Mentre in piazza Dizengoff, nel centro di Tel Aviv, la gente passeggiava tranquillamente intorno alla fontana circolare ieri pomeriggio, migliaia di musulmani avevano risposto alla chiamata di Hamas che aveva invitato a una “giornata della rabbia”, scendendo in piazza in numerose capitali del mondo islamico. «Posso anche capire che protestino lì, o anche in Cisgiordania e a Gerusalemme», dice Nathan, un giovane israeliano seduto in una delle varie panchine della piazza. «Spero solo che non succeda in Europa o in altri paesi occidentali. Noi vi vediamo come luoghi vicino a noi, culturalmente, ed è difficile capire che ci siano manifestazioni pro-Palestina lì».

La sera precedente, piazza Dizengoff era stata teatro di una veglia spontanea in omaggio alle vittime dell’attacco di sabato sferrato da Hamas. Centinaia di candele illuminavano la serata tersa di giovedì. Giovani seduti per terra suonavano e cantavano. Passanti hanno acceso alcune candele rimaste sul bordo della fontana anche ieri pomeriggio. Un cartello poggiato su una panchina diceva: «Non ci sono parole». Un altro invece aveva un messaggio di tenor ben diverso.

«Sei proprio sicuro di voler sapere cosa c’è scritto? Dice: “Distruggete Gaza”» spiega Amir, che è venuto dai sobborghi di Tel Aviv per vedere come sta vivendo la città queste giornate. «Dovrebbero solo starsene a casa altro che protestare, dopo quello che è successo, non credi?», dice il giovane che sconsiglia di andare a Giaffa.

«Meglio rimanere nel centro di Tel Aviv». In passato, manifestazioni pro palestinesi si sono svolte in quella zona della città, a Sud rispetto al centro, e dove vive una nutrita comunità di arabo-israeliani, molti dei quali musulmani. Nei giorni precedenti, Hamas aveva chiesto una mobilitazione del mondo arabo a sostegno dei palestinesi.

L’intento era quello di rendere visibile la solidarietà con il gruppo che controlla la Striscia di Gaza e fermare «i piani israeliani per giudaizzare Gerusalemme e Al Aqsa», il terzo luogo sacro per l’islam. L’appello era arrivato da Khaled Meshaal, un ex leader di Hamas che adesso vive in Qatar. «Non credo che oggi sia diverso da ieri o dall’altro ieri. Non credo che questa storia della rabbia abbia molto influito sugli israeliani, che si preoccupano in questi giorni di ben altro.

Non c’è stata la paura vera di questa cosa, ha fatto più paura fuori che dentro Israele», dice Manuela Dviri, scrittrice e attivista originariamente di Padova, ma che vive in Israele da 55 anni.

«Secondo me in Europa chi manifesta non ha capito cos’hanno fatto, non capisce la differenza con una protesta, che può essere anche giusta, contro la politica israeliana nei Territori. Quella è una cosa su cui si può tranquillamente protestare. Ma non dopo che sono state fatte delle cose veramente inimmaginabili, più che da Isis direi da nazisti, fuori da ogni capacità umana di capire».

Calma irreale

Migliaia di persone ieri hanno manifestato in vari paesi a sostegno della Palestina, a quasi una settimana dall’attacco di Hamas. Almeno 11 palestinesi sono stati uccisi in scontri con le forze armate israeliane in scontri in varie città dei territori occupati, come Hebron e Ramallah, secondo l’Associated Press, con proteste anche a Gerusalemme est, oltre che in Cisgiordania.

In Giordania, che conta una comunità palestinese enorme, hanno manifestato più di 10mila persone, radunate dai Fratelli musulmani. Altre manifestazioni ci sono state a Baghdad e nelle capitali di Yemen, Malesia, Pakistan, Afghanistan e Iran. A Islamabad, Teheran e Kabul i manifestanti hanno bruciato bandiere israeliane e degli Stati Uniti.

A Giaffa invece ieri regnava una calma irreale. Il venerdì, che oltre a essere giorno di preghiera, è sempre un giorno particolarmente vivace. La gente affollava i suoi numerosi bar e ristoranti, faceva compere al famoso mercato delle pulci e nei negozi di artigianato.

«Qui gli arabi sono molto più ragionevoli che in altri posti. A parte i pochi fuori di testa che abbiamo anche qui» dice Aron, un tassista sessantasettenne nato a Giaffa. «Dovrebbero protestare contro Hamas, per quello che hanno fatto a noi e per come tratta la gente di Gaza» continua Aron. La polizia era molto visibile anche qui. Poliziotti per strada, ma anche vari blindati giravano per le strade del quartiere. I negozi e i bar erano quasi tutti chiusi.

Poca gente camminava per strada. Tal Arbel, una stilista israeliana che vive a Giaffa da 10 anni e che qui ha un negozio, dice che la convivenza tra ebrei e musulmani qui ha sempre funzionato, anche se spesso è meglio tenere determinate questioni da parte. «Ci sono state manifestazioni a Giaffa negli anni scorsi, ma credo che questa volta sarà diverso», dice a Domani in italiano. Arbel ha tenuto chiuso il negozio da quando ci sono stati gli attacchi di Hamas.

Lei era in Italia, dove fa produrre le scarpe e le borse che disegna e vende nel suo negozio, ed è tornata domenica, prima del previsto, per stare con il figlio di un anno e mezzo che aveva affidato ai nonni mentre era via. «Sono nelle chat Facebook delle mamme della scuola di mio figlio, nessuno parla degli attacchi e molti musulmani qui stanno raccogliendo provviste e aiuti per le famiglie colpite. Penso che le dimensioni del danno stavolta siano tali, con immagini così brutali, che spero tanto che nessuno manifesti qui».

«Perché se ci saranno manifestazioni violente qui a Giaffa stavolta, temo che sarà un momento di non ritorno per questa comunità. Significherà che non possiamo più vivere insieme».

 

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