Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza della Corte d'Assise di Milano che ha condannato all'ergastolo Michele Sindona per l'omicidio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli


Che l'attività apertamente intimidatoria svolta da Cavallo contro Calvi fra l'autunno del 1977 e la primavera del 1978 fosse strumentalmente connessa con quella svolta da Guzzi emerge con certezza sia da considerazioni logiche che da precise circostanze di fatto. In primo luogo, l'attività di Cavallo ebbe inizio nel novembre 1977 - dopo che i primi interventi mediatori di Licio Gelli, sollecitati da Guzzi, non avevano ottenuto alcun risultato, e quando perciò Sindona si era evidentemente convinto che tali interventi andassero accompagnati da pressioni ben più risolute - e cessò nella primavera del 1978, subito dopo che Calvi, versando la somma richiestagli, aveva ceduto alle pretese di Sindona, insistentemente patrocinate e fatte valere nei suoi confronti dall'avvocato Guzzi. Guzzi e Cavallo poi, oltre ad agire nello stesso periodo di tempo, nei confronti della stessa persona e per conto dello stesso mandante, tendevano dichiaratamente al medesimo risultato, ossia ad ottenere che Calvi versasse del danaro a Sindona, ed a sostegno delle loro richieste adducevano la medesima pretestuosa motivazione, facendo espresso riferimento all'assunta di una posizione creditoria di Sindona derivante da una società di fatto con Calvi.

L'avvocato Agostino Gambino di Roma, facente parte del collegio di difesa di Sindona, riferì al Giudice Istruttore che, probabilmente nel 1977, Luigi Cavallo si era presentato nel suo studio per parlargli dello stesso Sindona, e gli aveva mostrato un opuscolo che lo riguardava. L'avvocato Michele Strina, collega di studio di Guzzi e anche lui difensore di Sindona, deponendo in istruttoria riferì che nell'autunno del 1977 Sindona gli aveva telefonato da New York preannunciandogli la visita del giornalista Luigi Cavallo, il quale gli avrebbe sottoposto degli elementi in suo possesso e che potevano tornare utili.

Egli verso l'ottobre-novembre di quell'anno aveva così ricevuto il Cavallo, il quale gli aveva mostrato una copia dell'opuscolo "Agenzia A" interamente dedicato a Roberto Calvi e contenente riferimenti a conti correnti svizzeri e ad operazioni finanziarie irregolari, fra cui quella concernente la società Zitropo. Convintosi che si trattasse di materiale ricattatorio, aveva licenziato il Cavallo e in seguito aveva invitato Sindona a non mandare più nel suo studio individui del genere.

Aggiunse il teste di avere parlato a Guzzi della visita di Cavallo, e che il collega lo aveva informato di avere anch'egli incontrato tale persona, traendone l'impressione che si trattasse di individuo torbido dal quale occorreva guardarsi. In sede di confronto con Guzzi - il quale ha sempre negato di avere avuto con Cavallo contatti di sorta Strina, nel confermare tutti gli altri fatti prima riferiti, attenuò la sua affermazione concernente l'incontro Guzzi-Cavallo, limitandosi a dichiarare di avere saputo, in un modo che non ricordava, che Cavallo aveva preso contatto con i difensori romani di Sindona (tali erano Guzzi e Gambino, mentre Strina, benchè associato con Guzzi, aveva lo studio a Milano), e che in seguito a ciò si era in lui radicata la convinzione che lo stesso si fosse incontrato con Guzzi (226/209). All'udienza dibattimentale del 9.10.85 Strina ha modificato alcune delle precedenti affermazioni, dichiarando di avere avuto due visite del Cavallo nel 1976 per colloqui che concernevano Sindona, il quale gli aveva preannunciato telefonicamente la prima di tali visite. Ha sostenuto che dopo le sue deposizioni istruttorie aveva appurato, parlandone con i colleghi, che il difensore romano di Sindona con il quale Cavallo si era incontrato non era Guzzi, come da lui in un primo tempo erroneamente creduto, ma Gambino.

Ha in sostanza confermato le altre circostanze riferite in istruttoria, compresa quella della visita fattagli da Cavallo nell'autunno del 1977, precisando che tale visita era avvenuta dopo che a Milano erano stati affissi i manifesti murali contro Roberto Calvi.

Il contrasto fra le originarie affermazioni di Strina e quelle di Guzzi su un eventuale incontro fra quest'ultimo e Cavallo non può essere risolto in base a risultanze probatorie di assoluta certezza. Non può tuttavia non rilevarsi, da un lato, quanto poco sia convincente l'assunto di Strina di essere incorso in errore con la prima, precisa e specifica affermazione sull'incontra Guzzi-Cavallo e, dall'altro, quanto sia improbabile la tesi che Cavallo, intendendo consultarsi con i legali di Sindona sugli attacchi che stava svolgendo contro Calvi, non avesse incontrato proprio l'avvocato Guzzi, ossia l'unico di questi legali che per incarico di Sindona stava in quei mesi conducendo con Calvi la trattativa diretta al conseguimento del medesimo risultato al quale erano finalizzati quegli attacchi.

Quale che fosse la verità su questo particolare, le dichiarazioni di Strina, comunque, forniscono un'ulteriore conferma del fatto che Cavallo nella sua attività ricattatoria contro Calvi operava per incarico di Sindona, e dimostrano che secondo i propositi di quest'ultimo. Cavallo avrebbe dovuto agire di concerto con i legali.

In sostanza Sindona, secondo un modo di agire per lui abituale e che nel presente processo, come emergerà dall'esposizione che segue, trova altri esempi nelle attività intimidatorie ai danni di Enrico Cuccia, di Giorgio Ambrosoli e di Nicola Biase, intendendo estorcere del danaro a Calvi, operò su due piani distinti ma convergenti verso il medesimo risultato.

Da un lato, infatti, pose in essere attività apertamente ricattatorie rivolte a spaventare la vittima in modo da renderla arrendevole alle sue richieste e ciò servendosi di persona adatta a svolgere il lavoro "sporco", dall'altro lato, condusse per mezzo del suo legale una trattativa apparentemente corretta, della quale tuttavia la vittima doveva percepire, e percepì, il collegamento strumentale con la contemporanea attività intimidatoria.

L'importante funzione di questa trattativa apparentemente corretta era quella di offrire la possibilità di uno sbocco concreto a tale attività intimidatoria, attraverso il raggiungimento di una intesa del cui rispetto Guzzi con la sua personale autorevolezza si rendeva garante nei confronti di Calvi, e con la quale si dovevano raccogliere i frutti del ricatto mediante una operazione finanziaria di cui occorreva concordare i termini e le modalità.

Una chiara dimostrazione ulteriore della funzione di sostegno che l'attività minatoria di Cavallo svolgeva nei riguardi dell'azione di Guzzi si desume dalla busta della seconda lettera estorsiva inviata da Cavallo a Calvi e prodotta, come si è detto, da Clara Canetti. Tale busta infatti contiene due distinti elementi che collegano la lettera minatoria alla persona dell'avvocato Guzzi: il primo di essi è costituito dalla stampigliatura con la data e l'ora della consegna, impressa sulla busta con l'apposito apparecchio usato nella portineria della sede di Milano del Banco Ambrosiano, dove evidentemente la lettera era stata recapitata a Calvi.

Questa stampigliatura dimostra che la lettera estorsiva venne recapitata il 13 dicembre 1977, quindi lo stesso giorno nel quale era fissato, e avvenne, l'importante colloquio di Guzzi con Calvi, e poche ore prima del colloquio medesimo. E poichè è difficile pensare che si fosse trattato di una pura coincidenza; deve logicamente concludersi- che quella lettera aveva proprio il compito di suscitare in Calvi ulteriori preoccupazioni e timori in modo da prepararlo psicologicamente all'incontro con Guzzi.

Il secondo elemento consiste nel fatto che quella busta, come risulta dalla relativa intestazione, proveniva dall'Hotel Hilton di Zurigo, dove l'avvocato Guzzi aveva soggiornato il 12 dicembre 1977, ossia il giorno precedente a quello in cui la lettera estorsiva venne recapitata a mano nella portineria del Banco Ambrosiano.

Quindi, anche se le relative modalità di fatto non si sono potute accertare, un legame fra quella lettera estorsiva di Cavallo e l'avvocato Guzzi sicuramente vi fu, non potendosi certo ritenere che contro costui il caso si fosse così diabolicamente accanito da porre in essere, per mera coincidenza, due distinti elementi che in modo del tutto autonomo l'uno dall'altro ricollegano questa missiva alla sua persona.

Con memorie difensive da lui trasmesse alla Corte durante il dibattimento, e dopo la sua estradizione anche con dichiarazioni rese personalmente, Luigi Cavallo - approfittando del fatto che Clara Canetti era stata in grado di produrre solo fotocopie, e non gli originali, delle due lettere estorsive dirette a Calvi - ha disconosciuto la paternità delle due missive, assumendo che si trattava di contraffazioni, eseguite probabilmente mediante fotomontaggi.

Ritiene la Corte che tale disconoscimento, da parte del Cavallo, sia mendace, e che proprio lui avesse invece formato, sottoscritto ed inviato a Calvi le lettere di cui si tratta. Prima di tutto, infatti, l'assunto del Cavallo non trova sostegno, sul piano probatorio, nel fatto che delle due missive fossero state prodotte solo delle copie fotostatiche, essendo ben possibile che Clara Canetti, come da lei dichiarato, dopo la morte del marito avesse rinvenuto fra le sue carte soltanto delle fotocopie di tali documenti, e non gli originali che forse Calvi aveva riposto altrove o aveva distrutto.

Vari elementi, poi, concorrono nel confortare la convinzione dell'autenticità delle due lettere. Si rileva, al riguardo, che tali messaggi estorsivi, per il loro contenuto, la loro finalità ed il tempo in cui vennero inviati, si inserivano perfettamente nella campagna di attacco a Calvi che in quel periodo Cavallo stava conducendo per incarico di Sindona, e della quale egli stesso, nelle dichiarazioni rese in istruttoria, ammise in sostanza la destinazione ricattatoria.

Inoltre lo stile, efficace, preciso e tagliente, con il quale le due missive sono scritte, richiama chiaramente quello di Cavallo, quale si nota nei numerosi documenti di sua provenienza esistenti in atti. Significativa è poi la circostanza che altre fotocopie delle stesse lettere, nonchè del testo dattiloscritto allegato alla prima lettera e della busta della seconda, erano inserite in una cartella intestata a Roberto Calvi, rinvenuta nell'archivio segreto che Licio Gelli conservava in Uruguay.

Non si vede infatti per quali ragioni l'ipotetico falsario, dopo avere contraffatto con oscure finalità le due lettere a firma Cavallo ed averne fatto pervenire una fotocopia fra le carte di Calvi in modo da consentirne la produzione, avrebbe dovuto farne inserire un'altra copia anche nell'archivio di Gelli mentre da parte di quest'ultimo poteva avere un senso, a fine di documentazione della vicenda, conservare una copia delle lettere estorsive autentiche. Ma nemmeno sotto il profilo dello scopo della falsificazione, e dell'interesse ad eseguirla, si riesce a vedere un minimo di plausibilità nell'assunto della contraffazione delle due lettere.

Non può infatti ipotizzarsi che le missive fossero state falsificate al fine di costruire una prova spuria a carico di Luigi Cavallo, dato che quando queste vennero prodotte la partecipazione di costui all'operazione estorsiva di cui si tratta era già esaurientemente dimostrata dal contenuto dei suoi attacchi di stampa a Calvi, interpretati alla luce delle sue stesse ammissioni istruttorie, nelle quali aveva riconosciuto di avere agito per incarico di Sindona e per ottenere che al medesimo venisse versato del danaro da Calvi.

Queste lettere - e specificamente la busta in cui era contenuta la missiva recapitata il 13 dicembre 1977 - costituiscono invece, come si è detto, un importante elemento di prova a carico di Rodolfo Guzzi. Ma l'ipotesi che questo fosse stato il fine dell'asserita contraffazione non può, francamente, essere presa in seria considerazione.

Non può infatti credersi che qualcuno, intendendo rafforzare il quadro probatorio a sostegno del concorso di Guzzi nell'operazione estorsiva, fosse ricorso all'infernale macchinazione di costruire due lettere ricattatorie apocrife facendole apparire come inviate a Calvi non dallo stesso Guzzi bensì da Cavallo, ma facendo in modo che sulla busta di una di queste figurassero degli elementi che collegavano le missive alla persona del legale di Sindona. Tanto più che l'ipotetico falsario avrebbe dovuto sapere che il colloquio Guzzi-Calvi era avvenuto proprio il 13 dicembre 1977, e avrebbe dovuto prevedere che in seguito ad indagini istruttorie eseguite all'estero sulla base di generiche indicazioni desunte dall'agenda di Guzzi, sarebbe emerso che costui il giorno precedente aveva soggiornato all'Hotel Hilton di Zurigo.

Del tutto manifesta è la partecipazione di Sindona e di Cavallo all'estorsione di cui si tratta. Il primo infatti fu l'ideatore, il regista ed il beneficiario dell'operazione criminosa, mentre il secondo fu colui che, per incarico dell'altro, esercitò nei confronti di Calvi gravi e persistenti pressioni ricattatorie attraverso una campagna di stampa e con lettere nelle quali si minacciavano ulteriori e sempre più compromettenti rivelazioni - tanto da costringere lo stesso, il quale evidentemente aveva molto da nascondere come si è visto anche trattando dell'operazione Zitropo, a versare a Sindona la somma di 500.000 dollari in cambio di una tregua in tali attacchi.

Rodolfo Guzzi, il cui contributo materiale allo svolgimento e alla consumazione dell'operazione estorsiva emerge dalla esposizione che precede, si è sempre difeso sostenendo di avere agito in buona fede, e di essersi limitato a trattare con Calvi, attraverso Licio Gelli e direttamente, per far valere il credito di Sindona derivante dalla società di fatto e per concludere la vendita della villa di Arosio e ottenere il pagamento del relativo prezzo.

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