Quest’anno ricorre ottantesimo anniversario del rastrellamento nazista degli ebrei romani. Quel 16 ottobre 1943 è ricordato come il sabato nero della comunità ebraica romana; quel giorno furono catturate 1259 persone, di queste 1020 furono deportate ad Auschwitz, di cui 207 bambini.
Dopo due giorni di prigionia presso il Collegio Militare di Trastevere, gli ebrei catturati verranno caricati su un treno che partirà dalla stazione Roma Tiburtina in direzione della Polonia, dove arriveranno quattro giorno dopo, il 22.
Al loro arrivo 820 furono immediatamente inviati alle camere a gas, gli altri 196 saranno selezionati come lavoratori schiavi; tornarono in Italia solo in 16, 15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino. Nessun bambino si è salvato.

La retata del Ghetto ebraico di Roma è il più consistente rastrellamento di ebrei in Italia, che avviene cronologicamente dopo quelli di Merano (16 settembre) e Trieste (9 ottobre).
I tedeschi dopo l’8 settembre hanno avuto  immediatamente le idee chiare sulla fine degli ebrei italiani: fino a quel momento erano stati uno strumento in mano ai fascisti, una merce di scambio con i tedeschi da usare alla bisogna a seconda delle necessità del momento; dall’occupazione in poi la condizione degli ebrei cambierà radicalmente in peggio.

Il furto

Non è facile capire quando e da chi, Herbert Kappler, comandate del presidio tedesco a Roma, ricevette l’ordine di deportare gli ebrei romani, se il 12 o il 18 settembre, o in un’altra data, se direttamente da Berlino o attraverso il capo delle SS in Italia Karl Wolff. Quello che è certo è la volontà di Berlino di portare avanti la “soluzione finale” anche nel nostro paese, senza nessuno sconto.

Prima della deportazione gli ebrei romani subirono il furto di 50 kg d’oro e dei loro beni culturali e religiosi più preziosi.
Il 26 settembre Ugo Foà, presidente della Comunità ebraica romana, e Dante Almassi, presidente delle Comunità israelitiche d’Italia, furono convocati in questura per comunicazioni, nell’ufficio del Comandante della polizia tedesca di Roma Kappler, il quale senza troppi giri di parole gli disse: «Non abbiamo bisogno delle vostre vite, né di quelle dei vostri figli, abbiamo bisogno invece del vostro oro. Entro 36 ore voi dovete versare cinquanta chilogrammi di oro, altrimenti duecento ebrei saranno presi e deportati in Germania».
Tutto l’oro necessario fu raccolto, anche con l’aiuto dei romani non ebrei, anzi secondo il sito www.16ottobre1943.it, si arrivò ad un totale di 80 kg, più un paio di milioni di lire in contanti. Il Vaticano promise che avrebbe colmato ogni eventuale ammanco rispetto alla cifra stabilita; non ci fu bisogno di questo aiuto.
Fu un risultato molto significativo, tanto sentito dalla popolazione ebraica da farla illudere che questo oro potesse metterli in salvo dai pericoli.
Oltre all’oro, nei giorni successivi, partì dalla capitale un treno con due vagoni merci carichi di beni culturali saccheggiati dai tedeschi al Tempio Maggiore, alla Biblioteca ebraica e al Collegio rabbinico.

La scelta dei nazisti

Il Tempio Maggiore di Roma (foto ANSA)

Il rastrellamento doveva avvenire prima del 16 ottobre, l’idea era di realizzarlo il primo di quel mese, ma i vertici tedeschi romani avevano posizioni diverse da Berlino, soprattutto il console Eitel Friedrich Moellhausen, che convinse Kappler a recarsi da Kesserling per chiederegli cosa ne pensasse di questa deportazione.
I due proposero al Feldmaresciallo di seguire il modello di Tunisi e utilizzare gli ebrei romani come lavoratori coatti. Kesserling da un lato non voleva mettersi né contro Hitler né contro Himmler, ma alla fine acconsentì a rinviare momentaneamente l’operazione.
La risposta ufficiale che spazzava via questi indugi arrivò direttamente da Ernst Kaltenbrunner, capo dell’importantissimo Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich: «In particolare, l’immediata e completa eliminazione dell’ebraismo in Italia è di particolare interesse per le attuali condizioni politiche nazionali e la sicurezza generale in Italia».

La posizione di Berlino era troppo forte, Moellhausen, Kappler e Kesserling si dovettero arrendere, intanto il 5 ottobre era già arrivato a Roma Theodor Dannecker, stretto collaboratore di Eichman e specialista nel trattamento della questione ebraica. Dannecker pretese da Kappler l’elenco degli ebrei romani, già pronto perché realizzato dagli uffici della Demorazza, e con questi predispose un piano organizzativo del rastrellamento da realizzarsi con la collaborazione della questura di Roma.

Il rastrellamento

La razzia ebbe inizio alle 5,30 del mattino di sabato 16 ottobre, 300 soldati tedeschi, coadiuvati da 20 agenti di polizia italiani, iniziarono l’inseguimento degli ebrei romani.
L’epicentro di questa caccia fu il ghetto ebraico, ma nessun quartiere fu risparmiato: Trastevere, Testaccio e Monteverde furono tra quelli con il maggior numero di arresti.
I nazisti con in mano gli elenchi degli ebrei cominciarono a salire casa per casa sfondando le porte, consegnando agli allibiti abitanti un foglietto in sei punti dove c’era scritto che si era trasferiti, senza specificare dove, e che bisognava portare documenti, viveri per otto giorni, effetti personali, denaro e gioielli, chiudere casa e portare con sé anche gli ammalati gravissimi perché a destinazione ci sarebbe stata un’infermeria. Il tutto in 20 minuti.

Giacomo Debenedetti così ricorda quei momenti: «I tedeschi bussarono, poi non avendo ricevuto risposta sfondarono le porte. Dietro le quali, impietriti come se posassero per il più spaventosamente surreale dei gruppi di famiglia, stavano in esterrefatta attesa gli abitatori, con gli occhi da ipnotizzati e il cuore fermo in gola».

Senza pietà

I nazisti sottrassero 7mila volumi dalle biblioteche del ghetto (foto ANSA)

Il 16 ottobre è la rappresentazione della Shoah; intere famiglie inermi sono spazzate via o spezzate tra di loro, persone che, colte nel sonno, bambini, anziani, donne e malati sono le vittime di questa immane tragedia.
Non c’è nessuna pietà: Gabriella e Lauretta Leoni (12 e 17 anni), seppur battezzate, sono comunque deportate; Beniamino Philipson (63 anni), ammalato di Parkinson e paralitico, è deportato con la sua sedia a rotelle; Marcella Perugia e Costanza Sonnino sono entrambe incinte al nono mese, anche loro deportate.
Marcella partorisce nei due giorni in cui gli ebrei sono prigionieri al Collegio Militare, quella creatura non avrà mai un nome e rimane registrato come “neonato Di Veroli”; verrà ucciso all’arrivo ad Auschwitz insieme alla madre e ai fratelli (fonte L. Fontana Gli italiani ad Auschwitz)

Chi si salva lo fa perché riesce a nascondersi o da amici o in ambienti protetti come le case religiose; in vari casi a fare la differenza è la fortuna o proprio il caso.

Il rastrellamento avviene in tutta Roma, tutt’attorno al Vaticano, sotto gli occhi del papa Pio XII; la posizione della chiesa rimane molto prudente, non verrà espressa una condanna per quanto stava accadendo. Le mosse del Vaticano si attivarono dietro le quinte, il papa mandò il suo segretario di stato a parlare con l’ambasciatore tedesco in Vaticano; quest’ultimo consiglia al porporato di non intromettersi in questa questione per non rischiare l’incolumità della Santa sede.

L’immagine

Di quello che accade il 16 ottobre non abbiamo né foto né immagini, le uniche rappresentazioni di cui possiamo disporre di quanto è accaduto le dobbiamo ad Aldo Gay, un ebreo romano, pittore autodidatta che immediatamente dopo essere fuggito alla razzia, prende la matita per rappresentare quello che aveva appena visto. Le immagini rappresentate, con un tratto rapido ma sicuro, restituiscono tutto il dramma di quello che è avvenuto; azzardando un paragone, sembrano quelle ben più note, del Sonderkommando di Auschwitz David Olère.
L’opera di Gay è importantissima per due motivi: in primo luogo perché grazie all’immagine così apertamente realistica ci materializza quello che concretamente è accaduto in quelle tremende ore, inoltre ci manifesta la voglia di comunicare quello che è successo, che è una grande forma di resistenza, perché ci fornisce ulteriori strumenti per capire e conoscere e quindi poter condannare la mortifera ideologia nazista.

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