmore, dove veniva usato di rado, soprattutto come eccitante sessuale, e venduto da pusher di droghe pesanti, come l’eroina, detta ‘smack’. La maggior parte dell’acido veniva tagliato con la metedrina, che è il marchio di fabbrica di un’anfetamina, perché la metedrina può simulare il flash che manca all’acido di qualità scadente. Nessuno sa quanto Lsd ci sia effettivamente in una pasticca, ma il trip standard dovrebbe essere di duecentocinquanta microgrammi. L’erba andava a dieci dollari l’oncia o cinque al pacchetto (grande come una scatola di fiammiferi). L’hashish era considerato un ‘articolo di lusso’. Tutte le anfetamine, o ‘speed’ – benzedrina, dexedrina, e in particolare la metedrina – erano molto più in uso alla fine della primavera di quanto lo fossero state all’inizio. Alcuni lo attribuivano alla presenza di un cartello della droga, altri a un deterioramento generale della scena, all’incursione di bande e giovani hippy part time, ‘hippy di plastica’ che prediligono le anfetamine e l’illusione di attività e di potere che danno. Dove si fa ampio uso di metedrina, tende a esserci disponibilità di eroina, perché, mi hanno spiegato, ‘Puoi andare a mille se ti spari i cristalli, e l’eroina può essere usata per farti scendere’».

Ed è qui, in questa intersezione temporale, nel passaggio da vizio di pochi a «flagello» per tanti, che inizia la mia storia, che non è proprio la mia ma della generazione da cui sono nata e con la quale continuo a confrontarmi, come storica e come figlia, perché è in questo volgere di anni Sessanta che le droghe diventano parte di un orizzonte culturale condiviso fino a diventare in parte strumento di autodistruzione di massa.

Il censimento dei torriscomani

«Roma 24 giugno 1970, notte. In Italia, si dice in un rapporto che il nostro governo ha presentato in questi giorni alle Nazioni Unite, non è prevista la immatricolazione dei tossicomani. Ci si limita a censirli: ogni sanitario è tenuto a denunciare i casi di tossicomania di cui viene a conoscenza ai medici provinciali e agli uffici di polizia, e questi alla loro volta sono tenuti a comunicarli all’ufficio centrale stupefacenti, che fin dal 1954 funziona presso il ministero della sanità.  L’ufficio, dunque, non procede all’immatricolazione. Però li scheda: e dalle schede risulta che nel nostro paese esistono solo 804 tossicomani, in buona parte, dice il rapporto, ‘di origine terapeutica’: persone cioè che hanno derivato il vizio dalla necessità di assorbire stupefacenti per ragioni di cura.  Nella grandissima maggioranza sono dediti alla morfina, ma ci sono casi anche di tossicomani da petidina e da metadone.  D’altra parte le quantità di stupefacenti sequestrate nel nostro paese nel 1969 non sono impressionanti, il rapporto ridimensiona assai la situazione che finora molti avevano descritto in termini tanto allarmanti. Le persone in stato di arresto o denunciate e a piede libero per traffico di stupefacenti nel 1969 sono state in tutto 156, più una latitante.  È noto, e questo giornale lo ha segnalato più volte, che la legge fa un mazzo solo di trafficanti e tossicomani, e li punisce senza distinguere fra loro: per cui sanitari e parenti, che sarebbero disposti a denunciare i loro pazienti e congiunti malati per metterli sulla strada della guarigione, si guardano bene dal farlo. La stessa legge impone una stretta solidarietà fra i trafficanti e i loro clienti e vittime: e così si spiegano il modesto numero di tossicomani registrati all’ufficio stupefacenti, le relativamente modeste quantità di droga sequestrate, il limitato numero di persone risultate coinvolte nel traffico. Qualora il tossicomane a causa di grave alterazione psichica si renda pericoloso a sé o ad altri oppure riesca di pubblico scandalo, su ordinanza dell’autorità giudiziaria è ricoverato in casa di cura o in ospedale psichiatrico per essere sottoposto a cura disintossicante» (Corriere della Sera, 25 giugno 1970)

Nel 1970 a Roma, secondo il sociologo Guido Blumir, ci sono soltanto 560 tossicomani al di sotto dei 25 anni. Fra di loro l’eroina è, apparentemente, sconosciuta. Ma non la tossicodipendenza. Luigi Cancrini, psichiatra, collabora con il Centro per le tossicosi da stupefacenti e da farmaci psicoattivi, fondato da Eugenio Paroli e scrive: «Sulla base della nostra esperienza, 90 dei 100 giovani che si drogano non lo fanno con gli stupefacenti proibiti dall’elenco del Ministero della Sanità, cioè le droghe dure (morfina o eroina) ma con droghe morbide (cioè le anfetamine) perché costano tanto meno e si trovano direttamente in farmacia».

Lo fanno con i barbiturici insomma, che considerati una droga «morbida», non spaventano più di tanto. L’eroina non è invece, ancora, un’emergenza.

«Oltre 500 giovani, nel 1971, stanno scontando pene variabili da uno a due anni o sono in attesa di processo per uso di marijuana. Sempre più numerosi i casi in cui la dimensione del reato assume connotati grotteschi: marijuana coltivata in terrazzino, tra il geranio ed il basilico; un grammo di hashish nella tabacchiera; una goccia di LSD nella colla di un francobollo... Ma, per quanto divertente, una volta scoperto l'inganno volge al drammatico, prospettando ai responsabili parecchi mesi di carcere, in attesa di un processo fondato su un reato che spesso non è sentito come tale dalla stessa coscienza dei giudici».

È un caso di cronaca da sbattere in prima pagina su un quotidiano nazionale a scatenare in Italia la prima grande «emergenza drogati» e ad associare droga e giovani una volta per tutte.

Il 20 marzo del 1970, a Roma, il Nucleo antidroga dei carabinieri diretto dal capitano Giancarlo Servolini, durante una perquisizione a un barcone ormeggiato sul Tevere, uno di quelli usati per le feste dalla buona borghesia della città, trova un «ingente quantitativo di sostanze stupefacenti». New Sporting Club il nome del locale.

CARLO COZZOLI

Il caso diventa un manganello da usare contro i costumi degenerati della società e il lassismo dei partiti di sinistra.

La bufala del barcone

Un giornale come «Il Tempo» il 21 marzo titola: «Infame centrale del vizio nel cuore di Roma – casa della droga per minorenni in un galleggiante sul Tevere – Sequestrati hashish, eroina, eccitanti, siringhe, alcoolici alterati, ricettari rubati». (A. Coletti, Cronache di droghe e repressioni, in La prova radicale, n. 1, 21 settembre 1971).

Ma è una campagna preparata anche nei giorni che precedono il blitz: «Allarme per la droga fra i giovani. Si sottolinea la gravità del fenomeno. Quasi 4.000 i casi denunciati. Si parla di 20.000 ragazzi che hanno ‘assaggiato’ sostanze stupefacenti.

Il professor Martelli dell’Ufficio d’igiene ha preso l’iniziativa perché sia studiato un programma di ricerca per stabilire le grandi linee d’impiego comune che insieme mobiliti i settori dell’educazione, prevenzione e repressione. Il fenomeno è da noi soprattutto indotto, cioè provocato per analogia o per moda sul modello di ciò che avviene in altri Paesi. E si è trasferito da noi non tanto attraverso i canali tradizionali dello spaccio ad alto livello, ma soprattutto attraverso la piccola e grama diaspora dei capelloni di varia origine e provenienza che da noi hanno ottenuto troppo tollerante ospitalità, gelosamente protetti dal partito comunista e dalle sue filiazioni».

Il caso del barcone è una falsa notizia, funziona come funzionano le false notizie. Scrive lo storico Marc Bloch, descrivendo il meccanismo attraverso cui si diffondono questo genere di bugie: «L’errore non si propaga, non si amplia, non vive, che a una condizione: trovare nella società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. In essa, inconsciamente, gli uomini esprimono i loro pregiudizi, i loro odi, i loro timori, tutte le loro emozioni forti».

«Solo tre anni dopo, l'opinione pubblica viene a sapere, da un dossier di controinformazione di Stampa Alternativa (La droga nera) che la storia del ‘Barcone’ era una truffa: in realtà, come risulta dagli atti dell'istruttoria, il corpo di reato era mezzo grammo di hascisc ‘trovato’ in un cestino della spazzatura, e nessun giovane fu incriminato perché agli esami medici nessuno risultò aver consumato stupefacenti»[20].

Eppure anche Sergio Zavoli, in tv, dà credito all’allarme provocato dal caso del barcone e la «droga» diventa una questione nazionale. Era già successo, in positivo, un anno prima che la televisione fosse al centro di una mobilitazione dell’opinione pubblica senza precedenti: I giardini di Abele, inchiesta sul manicomio di Gorizia, aveva mostrato con chiarezza come la malattia mentale e la detenzione psichiatrica fossero i termini opposti di una questione da affrontare con urgenza.

La denuncia di Zavoli era stata senza appello: in manicomio nessuna cura è possibile. Ma la tossicodipendenza non è vista come una costola di un più generale problema sociale e psichiatrico, il tossicodipendente non è solo malato ma è anche vizioso, e anche per questo l’effetto del programma di Zavoli è ambiguo.

Malgrado, infatti, la premessa sia una chiara assunzione di responsabilità – «qualunque sia la proporzione di questo fenomeno siamo tutti coinvolti» –, lo speciale di TV7 racconta la chiusura del New Sporting Club, sostenendo che era avvenuta in seguito al fatto che alcuni giovani lì presenti «erano drogati», anzi che le droghe rientrassero nel menù delle serate: trecento lire il costo della tessera, a parte la consumazione di hascisc, marjuana, metedrina».

E aggiunge che nel barcone sono state trovate siringhe. Inizia ad essere messo a punto quello che diventerà lo stereotipo più diffuso degli anni a venire: «Tutti i giovani, prima di arrivare alle droghe pesanti, cioè cocaina ed eroina, sono passati attraverso il fumo acre e nauseante dell’hascisc. Si comincia con l’erba e si finisce con l’oppio» («Spesso i forti bevitori di caffè passano a droghe più pesanti come l’alcool e la morfina», recita uno studio del 1902).

La costruzione sociale dello stereotipo trova linfa anche nel servizio televisivo, e l’equazione droghe leggere = droghe pesanti passa senza alcuna opposizione autorevole: neppure Luigi Cancrini, presente al dibattito in studio, la smentisce. Mentre un colonnello dei carabinieri intervistato dice che la morfina già si usava dal dopoguerra, ma è la diffusione recente dell’hashish, a partire dal 1968, che ha contribuito a diffondere l’eroina.

Tuttavia, va detto, Zavoli non si limita a dare voce a questo tipo di preoccupazioni e mette in luce un dato che è sotto gli occhi di tutti: il problema più grave al momento è quello degli allucinogeni e delle anfetamine, o delle droghe fatte in casa con qualche prodotto comprato in farmacia. «La droga colpisce ormai indistintamente paesi progrediti e sottosviluppati. (…) In Svezia ci sono diecimila giovani intossicati da anfetamine. In alcuni casi si è ricorsi, da parte dei vari governi, a legislazioni speciali. Per esempio in Svezia gli anfetaminici sono stati aboliti, e in tutto il paese esiste un solo ospedale che può prescriverli e solo in casi particolari».

©VINCENZO CORAGGIO / LAPRESSE 14-04-2004 ROMA INTERNI TRASMISSIONE MAURIZIO COSTANZO SHOW NELLA FOTO IL PRF. LUIGI CANCRINI

Secondo Luigi Cancrini, che ho intervistat, l’effetto del programma di Zavoli è però in tutto e per tutto positivo: «Dobbiamo ricordarci», dice, «che il barcone era stato un vero e proprio attacco terroristico verso le tossicodipendenze». Sergio Zavoli spostò il dibattito su posizioni più attente alla persona del «drogato», modificando l’asse delle emozioni del pubblico. Questo movimento di opinioni era alla base della preparazione della futura legge, quella del 1975, che chiedeva una distinzione fra uso personale e spaccio.

Ma per la stampa esiste solo il problema delle droghe che danno pubblico scandalo, l’hashish appunto, perché si consuma in gruppo, perché è spesso, anzi sempre, collegato a uno stile di vita ostentato e insopportabile, ovvero il capellonismo, come si scrive un po’ ovunque. Ovviamente incoraggiato dai comunisti, che si fanno arrivare l’oppio direttamente dalla Cina maoista.

La propaganda anticinese

«Già a partire dai primi mesi del 1969 Il Tempo aveva fornito ai lettori una iconografia terroristica di un universo sociologico vagamente definito come “maoista”. Questo vago universo era il protagonista di sconcertanti fatti di “nera” e aveva una struttura aziendale del tipo seguente: la Cina e la Russia che da lontano finanziano, il Pci che ha il ruolo di regista, protettore e “PR man”, gli studenti e i cattolici di sinistra e gli extraparlamentari funzionano invece come truppe d’assalto; e infine i “capelloni drogati” (con molti stranieri) da Guardie Rosse di una rivoluzione culturale che ha per armi il sesso, la droga, la musica pop, tutto quello che è “drop-out”».

Questa idea della Cina comunista come fonte di approvvigionamento dell’oppio in realtà viene da lontano: l’ha messa in giro il Narcotic Bureau americano. «La Cina rossa sta attuando un piano ventennale di finanziamento delle sue attività politiche interamericane attraverso la diffusione dell’eroina, che le serve anche per stroncare la nostra gioventù».

Ma l’80 per cento dei narcotici diffusi nel mondo alla fine degli anni Sessanta provengono dalla Thailandia, dal Laos, dalla Birmania, da quei paesi, insomma da decenni sotto il controllo indiscusso delle potenze coloniali prima e degli Stati Uniti poi. Questo è chiaro, mentre meno chiaro, ancora, è il ruolo svolto dalla mafia. Ma questa, in effetti, è una storia già scritta.

© Riproduzione riservata