Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è incentrata su Luigi Ilardo il pentito di mafia che aveva deciso di collaborare con la giustizia e che è stato ucciso il 10 maggio del 1996, cinque giorni prima di entrare nel programma di protezione. Ilardo stava portando gli investigatori verso il latitante Bernardo Provenzano.


Ricordo quella vasca piena d’acqua con tanti paperotti gialli a galleggiare, mio padre immerso dietro di me e io che, contenta, battevo le mani schizzando acqua ovunque. Quella casa un po’ fatiscente, fatta quasi tutta in pietra, l’ingresso al piano terra con i poster dei cantanti dell’epoca attaccati alle pareti, scale strette che dividevano i due piani, un altro bagno piccolissimo con i sanitari in ceramica rosa e le mattonelle tipiche degli anni Ottanta, con fantasie floreali verdi.

La stanza da letto, non molto grande, con un armadio in stile siciliano antico, un grande specchio centrale e una porta finestra dalla quale entrava tanta luce, sul letto una trapunta a costine in velluto color cipria. Avevo compiuto da qualche mese tre anni, non sapevo di essere una piccola latitante e che quel Natale mio padre non sarebbe stato con noi: fu arrestato nel dicembre del 1983.

Era l’estate del 1983, eravamo a Barcellona Pozzo di Gotto. Io mi trovavo lì perché era impossibile separarmi da lui, a causa delle mie ripetute crisi nervose e delle lacrime senza fine appena si prospettava un suo allontanamento, e così, straziato da quelle reazioni, mio padre non riusciva più a lasciarmi. Lui fuggiva, era ricercato dalla polizia e, nonostante fosse un uomo con immensi ed evidenti problemi, decideva di tenermi con sé, contro i pareri di sua madre e di tutta la famiglia, durante i giorni in cui la latitanza non lo portava lontano da Catania.

Oggi ringrazio Dio per quella scelta azzardata, perché per me rimangono i momenti più belli e felici della tormentata vita che, io non lo sapevo, era dietro l’angolo. All’epoca, mio padre aveva una Giulietta rossa fiammante con gli interni blu in velluto a costine. Durante le mie notti insonni, lo costringevo a girare in macchina per i borghi di Barcellona, per farmi rilassare e addormentare su quel sedile a me tanto caro, ascoltando la solita canzone che in questi quarant’anni mi risuona sempre in testa: ... Lasciatemi cantare / Con la chitarra in mano / Lasciatemi cantare / Una canzone piano piano... Toto Cutugno l’aveva presentata a Sanremo quell’anno ed era la ninna nanna che preferivo. Mio padre per causa mia, bambina ignara, testarda e capricciosa, rischiava l’arresto da parte delle forze dell’ordine: era, infatti, molto azzardato per un pericoloso latitante, costretto a nascondersi lontano dai luoghi sicuri e dai suoi affetti, portare con sé una figlia piccola e proteggerla. Di quel periodo di latitanza, oltre a questi ricordi rimangono impresse nella mia mente le strade strette, le case essenziali e precarie con grandi basole di pietra a terra, e la sua mano che mi reggeva e sollevava perché non inciampassi.

Le anziane signore sedute su vecchie sedie di paglia, davanti a ogni porta che apriva sulla strada, avevano in mano un telaio tondo per ricamare e al nostro passaggio si alzavano premurose, ci salutavano, in una dimostrazione di gioia e affetto che raramente ho rivisto in vita mia.

Ero confusa dalle loro coccole e dai regali inattesi, preziosi, custoditi nelle loro case: biscotti, frutta, verdura e qualsiasi genere di cibo. Tra pranzi e cene non sapevano più cosa offrirci e donarci. «Gino, che cosa vuoi per stasera? Gino, cosa ti serve? ’A picciridda che cosa vuole mangiare?» Mi sentivo una piccola principessa accompagnata dal suo «re» gigante, non capivo il perché ma era chiaro che tutti lo idolatravano e gli volevano bene come a un figlio.

Ritorno a Barcellona Pozzo Di Gotto

Molti anni dopo, durante uno dei suoi ultimi permessi premio dalla prigione, tornammo con mio padre a Barcellona Pozzo di Gotto. Avevo appena compiuto dodici anni, era il 1992, non avevo più calpestato quel suolo dalla latitanza di mio padre, ma subito mi ritrovai a casa: la stessa aria, il cielo di sempre, limpido, le stesse dissestate basole a pavimentare le strade.

Mio padre mi riportò in paese come fossi un trofeo di cui andar fieri, nei suoi occhi lucidi aveva un sorriso malinconico. […] Nel varcare la stretta viuzza le rividi rimettersi in piedi, con gli occhi colmi di lacrime di gioia e un sorriso sul volto; ci vennero incontro nel solito tentativo di abbracciare mio padre, nonostante le esili membra e le spalle curve, che apparivano ancora più fragili davanti al corpo imponente di mio padre. Ero ancora la bambina che giocava con le paperelle, lui restava il mio «re». Lo sarebbe stato per sempre.

Era un uomo di un metro e novantadue per 110 chili di peso, senza un filo di grasso addosso; i lunghi anni di galera e di noia cui era costretto – senza contare che era sempre stato un uomo di azione – avevano scolpito con allenamenti costanti il suo fisico, rendendolo ai miei occhi statuario. Mi dava l’impressione di oscurare il sole di quella angusta e piccola via. [...] Pochi passi ancora per le viuzze incassate e riconobbi quella casa a me tanto cara. Quando si aprì la porta, adocchiai subito, appeso alla parete dell’ingresso, lo stesso poster di un famoso cantante di una decina di anni prima, ancora in buone condizioni.

Tutto era rimasto esattamente come la memoria mi suggeriva. […] Limitata dai miei dodici anni, non capivo bene il perché ritornassi in quella che era casa nostra solo dopo tanto tempo, ma per il modo in cui ero stata educata intuivo subito le domande che non andavano fatte. Questa era una di quelle. Codici arcaici, soprattutto per le «femmine». Mi ricordo questa parola, usata per indicarci, più spesso di donne o ragazze. Noi fimmine, sempre, a ogni età. Mentre i maschi cambiavano nel crescere: bambini, ragazzi e poi uomini.

Queste riflessioni le feci dopo, quando quei codici di ubbidienza cominciarono sempre più a starmi stretti. Oggi non ho nessuna percezione di dove si trovi quella casa, ma ho la certezza che il giorno in cui troverò la forza di andare a cercarla basterà solo dire poche parole per ritrovarla: «Sono Luana, la figlia di Gino».

Ragionevolmente, penso che la maggior parte di quelle anziane donne non sia più di questo mondo, ma sono altrettanto convinta che i loro figli e nipoti sappiano di quell’uomo che per loro era soltanto Gino. […] Nel procedere tra i miei frammenti di storia, mi rendo conto solo adesso che non ho mai nominato mia sorella, alla quale sono tuttora legata da un profondo amore, come solo può esserci tra chi dello stesso sangue ha subito lo stesso danno. Lei, Francesca, anche se di due anni più grande di me, per carattere è stata sempre la sorellina da proteggere.

È così anche adesso. Io mi espongo, parlo, testimonio, cerco di capire, sapere, ho sete di verità e il nostro amore mi dà forza. Ma, alla fine, chi lo sa chi è più forte tra le due? Chi resta nelle retrovie e provvede ai viveri dell’anima, perché l’altra possa rifocillarsi e riposare per avere un po’ di tregua, o chi avanza in prima linea?

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