Lo specialista delle acquisizioni, l’uomo che ha gestito le più importanti operazioni di aggregazione della finanza italiana, sostituisce il banchiere che aveva fatto del no a ogni acquisizione il suo mantra. A vederla così la scelta del banchiere di investimento Andrea Orcel a succedere a Jean-Pierre Mustier come amministratore delegato di Unicredit, ufficializzata ieri dal consiglio di amministrazione dell’istituto di credito, può sembrare un contrappasso e una porta aperta alle operazioni di fusione tra cui, come è noto, la politica romana mette al primo posto Monte dei Paschi di Siena. Eppure, se c’è qualcosa che si sa di Orcel, nominato in piena di crisi di governo, è proprio la distanza dalla politica e dai suoi meccanismi.

Il sostegno dei soci

Il nome di Orcel era quello maggiormente voluto dalle fondazioni azioniste di Unicredit, in particolare la fondazione Cariverona e Crt, dove è conosciuto da vent’anni, e dalla Delfin di Leonardo Del Vecchio. Del resto, sui documenti della fusione tra Unicredit e Capitalia, anno 2007, c’è la sua firma: fu lui a gestire l’operazione che ha dato vita all’attuale gruppo quando era capo per l’Europa della divisione global market e investment banking di Merryll Lynch. Ed è stato a lungo consulente della Unicredit di Alessandro Profumo, quella divenuta grande, cresciuta di acquisizione in acquisizione, tra cui proprio quella delle casse di risparmio di Verona e Torino a quella della tedesca Hvb, fondamentale per le sorti e il posizionamento dell’istituto. Non è un caso, dunque, che nei giorni in cui Profumo stava per uscire di scena, allora anche per le critiche delle fondazioni, circolasse il nome proprio di Orcel come un suo possibile successore al comando di quello che grazie a Profumo era diventato un colosso del credito.

Candidato al dopo Profumo

Ne parlavano, per esempio, intercettati al telefono l’ex numero uno della Cassa depositi e prestiti, Claudio Costamagna, che aveva conosciuto Orcel quando entrambi lavoravano in Goldman Sachs, e il lobbista Luigi Bisignani, il giorno dopo le dimissioni di Profumo e appena otto giorni prima che venisse alla fine scelto come amministratore delegato di Unicredit, quello che allora era il suo vice, Federico Ghizzoni. Secondo i brogliacci dell’inchiesta P4, in cui era indagato Bisignani, allora Costamagna definiva Orcel così: «È abituato a lavorare da solo e della politica non gliene frega niente». Un altro protagonista delle chiamate con Bisignani, Enrico Tommaso Cucchiani, all’epoca consigliere di Unicredit e più tardi consigliere delegato di Intesa San Paolo, riferisce all’uomo della tangente Enimont, un altro commento di Costamagna secondo cui Orcel «sarebbe stato pericoloso, un solista, uno di cui non si poteva fidare».

Il rapporto con Mps

Il resto è storia nota, Orcel non arrivò mai al timone di Unicredit e nemmeno a quello di Santander, altra banca di cui è stato a lungo consulente e che gli aveva prospettato un ruolo da amministratore delegato. Arriva a Unicredit dieci anni dopo la cacciata di Profumo, nel mezzo di una stagione che si annuncia di nuova trasformazione per il mondo del credito italiano e europeo, voluto anche da azionisti che possono vedere la lontananza dalla politica come un pregio, a maggior ragione visto che il presidente designato Pier Carlo Padoan dalla politica arriva senza soluzione di continuità.

L’ex presidente di Ubs, da banchiere di investimento di alto livello, conosce molto bene tutti i protagonisti con cui dovrà avere a che fare. Del Monte dei Paschi di Siena è stato advisor a ridosso della vicenda Antonveneta. All’epoca Orcel ha prima assistito Santander di Emilio Botin nell’acquisizione di parte di Abn Amro e poi Monte dei Paschi di Siena di Giuseppe Mussari per l’aumento di capitale successivo all’acquisizione dell’istituto di credito padovano Antonveneta dal Santander (che Mps incorporò al costo di nove miliardi rispetto ai 6,6 sborsati da Santander, senza contare i sette miliardi e 600mila euro di debiti che Anatoveneta vantava con la capogruppo Abn Amro).

Con la fama di mago delle acquisizioni, l’arrivo di Orcel non equivale a un via libera a un’aggregazione, ma piuttosto alla garanzia di avere al timone un manager che conosca vantaggi e ostacoli di una possibile operazione in Italia o oltreconfine, ancora complicata dal quadro regolatorio. Tanto più che il suo arrivo è stato voluto dai soci proprio per scongiurare una operazione che possa non essere negli interessi della banca, come ha rassicurato pubblicato il presidente uscente Cesare Bisoni.

Orcel oltre all’investment banking conosce il wealth management e molto meno la banca commerciale, ma potrebbe essere essere l’uomo che guida la svolta tecnologica di Unicredit. L’annuncio sulla scelta è stato anticipato, ma il calendario ufficiale delle nomine della banca al momento rimane invariato: Mustier dovrebbe presentare il bilancio 2020 e poi per il cambio al timone bisognerà aspettare l’assemblea del 15 aprile che è quella in cui deve essere votata la nuova lista di candidati per il consiglio di amministrazione compreso il presidente designato Padoan.

La reazione del mercato

Nel frattempo la situazione del Monte dei Paschi peggiora: Mps deve dare chiarimenti urgenti entro la fine del mese alla direzione concorrenza della Commissione europea sul dove trovare i fondi per l’aumento di capitale da almeno due miliardi che le serve per chiudere comunque il 2021 in perdita di oltre mezzo miliardo. Il nuovo piano industriale cerca di tornare a bilanci sostenibili e esclude una profonda ristrutturazione tecnologica.

Di fronte a questo scenario ancora piena di incognite sulla strategia di Unicredit, il mercato ha prezzato il nome di Orcel positivamente, ma meno delle attese di un analista come Mediobanca e meno anche delle attese dei soci che speravano nella rapidità della scelta dell’amministratore delegato. Il titolo dell’istituto di credito che era crollato di circa il dieci per cento con l’annuncio dell’uscita di Mustier alle prime indiscrezioni sulla scelta di Orcel ha reagito con un forte rialzo in Borsa, chiudendo la seduta del 26 gennaio con un aumento del 4,5 per cento, rialzo che però non ha retto al trend di vendite di ieri. Il risultato è che il divario rispetto ai valori di novembre deve essere ancora colmato.

 

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