Pubblichiamo un estratto dell’introduzione del volume Morti per disperazione, di Anne Coase e Angus Deaton, appena uscito in italiano per il Mulino


Tutti gli anni trascorriamo il mese di agosto nel borgo di Varney Bridge sul fiume Madison, in Montana, con vista sulle montagne della Madison Range. Ci eravamo ripromessi di indagare sul legame tra felicità e suicidio, se sia vero che i luoghi infelici – regioni, città o paesi i cui abitanti lamentano pessime condizioni di vita – sono anche i luoghi in cui il suicidio è più comune.

Negli ultimi dieci anni, la contea di Madison ha avuto un tasso di suicidi quattro volte superiore a quello della contea di Mercer, nel New Jersey, dove trascorriamo il resto dell’anno. Eravamo curiosi soprattutto perché di solito ci sentivamo felici nel Montana, e la gente attorno a noi sembrava altrettanto felice.

Abbiamo scoperto, strada facendo, il rapido aumento dei tassi di suicidio tra gli americani bianchi di mezza età. E abbiamo trovato qualcos’altro che ci ha lasciati veramente perplessi.

Gli americani bianchi di mezza età denunciavano altri tipi di sofferenza: riferivano più dolori e un peggioramento generale della salute, non quanto beninteso la generazione più anziana – la salute peggiora con l’età, dopo tutto – ma con un divario in progressiva riduzione. La salute degli anziani migliorava, mentre peggiorava nella mezza età. Sapendo che il dolore può condurre le persone al suicidio, era possibile immaginare un collegamento tra i due fenomeni?

Siamo tornati ai Center for Disease Control, abbiamo scaricato i dati e abbiamo fatto i nostri calcoli. Con nostro grande stupore, non aumentava solo il numero di suicidi tra i bianchi di mezza età, ma di qualsiasi tipo di decesso.

La mortalità non cala più

FILE - This Feb. 19, 2013, file photo shows OxyContin pills arranged for a photo at a pharmacy in Montpelier, Vt. A bipartisan congressional investigation released Wednesday, Dec. 16, 2020, found that key players in the nation’s opioid industry have spent $65 million since 1997 funding nonprofits that advocate treating pain with medications, a strategy intended to boost the sale of prescription painkillers. (AP Photo/Toby Talbot, File)

Abbiamo pensato di esser partiti col piede sbagliato. I tassi di mortalità in costante diminuzione sono stati una delle migliori e più consolidate caratteristiche del XX secolo. La mortalità complessiva non dovrebbe essere in aumento per alcun gruppo di grandi dimensioni. Esistono beninteso delle eccezioni, come la grande epidemia di influenza (la spagnola) alla fine della prima guerra mondiale o la mortalità giovanile per Hiv/Aids di trent’anni fa. Ma il costante calo dei tassi di mortalità, specialmente nella mezza età, è stato uno dei più grandi (e più affidabili) risultati del XX secolo, facendo salire l’aspettativa di vita alla nascita non solo negli Stati Uniti ma in altri paesi ricchi di tutto il mondo.

Cosa stava accadendo? I suicidi non erano abbastanza numerosi da giustificare l’inversione a livello di mortalità. Abbiamo cercato di capire quali altre cause ne potessero essere responsabili. Con nostra sorpresa, un ruolo significativo lo avevano gli «avvelenamenti accidentali». Come può essere?

Le persone bevono forse accidentalmente disgorganti o diserbanti? Nella nostra innocenza (di allora), non sapevamo che gli «avvelenamenti accidentali» definissero la categoria che comprendeva le overdose di droghe, o che fosse in corso un’epidemia di morti per oppioidi già consolidata e ancora in rapida crescita.

Anche i decessi per malattie epatiche legate all’abuso di alcol erano in rapido aumento, quindi i tassi di mortalità in più netta ascesa derivavano da tre cause: suicidi, overdose di droga ed epatopatia alcolica. Questi tipi di decessi sono tutti autoinflitti, sia all’istante con una pistola, sia più lentamente e con minore certezza dell’esito finale nella tossicodipendenza, sia ancor più lentamente attraverso l’alcol.

La definizione che abbiamo adottato di «morti per disperazione» serve soprattutto per disporre di un’etichetta adatta a riassumere le tre cause messe insieme. Di quale tipo di disperazione, economica, sociale o psicologica, si trattasse esattamente, non lo sapevamo e non lo sospettavamo.

Morire senza laurea

Brittany Cunningham 31, shows off her tattoo which reads, "Love Yourself" on her left forearm in Nelsonville, Ohio, on Friday, July 24, 2020. "Those are to hide the suicide scars," she said. (AP Photo/Wong Maye-E)

Quando una persona muore, viene compilato un certificato di morte e una delle caselle raccoglie le informazioni sul livello d’istruzione del defunto. Ecco un’altra sorpresa. L’aumento delle morti per disperazione si concentrava quasi esclusivamente tra i soggetti privi di laurea di base (bachelor, la laurea breve). Mentre chi è in possesso di questo titolo ne risulta per lo più esente, sono i non laureati le persone a rischio. Ciò ci ha particolarmente sorpreso, considerando che il suicidio, per oltre un secolo, è stato generalmente più diffuso tra le persone istruite.

La laurea sta dividendo sempre di più l’America e gli effetti straordinariamente benefici del titolo di studio sono un tema costante di questo libro. Il divario crescente tra le persone con e senza laurea non riguarda solo la morte ma anche la qualità della vita; tra i non laureati si osserva un aumento dei livelli di dolore cronico, di cattiva salute e di grave disagio psichico e diminuiscono la capacità di lavorare e i livelli di socializzazione.

Il divario si va anche allargando in termini di reddito, di stabilità familiare e di rapporti di comunità. La laurea è diventata l’indicatore chiave dello status sociale, come se i non laureati indossassero un contrassegno circolare con la parola «laurea» barrata in rosso.

Tra gli americani non laureati rileviamo tassi di nuzialità decrescenti, mentre continuano ad aumentare le convivenze e la percentuale di figli nati fuori del matrimonio.

Molti uomini di mezza età non conoscono i propri figli, essendosi separati dalla donna con cui un tempo convivevano, e i figli nati da quella relazione vivono oggi con un uomo che non è loro padre. Il conforto  che poteva dare la religione organizzata, specialmente nelle chiese tradizionali, è oggi spesso assente.

Le persone hanno un minore attaccamento al lavoro; molti sono completamente esclusi dal mondo produttivo, e sempre meno sono quelli che rimangono a lungo fedeli a un datore di lavoro che, a sua volta, investe su di loro, su una relazione che, secondo molti, era fonte di status e uno dei pilastri di una vita ricca di significato.

Un tempo erano anche più numerosi gli iscritti ai sindacati, i quali esplicavano una funzione di sostegno dei salari e aiutavano i lavoratori ad assumere un certo controllo sul posto di lavoro e sulle condizioni lavorative. In molte città la sede del sindacato era uno dei fulcri della vita sociale. I buoni salari che una volta sostenevano l’aristocrazia dei colletti blu sono in gran parte svaniti e la produzione è stata sostituita da lavori nei servizi: ad esempio, nella sanità, nella preparazione e somministrazione alimentare, nei servizi di guardiania e pulizia, nonché nei settori della manutenzione e delle riparazioni.

La nostra storia di morti per disperazione, di dolore, dipendenza, alcolismo e suicidio, di lavori peggiori a salari più bassi, di una diminuita nuzialità e di allontamento dalla religione è una storia che riguarda prevalentemente gli americani bianchi, ma non gli ispanici, privi di titolo di studio universitario.Ci sono forze socioeconomiche che hanno reso la vita dei membri della classe operaia sempre più difficile.

Non vi è dubbio che il crollo delle norme sociali che vietavano di avere figli fuori del matrimonio – crollo che all’inizio è parso a molti profondamente liberatorio – abbia imposto un pesante dazio nel lungo periodo.

I giovani che pensavano di poter vivere una vita disimpegnata si sono ritrovati, nella mezza età, soli e alla deriva. Il distacco dalla religione è forse un fenomeno analogo, ma è anche possibile concepirlo come l’incapacità della religione organizzata di adattarsi ai cambiamenti politici ed economici e di continuare a fornire significato e conforto in un mondo in costante cambiamento.

La catastrofe salariale

Tenuto conto dell’inflazione, i salari mediani dei maschi americani hanno ristagnato per mezzo secolo; per i bianchi non laureati la perdita di potere d’acquisto tra il 1979 e il 2017 è stata del 13 per cento. Nello stesso periodo, il reddito nazionale pro capite è cresciuto dell’85 per cento. La positiva inversione di tendenza che si è pure verificata tra il 2013 e il 2017 per i salari dei meno istruiti resta di dimensioni assai ridotte rispetto al declino di lungo periodo.

Dalla fine della Grande Recessione, tra il gennaio del 2010 e il gennaio del 2019, si sono creati quasi 16 milioni di nuovi posti di lavoro, ma meno di 3 milioni di questi sono andati a non laureati. Solo 55.000 posti erano riservati a diplomati.

Il prolungato declino salariale è una delle forze più potenti  che operano a danno degli americani meno istruiti. Ma un semplice richiamo alla disperazione provocata dal calo degli standard di vita non può, da solo, spiegare tutto quello che è accaduto.

Il calo dei salari ha coinciso con la crisi nel mercato del lavoro – il passaggio da lavori migliori a lavori peggiori – e molti sono usciti dal novero della popolazione attiva perché i lavori peggiori sono poco attraenti, perché i posti di lavoro sono pochi o perché non possono spostarsi facilmente, o per una combinazione di tutti questi motivi. Il peggioramento della qualità del lavoro e la rinuncia al lavoro hanno conseguenze che non possono ridursi a una mera perdita finanziaria.

La mancanza di posti di lavoro ben retribuiti costituisce una minaccia per le comunità e per i servizi che esse forniscono, quali scuole, parchi e biblioteche. Il lavoro non è solo fonte di reddito; è alla base dei riti, degli usi e delle routine quotidiane della classe operaia.

Distruggi il lavoro e otterrai la cancellazione della classe operaia. La perdita economica non è l’unica né la principale causa della disperazione, che viene alimentata piuttosto dalla perdita di significato, di dignità, di orgoglio e di rispetto di sé che accompagna la rinuncia al matrimonio e la dissoluzione della comunità.

Potremmo dunque guardare ai fallimenti personali e sostenere che, nell’economia moderna, è impossibile farsi strada senza una laurea e che le persone dovrebbero semplicemente coltivare la propria istruzione. Non abbiamo nulla contro l’istruzione ed è certamente vero che la sua importanza è cresciuta nel tempo. Vorremmo anzi vedere un mondo in cui possa proseguire gli studi fino al livello universitario chiunque sia in grado di trarne beneficio e ne abbia l’intenzione. Ma non accettiamo la premessa fondamentale che i non laureati siano inutili per l’economia.

La calamità sanitaria

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Spesso si identificano i principali colpevoli di questi problemi nella globalizzazione e nel cambiamento tecnologico, che hanno compresso il valore del lavoro meno istruito, sostituendolo con manodopera straniera più a buon mercato o con macchine che costano meno. Anche altri paesi ricchi, in Europa come altrove, devono vedersela con la globalizzazione e con il cambiamento tecnologico, ma non hanno registrato una prolungata stagnazione dei salari, né un’epidemia di morti per disperazione. C’è qualcosa di diverso, in America, che risulta particolarmente venefico per la classe operaia.

Il crescente potere economico e politico delle grandi imprese e il declino del potere economico e politico dei lavoratori consentono a quelle di incamerare profitti a spese della gente comune, dei consumatori e in particolare dei lavoratori.

Nel peggiore dei casi, questo potere ha permesso ad alcune industrie farmaceutiche, sotto l’ombrello di licenze governative, di lucrare miliardi di dollari dalle vendite di oppioidi che creano dipendenza e che sono stati falsamente spacciati come sicuri, e di realizzare profitti a spese della distruzione di vite umane.

Più in generale, il sistema sanitario americano è un  esempio di istituzione che, sotto la protezione del potere politico, redistribuisce il reddito verso l’alto a ospedali, medici, produttori di dispositivi sanitari e aziende farmaceutiche, offrendo al contempo risultati sanitari tra i peggiori nel panorama dei paesi ricchi.

I produttori di oppioidi sono sotto processo, tuttavia, l’aggressiva commercializzazione di prodotti farmaceutici rivolta a medici e pazienti è tuttora in corso, così come sono ancora in vigore le regole in base alle quali la Food and Drug Administration ha approvato l’uso di quella che è, essenzialmente, eroina legalizzata. Molti di coloro che hanno seguito lo scandalo degli oppioidi scorgono ben poche differenze tra il comportamento dei trafficanti di droghe legali e i fornitori illegali di eroina e cocaina disprezzati e condannati dal mondo intero.

I problemi del settore sanitario vanno ben oltre lo scandalo degli oppioidi. Gli Stati Uniti spendono ingenti somme di denaro per conseguire tuttavia uno dei peggiori risultati del mondo occidentale in ambito sanitario. 

Come rimediare

La disuguaglianza è profondamente biasimata per i suoi effetti nocivi. Noi vediamo nella disuguaglianza sia una conseguenza che una causa; se ai ricchi è permesso accumulare denaro attraverso processi ingiusti che comprimono i salari e aumentano i prezzi, la disuguaglianza sicuramente aumenterà. Ma non tutti si arricchiscono in questo modo.

Alcune persone inventano nuovi strumenti, farmaci o prodotti o nuovi modi per fare le cose e portano benefici a molti, non solo a sé stessi. Il loro profitto proviene dal miglioramento e dal prolungamento della vita altrui. È una buona cosa che i grandi innovatori si arricchiscano; fare non è lo stesso che prendere. Non è la disuguaglianza in sé a essere ingiusta,  quanto piuttosto il processo che la genera.

Chi rimane indietro si preoccupa del declino del proprio tenore di vita e della carenza di rapporti con la comunità, non del fatto che Jeff Bezos (di Amazon) o Tim Cook (di Apple) siano ricchi. Tuttavia, la situazione diventa intollerabile quando si comincia a pensare che la disuguaglianza sia frutto di imbrogli o favori speciali.

Molto può essere addebitato alla crisi finanziaria. Prima di allora, molti credevano che i banchieri sapessero cosa stavano facendo e che i loro stipendi li guadagnassero servendo l’interesse generale. Successivamente, quando in tanti sono rimasti senza lavoro e senza casa, e i banchieri hanno continuato a riscuotere le loro prebende senza essere chiamati in causa, il capitalismo americano ha iniziato ad apparire più come un racket estorsivo che come il motore della prosperità generale.

Non pensiamo che la tassazione sia una soluzione per la ricerca di posizioni di rendita; il modo giusto per sconfiggere i ladri è impedir loro di rubare, non aumentare loro le tasse. Dobbiamo fermare l’abuso e la sovraprescrizione di oppioidi, non tassare i profitti. Dobbiamo correggere il processo, non cercare di emendare i risultati.

Il problema per le persone meno istruite sono i salari stagnanti e in calo, non la disuguaglianza in sé e per sé, e in effetti buona parte della disuguaglianza è il risultato di una compressione dei salari funzionale all’arricchimento di una minoranza. Un’azione di contrasto delle posizioni di rendita sarebbe molto utile per ridurre la disuguaglianza.

Quando i proprietari di un’azienda farmaceutica accumulano ricchezze favolose grazie ai prezzi elevati, al prolungamento della durata dei brevetti, alle autorizzazioni e alle normative a loro favorevoli che, grazie ai loro lobbisti, hanno convinto il governo a concedere, contribuiscono notevolmente alla disuguaglianza, sia comprimendo i redditi reali di coloro che devono pagare i medicinali sia incrementando i redditi di quelli che si trovano in cima alla piramide della distribuzione.

Nemmeno una tassazione confiscatoria dei ricchi apporta un significativo sollievo ai poveri, perché questi sono numerosi mentre i ricchi sono pochi.

Nel mondo di oggi, tuttavia, dobbiamo considerare il processo che funziona in direzione opposta: spremere anche piccole quantità di denaro a ciascun soggetto all’interno di un gran numero di lavoratori può consentire ai ricchi che agiscono in tal senso di ammassare enormi fortune. Questo è quanto sta accadendo oggi e a cui dovremmo porre fine.

Disuguaglianza e democrazia

I bianchi della classe operaia non pensano che la democrazia possa aiutarli; nel 2016 oltre due terzi di loro credevano che le elezioni fossero controllate dai ricchi e dalle grandi aziende, per cui votare non era importante. L’analisi condotta dai politologi sui modelli di voto nel Congresso supporta tale scetticismo; sia i parlamentari democratici che quelli repubblicani votano costantemente secondo gli interessi dei loro elettori più facoltosi, curandosi poco degli interessi degli altri.

Alla fine del XIX secolo il giudice Louis Brandeis si batté contro il comportamento scorretto dei grandi monopoli e fu poi nominato alla Corte suprema da Woodrow Wilson, diventandone il primo componente ebreo. Brandeis pensava che l’estrema disuguaglianza fosse incompatibile con la conservazione della democrazia.

Questo valeva sia per la disuguaglianza «buona» che per quella «cattiva»; non importa come le persone siano diventate ricche se anche coloro che hanno guadagnato la loro ricchezza legittimamente la impiegano per calpestare i diritti e gli interessi dei non ricchi.

Per noi, il modo migliore per affrontarla è frenare la ricerca di posizioni di rendita, il lobbismo e l’uso improprio del potere del mercato che sta dietro la disuguaglianza più spinta, arrestando questo processo ingiusto. Ma se ciò risultasse impossibile, una riduzione dell’influenza della ricchezza sulla politica potrebbe essere perseguita introducendo elevate aliquote marginali d’imposta o, meglio – ma sarebbe in pratica assai più difficile – una patrimoniale.

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