Mentre il valore del rublo colava a picco, il bitcoin prendeva il volo. Dal giorno dell’invasione dell’Ucraina, il 24 febbraio, la più nota delle criptovalute è cresciuta anche del 30 per cento, arrivando a toccare quota 44mila dollari nella giornata del 3 marzo (nel momento in cui scrivo è nuovamente scesa a 38mila). C’è una relazione tra la crescita dei bitcoin e lo scoppio del conflitto?

Il timore, espresso anche dall’Unione europea, è che gli oligarchi colpiti dalle sanzioni stiano utilizzando i bitcoin per muovere i capitali e per continuare nei loro affari, facendone così salire il valore.

Per ricevere denaro tramite criptovalute, è infatti sufficiente possedere un wallet (il portafoglio digitale in cui i bitcoin e gli altri vengono custoditi), inviare tramite codice Qr il proprio indirizzo a chiunque sia interessato e ricevere da lui il denaro sotto forma di monete virtuali, aggirando completamente le banche e qualunque organo di vigilanza.

È questa la ragione che ha portato le criptovalute a riprendere vigore mentre il mondo restava col fiato sospeso?

In realtà, la possibilità di evitare le sanzioni usando i bitcoin potrebbe essere stata sopravvalutata. Prima di tutto, la blockchain – la tecnologia alla base di bitcoin e gli altri – è un registro per definizione pubblico e visibile.

Per quanto sia teoricamente anonimo, è già stato più volte dimostrato che attraverso un’attenta analisi dei flussi di denaro è possibile risalire alla persona o all’azienda che si trova dietro la stringa alfanumerica che rappresenta l’indirizzo del wallet.

«Il più grande fraintendimento relativo alle criptovalute rimane la credenza che non sia tracciabile e che sia principalmente usato per scopi illegali, cosa che non potrebbe essere più lontana dalla realtà», ha spiegato alla Cnbc Vijay Ayyar, vicepresidente dell’exchange (piattaforma di compravendita di criptovalute) Luno.

«Inoltre, la liquidità di questo settore è ancora una frazione del mercato valutario globale, di conseguenza muovere grandi somme di denaro usando criptovalute è particolarmente difficile». E questo vale a maggior ragione per le monete digitali studiate proprio per proteggere la privacy dei suoi utilizzatori, come Monero o Zcash, che hanno capitalizzazioni di mercato non superiori ai tre miliardi di dollari.

Servizi istituzionali

Ci sono altri aspetti da considerare. Prima di tutto, per quanto si possano sempre ricevere bitcoin indipendentemente da qualunque sanzione, per convertirli poi in denaro tradizionale bisogna passare non solo dalle banche, ma anche attraverso le piattaforme di compravendita di criptovalute.

Per quanto esistano ancora exchange poco trasparenti e che non seguono alcuna pratica di identificazione dei clienti, i più importanti e affidabili sono ormai dei servizi istituzionali, regolamentati e in alcuni casi, come quello di Coinbase, quotati in borsa.

«Non importa che la tua società gestisca dollari, oro, proprietà immobiliari o criptovalute, le regole sulle sanzioni si applicano a tutti», ha affermato su Twitter Brian Armstrong, fondatore di Coinbase.

«Di conseguenza, sarebbe un errore pensare che società come la nostra non seguano la legge. È ovvio che la seguiremo. È per questo che controlliamo che le persone che si iscrivono al nostro servizio non facciamo parte di alcuna lista nera e che blocchiamo le transazioni da indirizzi IP che potrebbero appartenere a entità o individui sanzionati, proprio come farebbe qualunque altro servizio finanziario regolato».

Inoltre, come ha sottolineato parlando con il New Scientist George Lopez, esperto di sanzioni economiche dell’università dell’Indiana, sebbene nazioni come la Corea del Nord siano state in grado di mettere in piedi delle complesse reti globale per aggirare le sanzioni tramite criptovalute, la Russia non ha avuto il tempo per prepararsi.

E allora qual è la ragione per cui non solo i bitcoin sono aumentati di valore, ma gli acquisti di criptovalute per cui è stato utilizzato il rublo sono aumentati anche del 259 per cento nei giorni successivi all’invasione?

Dagli oligarchi ai cittadini

Per capire che cosa sia successo, bisogna probabilmente spostare lo sguardo dagli oligarchi ai cittadini comuni. Sempre secondo Brian Armstrong di Coinbase, infatti, «molti cittadini russi ordinari stanno usando le criptovalute come ancora di salvezza, ora che la loro moneta è crollata».

Il rublo ha perso oltre il 30 per cento del suo valore rispetto al dollaro, rendendo il bitcoin – nonostante le sue note e ampie fluttuazioni – una sorta di rifugio per i propri risparmi.

Lo stesso stanno facendo gli ucraini: il volume degli scambi su Kuna – piattaforma di compravendite ucraina – è anche quadruplicato rispetto ai giorni precedenti all’invasione, anche in reazione alle stringenti norme finanziarie varate dalla banca centrale di Kiev.

La popolazione ucraina, d’altra parte, ha già da molti anni grande confidenza con le criptovalute, essendo la quarta nazione al mondo per tasso di adozione (la Russia è al 18esimo posto).

Lo stesso governo ucraino ha annunciato di poter ricevere donazioni in bitcoin ed Ethereum (la seconda criptovaluta per diffusione), pubblicando su Twitter gli indirizzi a cui inviare il denaro.

Essendo la blockchain pubblica, è possibile conoscere con precisione quanti soldi sono stati ricevuti. L’indirizzo relativo ai bitcoin, fino al 7 marzo, aveva ottenuto quasi 10 milioni di dollari, di cui oltre nove sono già usciti dal portafoglio elettronico (e quindi probabilmente convertiti in valuta tradizionale); mentre quello relativo a Ethereum ha ricevuto finora quasi 5 milioni di dollari da oltre 70mila persone nel mondo.

Nel complesso, la società di analisi Elliptic ha stimato che il governo e le Ong ucraine abbiano ricevuto 57 milioni di dollari in criptovalute e beni digitali, utilizzando anche strumenti decisamente poco ortodossi.

Nadya Tolokonnikova, fondatrice delle Pussy Riot, band russa nota per le sue proteste contro Putin, ha organizzato una raccolta fondi vendendo 10mila copie digitali della bandiera ucraina autenticate tramite Nft (la firma digitale basata su blockchain che certifica la proprietà di un bene virtuale), destinando i 6,7 milioni di dollari ottenuti a Come Back Alive, una fondazione che dal 2014 agisce in supporto dell’esercito ucraino.

Bene rifugio

Per quanto si tratti di cifre non indifferenti, questi quasi 60 milioni di dollari in aiuti sono un’inezia rispetto ai soldi che stanno arrivando tramite le donazioni più tradizionali.

È probabilmente molto più significativo che, forse per la prima volta nella storia, le criptovalute siano diventate uno strumento per proteggere il proprio denaro durante un conflitto. I bitcoin stanno mantenendo la promessa di diventare una sorta di “oro digitale”: un vero e proprio bene rifugio?

In realtà, la situazione è ambigua: nonostante la forte crescita delle criptovalute a cui si è assistito nei primi giorni di invasione, questa si è poi fermata e dal 2 marzo a oggi i bitcoin sono nuovamente scesi di oltre il 10 per cento (pur restando su valori ben più elevati rispetto a prima dell’invasione).

Inoltre, questo mercato sta iniziando a seguire sempre più spesso l’andamento dei tradizionali indici finanziari, anche a causa dell’esposizione dei grandi hedge fund, che nel 52 per cento dei casi – secondo uno studio Fidelity – hanno nei loro portafogli una parte di Bitcoin, Ethereum e gli altri.

Bene rifugio o asset speculativo? «Il bitcoin sta continuando a maturare e sta effettivamente sottraendo una quota di mercato dell’oro», ha spiegato sempre il vicepresidente di Luno Vijay Ayyar. «Ma perché questa visione si consolidi potrebbe volerci ancora molto tempo». 

Per certi versi, in una fase critica come quella che sta vivendo la popolazione ucraina, non è nemmeno così importante capire se le criptovalute possano proteggere i loro risparmi o metterli invece a rischio sulle montagne russe della volatilità: «Ci si preoccupa che i bitcoin negli ultimi giorni siano calati del 10 per cento o giù di lì», ha spiegato Alex Gladstein della Human Rights Foundation parlando con Vox. «Quale sarebbe l’alternativa per gli ucraini? Investirli nella borsa di Kiev? Investire nel mattone?».

Il fatto che la popolazione della Russia e dell’Ucraina si sia rivolta alle criptovalute in un momento di crisi ha portato il Washington Post a parlare di «prima cripto-guerra della storia». Ma per capire davvero quale possa essere l’entità – e l’utilità – di questa ulteriore evoluzione è ancora decisamente troppo presto.

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