Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa serie, parliamo di Pasquale Condello, killer efficientissimo durante la prima e la seconda guerra di 'Ndrangheta e che ha ispirato il libro “Il Supremo. Ascesa e caduta di un comandante del male”, di Andrea Galli e Giuseppe Lumia.

Avevano progettato di stenderlo durante l’ora d’aria contando sul dirompente effetto sorpresa nei confronti di un uomo che è sempre stato in guardia, sforzandosi al massimo di prevedere le mosse degli avversari, ma che certo non si sarebbe mai potuto aspettare l’arrivo di un proiettile partito da fuori. Adesso è il turno di Condello, la preda che si fa cacciatore.

Il momento propizio è quello in cui l’obiettivo metterà piede sul fatidico gradino che separa la sezione Cellulare dallo spazio aperto.

Un solo attimo a disposizione del tiratore scelto, perché una volta superato lo scalino in direzione del cortile il bersaglio uscirà dalla linea di tiro.

Condello ha individuato in un palazzo in costruzione l’ultima coordinata della logistica: il punto dove salire, nascondersi e premere il grilletto contro il rampollo dei Libri.

L’edificio è visibile da alcune finestre delle celle in cui dormono i gruppi alleati dei De Stefano. Sorge davanti al lato nord del penitenziario e vanta un favorevole punto d’osservazione nonché comodi spazi per la preparazione e l’allestimento dell’attrezzatura.

In cima all’edificio Condello non sarà solo. Lo affiancherà un giovane specialista armaiolo, il più capace tra i soldati che ha formato nei mesi precedenti. Lo hanno soprannominato Cavallino, perché ripete a tutti che non lascerà scampo alle vittime e le inseguirà come se fosse un cavallo imbizzarrito. Il vezzeggiativo è dovuto alla sua statura.

Lui ha tre caratteristiche. Due, il talento balistico e il coraggio leonino, lo rendono uno dei favoriti del capo. La terza è un difetto: parla troppo.

Ma forse Condello è convinto di correggere alla lunga questo vizio, e per ora preferisce investire sul ragazzo e sulle sue capacità. Lo apprezza molto. Ci vede un enorme potenziale omicida.

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L’agguato dentro il carcere

I minuziosi preparativi durano settimane. Non c’è margine d’errore e nulla può essere lasciato al caso. Cavallino effettua i sopralluoghi fino a stabilire l’esatto punto dal quale premere il grilletto: il terzo piano dello stabile in costruzione offre una feritoia in cui è possibile infilare la canna del fucile, senza essere visti. Compenserà la sua bassa statura impilando tre tramezzi uno sull’altro. Dalla postazione, però, la traiettoria di mira verso il cortile risulta leggermente obliqua. Un problema facile da ovviare, purché si facciano delle prove per tarare l’arma.

Un’arma speciale.

Viene selezionata una carabina di fabbricazione tedesca, una Krico Gmbh Stuttgart modello 700 in calibro 300 Winchester Magnum con cannocchiale Swarovski Optik per il puntamento.

Un fucile potente, adatto al tiro teso, che garantisce risultati precisissimi con bersagli fino a trecento metri. La Krico mastica cartucce lunghe quanto il mignolo della mano di un uomo adulto (quelle dei kalashnikov sono circa la metà), che esplodono alla velocità di mille metri al secondo – una pistola calibro 9 parabellum, in dotazione agli eserciti di molti paesi, viaggia sotto i trecento metri al secondo. Sui pendii aspromontani, Cavallino testa le potenzialità dell’arma e la centratura dell’ottica, fino a quando riesce a mandare in frantumi il piattino di una tazza da caffè depositato oltre i duecento metri.

Rimane un ultimo problema: ogni volta che si preme il grilletto, il fucile emette un boato imbarazzante. A Reggio Calabria c’è un detto popolare: «Cu non ’ndi viri, ’ndi senti». In questo caso il cecchino, anche se ben nascosto, dopo un simile schianto verrebbe subito individuato.

E Condello vuole evitare una manovra di accerchiamento degli sbirri in seguito allo sparo. Spedisce uno dei suoi uomini in aereo in Germania. L’emissario, coperto da documenti di identità falsi, dovrà comprare un silenziatore. E già che si trova anche dei dum-dum bullets, proiettili a espansione.

La mattina del gran giorno, Condello e Cavallino accedono al palazzo, prima dell’alba. Molte le precauzioni: parrucche, barbe e sopracciglia finte per non essere riconosciuti – al giovane tocca in sorte una zazzera bionda –, una prima macchina di perlustrazione nei dintorni e una seconda dedicata al recupero dei sicari ad azione conclusa, e l’interruzione di tutte le comunicazioni via radio dopo le otto e mezza, l’orario di apertura del cancello che dà sul cortile del carcere.

Condello e Cavallino posizionano la Krico nel foro. Entrambi, che non svettano in altezza, salgono sui tre mattoni. Verificata l’eccellenza della messa a fuoco, il capo benedice ed eleva il giovane killer: «Oggi, diventi omu». Cavallino è in posizione. Condello, al suo fianco, controlla il cortile con un binocolo e si prepara a dare l’ordine. Il figlio del boss ha appena lasciato il reparto per partecipare alla canonica partita di pallone della domenica mattina. Ha ridotto ogni uscita dalla sezione. Ma il calcio si merita una deroga.

Da lontano un occhio segue l’afflusso dei detenuti nel cortile. Visualizza la sagoma di Libri che sta per varcare la soglia mentre saluta i suoi fedelissimi portando la mano destra in alto. Come il papa alla fine dell’Angelus domenicale.

«Ora» sibila Condello.

Producendo il suono di un cuscino sbattuto con forza contro un muro, il proiettile esce dalla canna del fucile e percorre centocinquanta metri per poi raggiungere un punto irrisorio di pochi centimetri. Penetra nella narice destra ed esce dalla nuca della vittima trascinandosi dietro brandelli di materia celebrale.

Centrato dal proiettile, Libri junior muore all’istante.

Lo affiancano una guardia e un detenuto: racconteranno che al momento dell’impatto il corpo si è alzato vari centimetri da terra. Dopo aver visto il figlio del boss precipitare, si sono accucciati nel timore di un’offensiva generale. Condello pondera l’evoluzione dello scenario, sa che il caricatore ha ancora due colpi a disposizione e ordina al suo uomo di fare fuoco di nuovo: «Vai! Vai! Spara!».

Ma il fucile resta muto. Un lembo della maglia di Cavallino si è incastrato nell’otturatore girevole, impedendogli di incamerare il secondo proiettile nella culatta della Krico. I due raccolgono di fretta l’attrezzatura, sparpagliano i mattoni sul pavimento e corrono giù per le scale, nonostante la pesantezza del capiente borsone – realizzato cucendo assieme due borse professionali per le racchette da tennis – in cui hanno sistemato a fatica il metro e mezzo di carabina dalla canna ancora fumante.

Un’ora dopo, il Procuratore di Reggio Calabria riceve un fax dalla caserma dei carabinieri:

«Verso le ore 9,15 del 18.09.1988 ignoto killer, appostato su terrazzo di costruzione per civile abitazione non ancora ultimata, prospiciente la locale Casa Circondariale, habet esploso un colpo di carabina (verosimilmente 30X30) contro Libri Pasquale Rocco... colà detenuto perché imputato di associazione per delinquere di tipo mafioso, fruiva di ora d’aria nel cortile interno. Predetto decedeva at istante».

[Estratti tratti dal libro “Il Supremo. Ascesa e caduta di un comandante del male”, di Andrea Galli e Giuseppe Lumia, PIEMME, 2021] 

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