Cultura

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Rimbaud era un mistico visionario che abitava nello spazio digitale

Il poeta francese René Char definì Arthur Rimbaud «il primo poeta di una civiltà non ancora nata». Oggi quella civiltà è nata: è la nostra. È la civiltà del web e della solitudine, della dissociazione mentale e della connessione perenne, della globalizzazione esausta e prossima al collasso. Per l’accademia Rimbaud reca con sé un vago senso di colpa, il luccichio d’una coscienza sporca da esiliare all’ombra di Baudelaire. Al contrario, i poeti, dal citato Char a Pound, da Luzi a Crane, da Bertolucci a Zanzotto, da Eliot a Gatto, da Pasolini a Claudel, ammettono la gravità del virus (termine più che mai attuale) inoculato da Rimbaud nel corpo millenario della poesia.

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Buone cose di pessimo gusto, solo il Kitsch ci dice chi siamo

Milan Kundera scriveva che «il Kitsch è l’eliminazione della merda dalla vita». Che è quello che ci offrono gli influencer su Instagram