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«In Italia se sei una persona detenuta transessuale il carcere duro è una conseguenza del tuo essere trans, non del reato che hai commesso. Il reato commesso è l’ultima cosa che conta». Julia, donna trans 47enne, conosce bene le carceri italiane. Qui ha trascorso diversi anni della sua vita e ha dovuto superare momenti difficili, tra discriminazioni, transfobia e limitazione dei suoi già risicati diritti.

Quella che devono scontare le persone detenute trans nelle carceri italiane è una doppia pena, dettata dai crimini commessi ma anche dalla loro identità. La confusione istituzionale, la scarsa formazione del personale e i pregiudizi diffusi si traducono in un contesto ghettizzante e criminalizzante.

Una repressione di Stato dell’identità di genere che rende la carcerazione una lotta per sopravvivere e che si traduce in un dato tragico: secondo un rapporto del 2017 di Associazione Antigone ogni anno un detenuto trans su quattro si suicida o commette autolesionismo.

L’istituto binario 

L’ultimo rapporto di Antigone censiva 63 persone trans detenute in Italia. Si tratta di donne, per la quasi totalità non italiane e perlopiù provenienti dai circuiti dello sfruttamento sessuale e della prostituzione. «Il carcere è pensato come un istituto binario, per maschi e femmine», sottolinea Carmen Bertolazzi, presidente di Associazione Ora d'Aria.

Le persone trans si trovano imprigionate in un ambiente che non riconosce la loro identità e questo ha conseguenze sul loro trattamento. «Sull’identità transessuale non sono preparate la società, la pubblica amministrazione, la scuola. Figuriamoci come può essere preparato il mondo carcerario», chiosa Bertolazzi.

Questa arretratezza è evidente nelle condizioni carcerarie delle persone detenute trans, nel migliore dei casi all’insegna dell’isolamento e dell’apatia quotidiana, nel peggiore della condivisione degli spazi con chi ha commesso crimini molto pesanti.

Una circolare del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) del 2001 sottolinea che, davanti a «specifiche condizioni personali dei detenuti (ad es. transessuali)», questi debbano essere posti in sezioni protette per evitare che possano subire violenze e discriminazioni.

Il risultato è che le persone trans si ritrovano in cella con pedofili, stupratori e tutte quelle categorie di condannati che compongono l’ultimo girone dell’inferno carcerario. Una coabitazione tra persone discriminate sessualmente e figure pericolose dal punto di vista del comportamento sessuale deviante che accresce la segregazione e il disagio personale.

Nuove disposizioni legislative hanno previsto che i detenuti che versano in una condizione di potenziale pericolo «in ragione solo dell’identità di genere o dell’orientamento sessuale» vengano destinati a sezioni protette «omogenee».

Alcune carceri si sono così dotate di aree esclusive per persone detenute trans, come a Rebibbia, a Como, a Belluno e in qualche altro istituto. Una forma di protezione più idonea rispetto a quella delle aree precauzionali, ma che comunque si porta dietro diversi problemi.

Julia è sempre stata nei reparti per trans durante la sua detenzione. A parte il carcere fiorentino di Sollicciano, queste aree sono collocate nelle sezioni maschili e per evitare un contatto tra le due realtà si tende a isolare le persone trans e a escluderle dalla gran parte delle attività trattamentali.

«Mentre gli uomini avevano tante attività da svolgere durante la giornata, dallo sport alla cultura fino a prendere il sole in costume in cortile, a noi non era concesso nulla. Ci lasciavano chiuse nel nostro reparto», ricorda. Meno ore d’aria, meno passatempi, meno libertà di movimento, meno scolarizzazione, meno tutto in un contesto che discrimina in ragione dell’identità sessuale e di genere.

Questo passa anche dai trucchi e dai vestiti, visto che per le persone detenute trans esistono codici di abbigliamento che per gli altri non ci sono. «Potevamo mettere solo pantaloni, niente gonne», continua Julia che spiega che per avere i vestiti femminili l’unico modo è organizzarsi con i contatti fuori dal carcere. «Il reparto trans è una sorta di 41bis a prescindere dal reato per cui sei stato condannato, che sia grave o minore».

Salute, diritto negato

Non è un caso che molte persone preferiscano nascondere la propria identità per evitare l’isolamento. Una scelta di invisibilità che offre più diritti e libertà ma si porta dietro pesanti conseguenze psicologiche date da una prolungata negazione di se stessi.

«Ho già visto persone gay o trans isolate senza fare nulla dalla mattina alla sera e senza poter uscire dalla cella. Da una parte non posso parlare con il personale del carcere per non perdere il mio lavoro, dall’altra parte non posso essere me stesso», racconta un detenuto al contact center nazionale contro l'omofobia e la transfobia Gay Help Line. Nel 2010 si era provato a realizzare un istituto per sole persone trans a Empoli, così da risolvere quanto meno il problema dell’isolamento e delle discriminazioni trattamentali. Il progetto venne però affossato dall’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano.

Tra le principali criticità in carcere per le persone detenute trans c’è l’aspetto sanitario. Mancano endocrinologi, spesso il supporto psicologico non è preparato sul tema dell’identità di genere, i centri a cui rivolgersi per la transizione sono pochi e comportano lunghi e degradanti viaggi ammanettati oltre che liste d’attesa infinite. «C’è sempre la sensazione di chiedere qualcosa di troppo.

Il problema nelle carceri per le persone trans non è tanto sul principio antidiscriminatorio, che è normativizzato, ma sulle prassi adottate per tutelare concretamente i diritti», sottolinea Alessandra Rossi, coordinatrice di Gay Help Line.

Nel 2018 la riforma dell’ordinamento penitenziario ha fissato il diritto, fino a quel momento scarsamente riconosciuto, alla prosecuzione del percorso di affermazione di genere per le persone detenute trans. Due anni dopo l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha inserito la cura ormonale nella lista dei medicinali erogabili a carico del Servizio sanitario nazionale, quindi gratuita. Un modo per uniformare le disposizioni regionali che però ancora non ha avuto piena esecuzione. «Di fatto in carcere è ancora molto difficile accedere gratuitamente alla terapia ormonale», spiega Rossi.

A peggiorare la situazione c’è anche l’atteggiamento dei secondini. «Certe guardie ci mancavano di rispetto, erano omofobe. Una in particolare ci provocava di continuo, ci metteva le mani addosso, ci chiamava froci e diceva che non servivamo a niente», ricorda Julia. «Era una vessazione continua. Le nostre denunce alla direzione venivano ignorate». Segnalazioni simili sono arrivate anche al centralino Gay Help Line, come quella di una detenuta trans 24enne: «I problemi più grandi ce li faceva il personale, con le prese in giro, col fatto che ci chiamavano al maschile».

Rieducare i secondini

Si cerca di affrontare il problema con iniziative di formazione e sensibilizzazione come quelle che la psicologa Margherita Graglia e associazioni come il Movimento Identità Trans (Mit), tengono nelle carceri. «È molto importante offrire al personale carcerario percorsi di alfabetizzazione sull’identità trans, così da decostruire stereotipi e pregiudizi», spiega Graglia.

Si parla di identità di genere, percorsi di transizione, terapie ormonali, abbigliamento, normative. «Le cose possono cambiare dall’alto con norme e disposizioni ma serve anche un movimento dal basso che può avvenire solo tramite la formazione, che dà la possibilità di cambiare atteggiamento», sottolinea Graglia.

Dagli addetti alla sicurezza a quelli dell’area giuridico-pedagogica, passando per il personale sanitario, dei servizi, trattamentale e privato-sociale: tutti sono tenuti a partecipare a queste iniziative. Una luce in fondo al tunnel che fa immaginare per il prossimo futuro un nuovo approccio culturale al tema della transessualità in carcere, nella consapevolezza però che c’è ancora molto lavoro da fare.

 

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