I movimenti di opposizione ai diritti nati e cresciuti nell’alveo del cattolicesimo hanno da tempo piegato e tagliato i propri discorsi pubblici secondo modelli mutuati dal discorso scientifico, con un’opera di camouflage volta ad acquisire consenso in un contesto sociale secolarizzato.

E oggi questa strategia trova un ambiente più che favorevole, poiché non solo il pubblico ma anche chi opera nel campo dell’informazione ha sempre più difficoltà ad orientarsi nel proliferare di studi scientifici, reali o supposti.

La disinformazione, cioè la diffusione di fake news, è un ecosistema fecondo per la propagazione notizie pseudoscientifiche prodotte da forze reazionarie che prendono di mira i diritti di donne e persone lgbtq+.

Una prospettiva storica

Maggio 1981, Manifestazione a Roma del Movimento per la vita contro la legge sull'aborto

Il contrasto alla legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza è stato uno dei terreni privilegiati su cui si è esercitata la piegatura scientifica del discorso religioso fin dal referendum del 1981, con cui gli antiabortisti hanno cercato (senza riuscirci) di cancellare la gran parte della legge 194 del 1978.

«È un bambino. Ha 90 giorni. Dal 18esimo il suo cuore batte. Ora lo sapete. Vota sì al referendum per la vita» era scritto accanto all’immagine di un feto su un manifesto della campagna referendaria del Movimento per la vita.

Ma è stata proprio la scienza a regalare un’opportunità al discorso religioso. È stata l’esposizione anatomica operata dalla medicina occidentale a produrre quello che la storica Barbara Duden ha definito il «feto pubblico». Le tecniche di visione che mostrano per immagini l’interno dell’utero in gravidanza hanno contribuito a crearne e modellarne la percezione, consentendo di attribuire nuovi significati al non-nato.

Manifestazioni per i referendum del 1981 (foto Ansa)

La mossa di fondare le proprie verità nel discorso scientifico si è dispiegata con fervore tra il 2004 e il 2005, quando il non-nato è tornato alla ribalta con la legge 40 che regolamentava in modo restrittivo la procreazione medicalmente assistita e nella campagna referendaria promossa dal Partito radicale per abrogarne varie parti.

In questa occasione si è osservato come si stesse facendo strada una «mistica del Dna» o «mistica della genetica» che serviva alla compagine religiosa per fondare il proprio obiettivo politico ma che, allo stesso tempo, seduceva gran parte dell’opinione pubblica orientando una lettura della vita in chiave biologista, cioè su un’unica dimensione.

Una campagna e un articolo

Due settimane fa, mentre l’opinione pubblica reagiva con sdegno alle affermazioni secondo cui l’aborto non dovrebbe essere considerato un diritto neanche in caso di stupro – pronunciate nel corso di un convegno organizzato alla Camera con il supporto della Lega – l’associazione Pro Vita & Famiglia lanciava la campagna per «promuovere l’umanità del concepito».

Sempre la stessa solfa da 40 e passa anni. Manifesti stradali con un feto di pelle rosea all’ottava settimana di gravidanza, galleggiante in una specie di bolla di sapone su sfondo azzurro e accanto la scritta «Nove biologi su dieci mi riconoscono come un essere umano. E tu?».

Questa volta il riferimento scientifico è intrigante perché si aggancia ad un articolo pubblicato su una rivista inclusa nella National library of medicine, che si apre sulla garanzia di una peer review, cioè quel meccanismo di revisione operato dalla comunità scientifica sui contenuti circolanti all’interno della comunità stessa.

La campagna dell’associazione Pro Vita & Famiglia fa riferimento ad uno studio intitolato The Scientific Consensus on When a Human’s Life Begins (il consenso scientifico sull’inizio della vita umana), pubblicato sulla rivista Issues in Law & Medicine nel 2021, che –  citando lo studio stesso – ha coinvolto 5.577 biologi di 1.058 istituzioni accademiche di tutto il mondo.

L’articolo si basa su una survey (sondaggio) ed è teso a dimostrare che la massa di americani ha un’opinione circa l’origine della che vita si discosta da quella dei biologi in quanto sarebbe carente di conoscenze scientifiche.

Infodemia e metodo

Manifestazione e corteo di Non una di meno per la giornata per l'aborto sicuro, Milano, 28 settembre 2020 (foto Ansa)

Poiché l’infodemia è un problema reale e pervasivo abbiamo deciso di approfondire la questione con Lorenzo Montali, vicepresidente del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze (Cicap) e professore di psicologia sociale all’università Milano-Bicocca e con Daniela Ovadia, condirettrice del Neuroscience and society lab dell’università di Pavia ed autrice di libri divulgativi sulla comunicazione scientifica.

«La questione è interessante da un punto di vista metodologico, perché investe un problema generale che riguarda l’informazione, in primo luogo, ma anche i cittadini, e cioè: non abbiamo una preparazione metodologica sufficiente per distinguere fonti scientifiche buone e di valore inferiore perché nessuno ce l’ha mai insegnato», commenta Montale.

Entrambi gli esperti individuano nell’articolo criticità di varia natura, a partire metodologia utilizzata nel linguaggio – non viene ad esempio definito il concetto di vita, che può avere diversi significati a seconda del contesto – e nelle domande, che contengono già in sé la risposta.

Inoltre, «lo studio dimostra qualcosa di autoevidente. L’affermazione che la vita inizia dal concepimento può essere condivisa all’interno della comunità scientifica dei biologi ma come descrizione di un processo. Altro sono i comportamenti che ne derivano».

In generale, dice Montali, «è importante riconoscere che un singolo studio di per sé non è sufficiente per trarre conclusioni circa la natura di un fenomeno. Ne servono diversi, perché la scienza è il progresso di una comunità scientifica che impara a ragionare intorno ai suoi oggetti».

Una questione di qualità 

Entrambi gli esperti evidenziano che questi studi circolano in un mercato editoriale che ha fondamentalmente cambiato la sua natura negli ultimi decenni, riempiendosi di editori “predatori” che non attuano un’adeguata selezione dei prodotti scientifici.

«Lo studio in questione è scientifico? Sì, ma la qualità della scienza è variabile», afferma Ovadia. «Non tutto quello che viene pubblicato in peer review è garanzia di buona qualità; è il miglior meccanismo che abbiamo ma non è perfetto per vari motivi», sottolinea.

Inoltre «anche le riviste scientifiche hanno un editore e, come per tutte le pubblicazioni, l’editore dà una linea al giornale. Soprattutto in riviste giuridiche o sociologiche come in questo caso», spiega Ovadia.

L’editore

Una manifestazione pro life a Washington (foto EPA)

Andiamo a vedere chi è l’editore di questa rivista. Si tratta di un’organizzazione con sede in Indiana, il National legal center for the medically dependent and disabled, che annovera tra i suoi personaggi di rilievo James Bopp, avvocato repubblicano noto, tra l’altro, per aver collaborato a formulare legislazioni antiabortiste e come sostenitore di Trump.

La troviamo in una lista di enti pro-life fornita dal sito di Ewtn, rete televisiva statunitense con «programmazione a tema cattolico».

Il sito offre strategie per contrastare il «bigottismo antireligioso» e gli «antilife» come le organizzazioni per i diritti sessuali e riproduttivi.

In premessa alla lista, ad esempio, è scritto che è utile per contrastare l’idea che l’opposizione all’aborto venga da frange estremiste ristrette: «Se la Naral (National abortion rights action league) e la sua spregevole schiera riusciranno a convincere l’opinione pubblica che il movimento pro-vita è molto ristretto e non rappresentativo del mainstream americano (…) avranno ottenuto una grande vittoria psicologica».

Lo studio succitato puntualizza, in effetti, che la maggioranza di chi ha risposto al sondaggio si identifica come «non-religious» (63 per cento), «liberal» (89 per cento) e «pro-choice» (85 per cento).

Interpelliamo, infine, i siti che offrono scale di valutazione delle riviste scientifiche. L’impact factor è un indice che misura la media di citazioni di una rivista in un certo arco di tempo. Nel caso della Issues in Law & Medicine è di 0.71 cioè, commenta Montali, «nell’area della irrilevanza».

Sembra proprio che l’associazione Pro Vita & Famiglia ci abbia offerto un caso esemplare di junk science, scienza spazzatura. Coi tempi che corrono, è bene attrezzarsi a difendersene.

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