Lo scontro a distanza tra il primo ministro Mario Draghi e il leader della Lega Matteo Salvini sulla delega fiscale approvata dal consiglio dei ministri senza il voto della Lega continua, rischiando di annebbiare la sostanza dell’intervento che cambierà le tasse per tutti gli italiani.

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Dopo che Salvini lo ha accusato di aver nascosto nella delega fiscale una patrimoniale, il premier ha risposto dal consiglio europeo in Slovenia dicendo che il governo «non tocca le case degli italiani» e «non aumenta le tasse a nessuno», prendendo quasi a prestito gli slogan populisti del suo interlocutore.

I leghisti hanno replicato plaudendo le dichiarazioni del primo ministro, ma contemporaneamente hanno chiesto che il parlamento tolga ogni riferimento alla riforma del catasto dal testo.

Incontro in programma

In attesa che Draghi e Salvini si incontrino - dovrebbe accadere a giorni – il dato politico è che il leader della Lega non sembra intenzionato a uscire dal governo, ma a prolungare la sua personale battaglia No Tax contro la ridistribuzione fiscale.

Chiede modifiche in parlamento, ma stiamo parlando di una legge delega: significa che il parlamento delega al governo il compito di redigere un testo di cornice che pone i principi generali e i decreti che invece sostanziano le misure. Ai pareri e alle modifiche del parlamento il governo è tenuto a rispondere e a presentare le sue osservazioni, ma non è tenuto a modificare la legge. E allora cosa c’è realmente dentro la delega fiscale?

Riforma del catasto

La verità è che sul catasto è stato fatto un compromesso su cui tutti i partiti al tavolo dell’esecutivo avrebbero potuto muovere contestazioni. Per far approvare il provvedimento, la legge prevede: primo, il rafforzamento degli accertamenti sugli immobili abusivi e sulla correttezza dei dati catastali rispetto a quelli fiscali da parte dell’agenzia delle entrate e dei comuni e, secondo, l’accostamento alle rendite catastali dei valori immobiliari aggiornati a partire dal primo gennaio 2026, senza che questo possa condurre a un aumento dell’imponibile.

Draghi ha rivendicato che quella sul catasto è «una operazione trasparenza» che finirà secondo alcuni esperti a far pagare meno «la maggioranza dei contribuenti». 

L’affermazione è plausibile solo ammettendo che ci sarà a un certo punto chi pagherà di più e chi di meno, per esempio coloro che dai piccoli centri del sud è emigrato al nord mantenendo casa nel paese di origine.

Oppure prendendo semplicemente alla lettera il testo approvato dal consiglio dei ministri, al momento infatti si tratta soprattutto di far emergere i due milioni di immobili che non sono fiscalmente dichiarati pur essendo presenti nel catasto.

Compromessi peggiori

Se avesse voluto condurre una battaglia in nome della giustizia sociale anche il leader del Pd Enrico Letta avrebbe avuto tutte le ragioni per protestare per questo compromesso in cui, stando alla lettera della legge delega, chi paga meno del dovuto teoricamente potrà continuare a farlo. Tuttavia, Letta da premier ha fatto un compromesso persino peggiore: fu lui da capo di un esecutivo sostenuto anche da Forza Italia – il quid era quello di Angelino Alfano – a cancellare l’Imu.

Così, mentre non c’è mai un politico che ricordi il 20 per cento di italiani circa, spesso i più giovani, non proprietari di casa, lo scontro sul catasto rischia di distogliere l’attenzione da molto altri aspetti della riforma che porteranno a cambiamenti profondi per i cittadini.

Taglio dell’Irpef

In generale l’efficacia della delega fiscale dipende soprattutto nel rafforzamento degli strumenti e della cornice regolatoria per lo scambio dei dati con l’agenzia delle entrate.

Il tema centrale resta, però, quello della rimodulazione dell’Irpef, la tassa sul reddito delle persone fisiche: i decreti dovranno diminuire il carico fiscale sui redditi medi, mettendo fine ad anni di interventi improvvisati, di bonus affastellati uno sull’altro, che hanno creato differenze eccessive delle aliquote marginali tra contribuenti con redditi non distanti.

Nella legge delega si dichiara l’obiettivo generico di aumentare l’offerta di lavoro per i percettori di secondo reddito, cioè le donne, e i giovani, ma non è chiaro se questo sarà tradotto in provvedimenti ad hoc.

Per il capitolo Irpef il rischio è piuttosto che il governo accontenti un parlamento che non vuole rinunciare alla tradizione di regalare regimi ad hoc ad alcune categorie, come il regime forfettario dedicato agli autonomi varato dal governo giallo verde o la cedolare secca sui redditi derivanti dagli affitti, ennesima cortesia ai proprietari di immobili.

Viene anche prevista «l’armonizzazione della tassazione sui risparmi». Sui redditi da capitale, che vanno dagli interessi sui mutui e sui depositi ai dividendi delle partecipazioni societarie, il disegno va in direzione di una graduale introduzione di una aliquota unica.

Titoli di stato e depositi

Significa, giusto per citare le attuali iniquità che prima o poi l’imposizione sui titoli di stato, oggi bassa per incentivare gli italiani ad acquistare il debito dello stato, potrà essere parificata a quella sui depositi e conti correnti, il reddito da capitale più diffuso tra i ceti sociali più bassi.

Iva e ambiente

Sul fronte dell’Iva, invece, la legge delega annuncia una riorganizzazione delle aliquote che porterà sicuramente a una riduzione del loro numero. In più prevede di includere nel ricalcolo dell’Iva anche l’impatto sull’ambiente dei consumi, in nome del Green deal e ovviando alla mancata introduzione di una carbon tax.

Per attuare l’intera riforma al momento sono stati previsti tre miliardi di euro, due nel 2022 e uno a partire dal 2023. Molto poco, anche se è difficile al momento capire gli effetti del disegno complessivo.

La delega, infatti, fa prevedere decreti che scadenzeranno il passaggio graduale dall’attuale sistema fiscale a uno molto diverso. E se Draghi ripete nessuno pagherà più tasse, viene da chiosare “per ora”. Alla fine e per fortuna una ridistribuzione dovrebbe esserci, si spera nella direzione più equa.

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