A marzo lo storico Alessandro Barbero ha tenuto una lezione a Torino, davanti a centinaia di persone. Nulla di inusuale, a parte il palco: il centro sociale Askatasuna. Uno spazio occupato dal 1996 che vive una fase delicata, viste le inchieste che coinvolgono alcuni suoi esponenti No Tav e le recenti perquisizioni terminate con più di 30 denunce.

Il docente dell’università del Piemonte orientale, all’interno dello spazio occupato, ha commentato il livello di repressione in Italia: «La tendenza è ridurre gli spazi di libera parola, di libera manifestazione, di libero pensiero. In passato c’è stato ben di peggio. Ma bisogna monitorare in che direzione stiamo andando, la società ha gli anticorpi per reagire».

Eccolo, un paradosso dei centri sociali: da una parte le indagini delle procure, gli sfratti, la politica che chiede gli sgomberi. Dall’altra una vita culturale che spazia dalla musica all’arte, sino alle lezioni serali di storia.

E così un accademico noto come una popstar entra in uno dei centri sociali più conflittuali d’Italia; lo scrittore e intellettuale Wu Ming 1 va al centro sociale La Talpa e l’Orologio di Imperia; il musicista Manuel Agnelli suona al centro sociale Rivolta di Marghera; la star giamaicana Max Romeo si esibisce al Pinelli di Genova.

Un fenomeno metropolitano

La vita culturale negli spazi sociali si ripete in tutta Italia, dal Trentino alla Sicilia. Secondo il ministero dell’Interno i centri autogestiti sono 187, di cui 71 occupati. Il record è in Lombardia, con 33 spazi; seguono il Lazio con 31, la Toscana e la Campania con 19, l’Emilia-Romagna con 15. Solo Valle d’Aosta e Molise non ne hanno, mentre nessuna grande città ne è priva: ci sono 30 spazi sociali a Roma, 23 a Milano, 10 a Napoli, 9 a Firenze, 7 a Torino e Ancona, 6 a Caserta, 5 a Bologna, Genova e Palermo; 4 a Venezia, Ravenna, Livorno, Catania.  

«Sono un fenomeno soprattutto metropolitano», spiega Vincenzo Scalia, professore di sociologia della devianza all’Università di Firenze, per anni attivista dei centri sociali. «La loro genealogia è precisa: comparvero a Milano a metà degli anni ‘70 come Circoli del proletariato giovanile. Il contesto è la chiusura delle fabbriche: le periferie diventano luoghi marginali, con disoccupazione e aree industriali abbandonate dove riqualificazione significa spesso speculazione edilizia.  Tra i primi a nascere c’è il Leoncavallo nel 1975».

Nel decennio successivo, nell’Italia del disimpegno politico, queste esperienze si replicano in altre grandi città: nel 1986 c’è l’occupazione di Forte Prenestino a Roma, nel 1987 nasce il TNT a Jesi, nel 1989 El Paso occupato a Torino e il CPA a Firenze.

Il fallito sgombero del centro sociale Leoncavallo di Milano porta negli anni ‘90 a un’ondata di occupazioni, anche grazie alla nuova generazione di attivisti del movimento studentesco “La Pantera”. In pochi anni nasce «una costellazione di circa 100-200 spazi occupati, in città metropolitane e piccole città di provincia», scrive il ricercatore Beppe De Sario, nei Cahiers d’études italiennes (2012).

La svolta musicale

LaPresse

Nel 1991 è la volta di Officina 99 a Napoli, nel 1994 dello Zapata a Genova, nel 1995 del TPO di Bologna. I temi si moltiplicano: antiproibizionismo, mutualismo, palestre popolari, aiuto ai migranti. E poi musica, tanta musica: ska, reggae, hip-hop, elettronica.

«Con l’autoproduzione e l’organizzazione di concerti», scrive De Sario, si allarga il pubblico: «un bacino di “utenza” giovanile di decine di migliaia di persone». Si sfonda così il recinto dell’underground, attirando l’attenzione dei media e delle etichette musicali.

Arrivano i gadget, i banconi del bar affollati, i biglietti di ingresso per i concerti. E le prime accuse ai centri sociali di trascurare le politica, per essere diventati «divertimentifici».

La trasformazione ha creato dibattiti anche nei collettivi. Giovanni Mancioppi, tecnico audio di 37 anni, storico attivista degli spazi sociali genovesi, riflette su un’evoluzione vissuta da protagonista. «L’impronta politica non viene meno, ma i centri identificano anche bisogni sociali come la mancanza di spazi aggregativi», racconta.

«In molte città non ci sono luoghi al chiuso abbastanza grandi per fare concerti». Di fronte a un panorama musicale che spesso è asfittico o si limita a concerti con prezzi elevati, gli spazi sociali danno la possibilità di concerti a prezzi più contenuti (sia chiaro: anche perché non si rispettano le regole fiscali).

Mancioppi ribalta però la questione. «Il problema è che il diritto di incontrarsi è stato ridotto a un fatto commerciale, mentre i centri sociali consentono l’esercizio di questo diritto e fanno da incubatore, perché producono un’esplosione creativa. Per questo vanno preservati».

Dai centri sociali alla politica

Accanto all’evoluzione artistica c’è stata però anche un’evoluzione politica. A Roma, nel 1997, viene eletto in consiglio comunale l’attivista di Corto Circuito Nunzio D’Erme, con Rifondazione comunista.

Nel 1998 al Leoncavallo nasce la Carta di Milano, un manifesto di dialogo con le istituzioni guidato da una rete di centri sociali, con Milano e il Veneto in testa: si chiede l’amnistia per i detenuti politici, la liberalizzazione delle droghe leggere, la chiusura dei centri di detenzione temporanea per immigrati, la scarcerazioni dei malati gravi. Ma si spacca il fronte con chi resta su posizioni marxiste-leniniste o anarchiche.

«Un progetto neosocialdemocratico», è l’aspra critica di Maria Matteo su Rivista anarchica. La Carta di Milano porta quindi alle Tute bianche che nel 2001 partecipano al Genoa Social Forum – la rete no global di protesta contrò il G8 di Genova – evolvendosi poi nei Disobbedienti e nelle relazioni con la politica.

Nel 2001 l’esponente del Leoncavallo Daniele Farina entra in consiglio comunale a Milano con Rifondazione, nel 2006 è deputato con Sel. Gli esempi si moltiplicano. Solo per citare gli ultimi: nel 2019, nella Napoli del sindaco Luigi de Magistris, è assessora alla Cultura Eleonora De Majo, del centro sociale Insurgencia; dal 2021 a Bologna è capogruppo di Coalizione civica Detjon Begaj, attivista di Làbas.

La crisi della sinistra

Eppure la debolezza politica degli spazi sociali è sempre più evidente, come mostra un sostegno che ormai si limita alla sinistra più radicale (che ha sempre meno eletti), e il disinteresse, se non l’avversione, da parte del Pd.

«Oltre alla divisione interna, l’humus di movimenti e partiti che sostenevano i centri sociali si è seccato», spiega il sociologo Vincenzo Scalia dell’Università di Firenze. «Un tempo i centri sociali avevano appoggi nei settori movimentisti del Pci e in Democrazia proletaria, poi nei Verdi, in Rifondazione, in Sel, addirittura nei Ds. Ora questa sinistra non ha più un’identità definita».

La sensazione che i centri sociali siano in difficoltà è presente anche in Claudio Calia, fumettista e attivista trevigiano di 47 anni, autore del Piccolo atlante storico geografico dei centri sociali italiani (BeccoGiallo, 2014). «Il contesto è cambiato, e forse anche il tipo di lotta e di bisogni. Prima era necessario occupare uno spazio per fare musica, oggi ciascuno può registrare un disco da solo nella propria stanza. Ma i centri sociali restano ancora una colonna vertebrale della cultura in Italia. Per la provincia spesso l’unica occasione per un certo tipo di cultura».  

Ne sono un esempio anni di tour negli spazi autogestiti per artisti come Marlene Kuntz, Afterhours, i Subsonica, o per essere più attuali del fumettista Zerocalcare.

Questa effervescenza resiste ancora oggi, basta vedere cosa succederà a Padova a inizio estate con lo Sherwood Festival23, rassegna nata negli anni ’90 grazie a centinaia di volontari dei centri sociali del nordest.

Dal 14 giugno al 15 luglio il parcheggio nord dello stadio Euganeo si trasformerà in una “foresta” di dibattiti e musica con decine di artisti in cartellone. Per alcuni concerti, da Carmen Consoli a Dub FX e Miss Keta, il prezzo sarà super popolare: un euro soltanto.  

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