Con la ripresa dei lavori parlamentari, il grande dossier sulla giustizia che il guardasigilli Carlo Nordio è intenzionato ad aprire immediatamente è quello della separazione delle carriere.

Questione storica che divide avvocatura e magistratura ma anche la politica in modo trasversale, le prime audizioni informali cominceranno in commissione Affari costituzionali alla Camera il 6 settembre, con l’Associazione nazionale magistrati e il Consiglio nazionale forense. Trattandosi di una modifica costituzionale, serviranno due passaggi parlamentari e già la magistratura associata sta alzando barricate. Tanto che fonti di maggioranza, soprattutto provenienti da Fratelli d’Italia, fanno subdorare la volontà di procedere coi piedi di piombo.

In questo quadro politico di ripresa già molto complesso, tuttavia, la situazione reale all’interno delle procure italiane è ben diversa da quella di forza, ciclicamente rappresentata dal ministro che spesso ripete che «i pm hanno troppo potere». Se sul piano mediatico è certo che la magistratura inquirente goda di maggiori attenzioni rispetto a quella giudicante, su quello pratico nel corso degli ultimi anni la situazione si è progressivamente modificata.

Soprattutto per quanto riguarda la capacità di promuovere le indagini. Secondo i dati diffusi dal Csm a luglio scorso, infatti, le procure sono gli uffici giudiziari a soffrire di più per la carenza di organico: su 2.649 pm previsti sulla carta, ne mancano 426, con quindi circa il 16 per cento di posti vacanti, contro una scopertura nazionale complessiva del 15,5 per cento. Inevitabilmente, questo si riverbera sulla capacità degli uffici di portare avanti le indagini. 

Le nomine

Non solo. Negli ultimi anni, proprio le nomine dei vertici degli uffici di procura sono state oggetto del consueto turnover ma anche e soprattutto di moltissimi cambi in corsa a causa dei ricorsi contro le nomine del Csm. Tra le conseguenze del caso Palamara, che ha messo in luce i meccanismi di concertazione delle nomine ai vertici degli uffici, c’è stata infatti anche l’impennata di ricorsi al Tar per chiedere l’annullamento delle decisioni del consiglio. E l’ulteriore conseguenza di un Csm sempre più lento nel decidere le nomine, col risultato di molti uffici gestiti da capi facenti funzione.

Il primo caso è quello della procura più importante d’Italia, quella di Roma: dopo il pensionamento di Giuseppe Pignatone nel 2019 il Csm aveva nominato a succedergli il suo braccio destro, Michele Prestipino. Dopo lo scandalo Palamara, che ha riguardato proprio la nomina del vertice romano, la scelta di Prestipino è stata impugnata fino al definitivo annullamento da parte del Consiglio di Stato. Così, dopo quasi due anni di stallo e dubbi, alla fine del 2021 il Csm ha nominato al vertice l’attuale procuratore capo, Francesco Lo Voi. 

Complessa è stata anche la nomina del capo dell’altra procura chiave, quella di Milano, terremotata invece dallo scontro interno tra magistrati e finito sotto l’etichetta di caso Eni, con i veleni dei verbali di Piero Amara sulla Loggia Ungheria. In questo caso, il pensionamento del procuratore uscente Francesco Greco è avvenuto nel novembre 2021, la nomina del suo successore è arrivata ad aprile 2022 con Maurizio Viola. La sua nomina, però, è stata immediatamente impugnata dai due esclusi, Maurizio Romanelli e Gimmi Amato: bocciato il ricorso al Tar, ieri Romanelli ha presentato appello al Consiglio di Stato.

Caso a se rimane anche la procura di Napoli: il posto è vacante da maggio 2022, quando il Csm ha nominato Giovanni Melillo a capo della direzione nazionale antimafia. Nelle prossime settimane (ma ancora senza una data certa) il consiglio dovrebbe finalmente nominare il suo successore in un ufficio senza guida da un anno e quattro mesi e il nome più gettonato è quello di Nicola Gratteri, ma la contesa sarà dura.

In questo groviglio e nella debolezza strutturale delle maggiori procure del paese, la politica non ha ancora trovato la forza di intervenire se non con la proposta di separare le carriere. Eppure, la riforma Cartabia avrebbe gettato le basi per un riequilibrio del rapporto tra politica e toghe con la previsione – molto osteggiata in ambienti giudiziari – di prevedere che il parlamento debba fissare per legge i criteri generali di priorità nell’esercizio dell’azione penale da parte delle procure.

Una misura coraggiosa, che dovrebbe uniformare il panorama sull’obbligatorietà dell’azione penale (che oggi è invece in mano alle circolari che ogni procura fissa autonomamente), ma su cui il parlamento non si è ancora esercitato. 

Secondo parte della dottrina, con in testa il professor Giorgio Spangher, «trattandosi di materia ordinamentale sembrerebbe fondato ritenere che il destinatario sia il ministro della Giustizia, che presenterà alle Camere il provvedimento per la sua approvazione» in parlamento. Eppure su questo fronte, che potrebbe dare impulso al lavoro delle procure sia pure con possibili polemiche, nulla ancora si muove.

 

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