A Foggia dove la società foggiana, mafia spietata e crudele, sventra le serrande dei negozi con gli ordigni e terrorizza la città sono pochi quelli che continuano a raccontare. Tra quei pochi c’è Francesco Pesante che, insieme a un collega, ha messo in piedi un sito, si chiama l’Immediato.

Quest’anno compie otto anni, quasi un decennio a raccontare malefatte, illeciti, politici corrotti, ma soprattutto i poteri criminali e chi ne garantisce lunga vita. Per capire il rapporto tra editoria, politica e informazione in Puglia bisogna partire da questa avanguardia di denuncia e informazione dove di recente sono venuti a chiedere notizie anche i colleghi della Cnn e, da sempre, quelli delle testate nazionali.

Sul sito c’è una sezione dedicata alla mafia foggiana, ignorata per anni, e in grado di mettere sotto scacco una città e una provincia. Ci sono i racconti degli scontri a fuoco, dei morti ammazzati, delle bombe ai negozi, ma anche dei potenti compiacenti e delle imprese cresciute tra pizzo e collusione.

Fanno i cronisti, ma diventa eccezione. «Quando scriviamo le notizie da soli siamo più esposti a ritorsioni, ma non ci lamentiamo e andiamo avanti», dice Pesante che fronteggia cause civili, querele per diffamazione e minacce via web. Anche le compagnie assicurative, dopo accurata analisi del rapporto costi benefici, hanno rifiutato la richiesta di una copertura assicurativa. Il rischio di cause civili è troppo alto.

L’ex giornale di Pesante si chiama L’Attacco, esiste ancora e si occupa di attualità e cronaca nera, ma la società vecchia che lo editava è fallita. Alcuni giornalisti si sono ritrovati in una situazione paradossale. 

A distanza di anni per alcuni processi persi, dove erano difesi da legali d’ufficio e non avevano la tutela del giornale, hanno ricevuto le cartelle esattoriali, l’agenzia delle entrate vuole i soldi delle imposte di registro, le spese processuali e le ammende comminate. Una cartella può arrivare anche a una cifra di tremila euro e i cronisti si trovano a chiedere la rateizzazione mentre la società, che risponde in solido, è ormai irraggiungibile perché fallita. «Ci può essere sfuggito qualcosa o qualcuno, ma noi abbiamo sempre garantito una tutela legale. Sulle cartelle esattoriali assumo l’impegno di occuparmene e valutando i singoli casi di dare un contributo economico», dice il direttore responsabile Piero Paciello.

Paciello era legale rappresentante della società poi fallita e oggi la nuova società vede come socio il padre. «Quel fallimento è un dolore, ma sono saltati i finanziamenti pubblici, sono saltati gli inserzionisti ed è finita così. Oggi facciamo un prodotto innovativo e proviamo anche con pubblicità nazionali a raccontare il territorio senza condizionamenti», garantisce Paciello. 

Se ci spostiamo sul litorale il quadro peggiora. Qualcuno ha preferito fare un passo indietro, quasi obbligato. Gennaro Tedesco è un cronista e si era messo in testa di raccontare la malavita che detta legge sul Gargano. La chiamano la mafia dei montanari.

Mestiere addio

Un’organizzazione criminale che ammazza usando kalashnikov o la lupara bianca con le vittime che scompaiono e i loro corpi che non si trovano più. Tedesco ci ha provato per anni. Ha lavorato per varie testate guadagnando 600 euro al mese, ma con quei soldi non campi, fai la fame e di gloria non si vive.

Tedesco si ritiene perfino fortunato, quella cifra sembrava già una fortuna. Scrive ancora, ma vive di consulenze. Solo con le notizie non riesce a tirare avanti. «Sono nati nuovi giornali in questi mesi, ma pagano come quelli vecchi: dieci euro a pezzo, di giornalismo puro non si campa e ti fai male come è successo a me».

A Gennaro Tedesco la malavita ha bruciato due volte la macchina. «Devo dirti la verità, dopo quei fatti mi sono ridimensionato perché mi hanno intimidito, ho un sito dove continuo a scrivere, ma non si può ‘morire’ di mestiere».

Dopo gli incendi Tedesco è stato circondato da affetto e solidarietà, ma poi tutto è tornato a essere sempre uguale, dallo stipendio all’isolamento. Alla fine hanno vinto loro, le intimidazioni hanno avuto l’effetto sperato neutralizzando una voce libera.

Nell’informazione pugliese, però, qualcosa è successo di recente con il ritorno in edicola di una testata storica: La Gazzetta del Mezzogiorno. Dopo il fallimento della vecchia società, sono arrivate due offerte ai curatori fallimentari. A contendersi il quotidiano barese, attorno al quale girava il futuro di 140 dipendenti, c’erano due gruppi imprenditoriali.

Da una parte il gruppo Ladisa che inizialmente aveva ottenuto la gestione della testata, ma poi è uscito sconfitto avviando un’altra iniziativa editoriale: L’edicola del sud. Dall’altra c’era la società Ecologica del gruppo Miccolis, impegnata nel settore delle bonifiche e dei rifiuti industriali, che ha ottenuto l’ok del tribunale dopo la scelta di creditori e curatori.Durante l’iter decisionale della curatela fallimentare è emerso, documentato dalla procura di Bari, un rapporto economico tra l’Ecologica e il gruppo Cisa dell’imprenditore Antonio Albanese,  signore dei rifiuti, proprietario della discarica di Massafra, in provincia di Taranto. 

Albanese ha emesso una parte degli assegni depositati a garanzia del concordato. Nulla di segreto. «Io sono socio di questa nuova avventura editoriale e sono fiero di aver riportato in edicola la testata. I miei interessi? Ho detto a direttore e giornalisti di essere liberi, quando sarà potranno scrivere anche di noi», assicura. Proprio nella città dei due mari si scrive da anni un’altra pagina di interessi in conflitto, chiusure e fallimenti. 

Il caso Taranto

 «È consuetudine dell’Ilva stanziare cospicue somme di denaro per controllare e orientare a proprio favore l’informazione locale sulle questioni che riguardano l’inquinamento ambientale provocato dalla propria produzione industriale».

Queste parole, scritte dalla procura di Taranto nel 2012, sono agli atti del processo sul disastro ambientale contro la famiglia Riva e rivelano l’ombra lunga dei condizionamenti degli interessi industriali sulla stampa e le tv locali.

Il riferimento era al comportamento tenuto nel tempo dalle direzioni di tre testate giornalistiche (i direttori non sono mai stati indagati): “Quotidiano di Taranto”, “Studio 100 TV” e “Taranto Sera”.  «Esiste un quadro di assoluta sudditanza giornalistica nei confronti dell’Ilva da parte di alcuni operatori dell’informazione locale», si legge nell’informativa della guardia di finanza agli atti del maxiprocesso Ilva. 

I finanzieri intercettando le attività di Girolamo Archinà, poi condannato a 21 anni in primo grado nello stesso processo, scoprono che l’ex responsabile delle relazioni istituzionali di Ilva esercitava un condizionamento sull’allora direttore del quotidiano Taranto Sera, Michele Mascellaro, che per la società confezionava un articolo «teso a screditare l’operato delle istituzioni preposte ai controlli ambientali», annotavano gli investigatori.  

In tutti i casi, fino al 2015, Mascellaro è rimasto saldo al suo posto come consigliere all’interno della cooperativa che edita ancora oggi il giornale, al fianco del potentissimo ex ministro socialista dei trasporti, Claudio Signorile, di cui il giornalista è stato anche portavoce durante l’ultima campagna elettorale a cui Signorile ha partecipato, alle europee del 2004. Mascellaro racconta la sua verità e respinge ogni addebito. «Ho fatto soltanto il mio lavoro, avrei davvero tanto da raccontare su quella vicenda e su quegli anni a Taranto. Chissà che prima o poi non lo faccia, magari in un libro», dice. Dopo l’uscita dal giornale ha poi lavorato nello staff di comunicazione del gruppo regionale del Partito democratico.

I finanzieri scrivono anche dell’allora editore di Studio Radio Tv, anche lui mai indagato, Gaspare Cardamone. «Dalle attività tecniche emerge che l’Ilva ha commissionato ad un’agenzia pubblicitaria degli spot (al costo di 120 mila euro) che verranno trasmessi dal network dei fratelli Cardamone», si legge in una informativa. Non solo. «Appare chiaro che il pressing effettuato da Gaspare Cardamone abbia sortito gli effetti desiderati in quanto evidentemente ha avuto una grossa commessa pubblicitaria da parte dell’Ilva (...) in ogni caso si ritiene che il contratto pubblicitario rappresenti soltanto un escamotage per mascherare la dazione di denaro di Ilva nei confronti del network dei fratelli Cardamone, per ottenerne, cioè, una linea editoriale favorevole», si legge nel documento giudiziario.                 

Lo stesso Girolamo Archinà, in una intercettazione telefonica, parlando con uno dei legali dell’Ilva rivela che «l’azienda quell’anno, il 2010, ha previsto un budget di un milione e mezzo di euro per la stampa e le Tv locali».

Ricevendo in cambio «accondiscendenza alle indicazioni e ai suggerimenti del responsabile dei rapporti istituzionali Ilva», riportano gli atti giudiziari.

Cosa dicono i protagonisti di questi rapporti? «I soldi li prendevano tutti, Telenorba, Antenna Sud, tutti i giornali locali. Un conto è la pubblicità, un altro è la linea editoriale. Non significa che eravamo corrotti. Perché noi avremmo dovuto fare i buoni samaritani?», dice  Cardamone, l'ex editore di Studio 100. 

Falliti

Sarà un caso, ma dal sequestro della fabbrica siderurgica avvenuto nel luglio del 2012 in poi, l’informazione locale pugliese entra in una grossa crisi. Falliscono nel 2019 Studio 100 Tv e le satelliti emittenti: Studio 100 Sat, Puglia Channel, Bs Television, Radio Taranto Stereo.

Nella sentenza emessa dai giudici della sezione fallimentare del tribunale di Taranto con cui veniva decretato il fallimento della società Mastermedia Club Srl che deteneva, di fatto, la proprietà di uno dei più grossi gruppi radio-televisivi del Sud Italia, si fa riferimento al fatto che gli editori, i fratelli Cardamone, appunto,

avrebbero dovuto restituire cinque milioni di euro alle casse pubbliche, perché non avrebbero potuto beneficiare dei contributi pubblici per l’editoria negli anni 2015, 2016, 2017 «a causa di una consistente situazione debitoria nei confronti dello Stato e del Durc».  Sulla vicenda dei contributi pubblici che la società Mastermedia club srl, ora fallita, avrebbe dovuto restituire, Cardamone non vuole rispondere. «Il fatto è lungo. C'è un ricorso che abbiamo presentato e su quello non le voglio rispondere per rispetto della strategia processuale. Se i dipendenti sono stati tutti pagati? Hanno trovato tutti un altro lavoro», dice.

Ora, però, dopo il fallimento, Studio 100 è “rinata”, acquistata all’asta dall’ex presidente del Taranto Calcio, Luigi Blasi, all’inizio in società con l’imprenditore Mino Distante, il quale detiene ora in Puglia un piccolo monopolio dell’informazione: Antenna Sud, Canale 85, Antenna Sud Live, Tele Onda, e le testate giornalistiche Lo Jonio e L'Adriatico. «Sono nel settore da 5 anni, il primo problema è la pubblicità. Dopo due anni di pandemia è evidente la crisi economica nella nostra regione e, dunque, gli imprenditori locali non possono pensare certo a finanziare l’informazione, ma garantiamo un prodotto di qualità», assicura Distante.

È comunque un fatto che quando l’Ilva chiude i cordoni della borsa il giornalismo pugliese entra in crisi. Nel 2015 era fallita anche l’emittente tarantina Blustar Tv e, a quanto risulta dalle visure camerali, è fallit anche la storica Antenna Taranto 6. 

 Antenna Taranto 6 è una delle prime Tv private nate nel sud Italia. Era stata fondata a metà degli anni’80 da Giancarlo Cito che, da allora, come lo definì lo scrittore Alessandro Leogrande, divenne il “telepredicatore”.

Nel 1989 Cito fondò un’altra TV, Super 7, e poi anche una terza, TBM e, attraverso queste Tv locali, Cito lanciava i suoi strali contro la politica cittadina e gli stranieri, i drogati, le prostitute. Lo faceva dal doppio scranno di primo cittadino, divenne infatti sindaco nel 1993, e deputato nel 1996. Poi cadde in disgrazia. È finito in carcere dopo la condanna a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Cito non torna più in carcere per motivi di salute, ma continua a essere coinvolto in altri procedimenti penali.

Nel 2012 viene condannato a quattro anni per concussione per aver chiesto tangenti per la realizzazione di un porticciolo. Nelle tv locali e nella politica locale, invece torna, eccome. Fino a qualche tempo fa ha continuato a condurre “Filo diretto At6” la trasmissione in onda dal 1991 sulle frequenze delle sue tv. E ha i figli, Antonella e Mario, che fino a qualche mese fa sedevano entrambi in consiglio comunale. Di padre in figlio la passione si eredita. E anche in Puglia, come altrove, la politica predica e usa i canali informativi per diffondere il verbo. 

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