Chi gli ha parlato in questi giorni spiega che una sola cosa può placare il nervosismo di Matteo Salvini: l’approvazione prima delle europee della legge sull’autonomia differenziata. E, come il leader leghista ha abituato nel corso dei mesi, il suo nervosismo spesso corrisponde a mosse che disturbano la quiete del governo.

Il messaggio è stato recapitato anche a palazzo Chigi, da cui la premier Giorgia Meloni non ha preso bene né gli attacchi di Marine Le Pen durante la convention di Identità e democrazia, né tantomeno vedere gli applausi di quello che è pur sempre il suo vicepresidente del Consiglio..

E che Salvini si muove ormai in uno spazio sempre più angusto che non lo mette in condizione di lanciare ultimatum, non solo dentro al governo, ma anche nel suo partito.

Dentro la Lega

Per capire che le acque in casa leghista siano particolarmente agitate basta farsi un giro sui social. Ultimamente i militanti hanno iniziato a esporre striscioni contro Salvini. Ma, soprattutto, il blocco dei dirigenti del partito, a partire dai presidenti di Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, non sembra più essere così compatto al fianco del segretario.

Attilio Fontana, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga non si sono esposti pubblicamente. Ma la decisione di rifiutare la candidatura alle europee (in particolare di Zaia) così come la loro assenza alla convention di sabato a Roma, nonché la contrarietà, emersa negli ultimi consigli federali, all’ipotesi di candidare con la Lega il generale Roberto Vannacci, non sta aiutando Salvini.

La critica al segretario è univoca: non convincono più i suoi toni esasperati e la linea sempre più schiacciata sull’estrema destra e dimentica delle istanze dei territori, in particolare di quelli settentrionali dove ancora è localizzato l’elettorato leghista.

A questo, nelle ultime due settimane, si è aggiunto un ulteriore segnale preoccupante. Anche i gruppi parlamentari hanno iniziato a mostrare le stesse preoccupazioni. A esternarle, del resto, sono state le due voci più autorevoli in parlamento. Martedì il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, ha detto al Corriere della Sera che «dobbiamo recuperare sicuramente un po’ dell’identità che abbiamo perso negli ultimi anni», e «dobbiamo puntare a far emergere maggiormente quei temi che segnano la nostra storia: autonomia, fisco, pensioni, sicurezza, tutela della proprietà privata».

Parole pesanti e chiare, anche se anticipate dalla premessa che ormai è un esercizio di stile: «La leadership del segretario non è affatto in discussione». Ma soprattutto, la fotocopia di un’altra intervista data a Libero il 14 marzo dal capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, che esordiva con il «presupposto che il ruolo di Matteo non è in discussione», ma si concludeva con lo stesso concetto: «Prima delle europee dobbiamo chiarirci bene sulla linea politica della Lega da spiegare alla gente. Dobbiamo avere un posizionamento politico chiaro».

L’autonomia

Anche per questi movimenti, ormai non più sotterranei, Salvini punta a tornare ai fondamentali del credo leghista e si è convinto che sarà l’autonomia differenziata del disegno di legge Calderoli a traghettarlo incolume oltre le rapide delle elezioni europee.

Eppure l’iter in commissione Affari costituzionali alla Camera – presieduta da Nazario Pagano di Forza Italia – è tutt’altro che concluso. Le audizioni sul ddl sono circa a metà percorso, la maggior parte è stata chiesta dalle opposizioni che, anche in questo modo, stanno ritardando l’arrivo in aula del testo.

Al Senato, dove il ddl è già stato approvato, se ne sono svolte circa settanta, e alla Camera dovrebbero essere 89. Appena 17 sono in capo alla maggioranza. «Siamo ancora in fase istruttoria, le audizioni dovrebbero concludersi dopo Pasqua e poi comincerà la discussione generale», spiega il presidente della commissione, Nazario Pagano.

Tecnicamente i tempi per una approvazione definitiva prima delle europee ci sarebbero, anche perché dalla Lega arrivano voci di una probabile richiesta di calendarizzazione in aula a fine aprile.

Per la campagna elettorale

Certo è che, anche in caso di approvazione, la vittoria sarebbe solo formale. Il testo Calderoli è puramente procedurale di attuazione della riforma del Titolo V della Costituzione, modificato nel 2001. Dunque, prevede che l’autonomia di ogni singola regione, per entrare concretamente in funzione, debba attendere sia i decreti legislativi del governo per determinare i livelli essenziali delle prestazioni, sia la stipula di un formale accordo tra stato e regioni su quali competenze verranno devolute.

Passaggi, questi, che potranno richiedere fino a due anni e mezzo, dopo il sì al testo. Del resto, l’opposizione di FdI e Forza Italia è stata superata in Senato proprio grazie a questi correttivi, che hanno spostato a un futuro decisamente lontano e indefinito la concreta applicazione della riforma.

Per Salvini tutto questo è secondario, e punta all’approvazione da poter rivendicare in campagna elettorale, richiamando la stella polare della Lega delle origini. Ma Meloni, dal canto suo, non sembra avere né la predisposizione d’animo né l’interesse politico a dare all’alleato ciò che chiede.

Attualmente il messaggio di FdI è quello di tranquillizzare il Meridione. «Giorgia Meloni non consentirebbe mai un’autonomia che penalizzasse il Sud. Ci sono le valutazioni sui Lep che garantiscono equità e la legge sarà tale solo in presenza di garanzie inoppugnabili», ha detto il vicecapogruppo alla Camera di FdI, Alfredo Antoniozzi.

E fonti di Fratelli d’Italia, ma anche di Forza Italia, non nascondono lo scetticismo. Il ddl potrà anche essere approvato, ma l’attuale formulazione lo rende una vittoria di Pirro perché «passeranno anni e anni prima che, in concreto, si veda qualche effetto», e dell’applicazione di questa riforma «si continuerà a discutere per molto, molto tempo». Ma, in tempi di campagna elettorale, sventolare la bandierina dell’approvazione per la Lega è più che sufficiente.

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