La chiamano la kill zone, la zona dove rischi di essere ucciso: è quel settore in cui un finanziatore non investirebbe soldi per l’alta probabilità di restare schiacciato dai giganti della rete. Non importa se crede nel progetto, non conta se ha di fronte a sé una start up innovativa e con potenziale di crescita. Questo hanno spiegato imprenditori, angeli del business, finanzieri, ma anche ricercatori, economisti e giuristi ai deputati della sottocommissione Antitrust della camera statunitense che ha indagato su Apple, Facebook, Amazon e Google, e su cosa significa competere con i giganti della Silicon Valley. Le 450 pagine dell’inchiesta mettono sotto accusa i giganti della tecnologia ma soprattutto offrono una nuova spiegazione dei meccanismi dell’economia digitale.

Ci sono prima di tutto le cifre. Secondo l’indagine della commissione parlamentare, il tasso di imprenditorialità dell’economia digitale, cioè il numero di start up e giovani imprese del comparto, è passato dal 60 per cento del 1982 al minimo del 38 per cento del 2011. Lo stesso si può dire dei posti di lavoro: nel 2000 il tasso di creazione di nuova occupazione nella fascia di imprese che consideriamo hi tech era pari al 20 per cento. In dieci anni si è dimezzato, mentre il numero di posti di lavoro “distrutti” è rimasto pari, provocando il sorpasso nel 2011 dei posti distrutti su quelli creati. In parallelo con la crescita dell’oligopolio delle quattro società sotto indagine, il tasso di innovazione e di progresso è insomma rallentato. Diversi imprenditori e venture capitalist, cioè uomini d’affari disposti a investire il loro capitale in nuove imprese, hanno spiegato questi numeri dicendo ai deputati della commissione americana di avere forti incentivi a non investire in aziende che possano avere un confronto diretto con le imprese che dominano il settore. Quali sono le kill zone lo deciderebbe indirettamente chi domina il mercato, in base ai suoi obiettivi.

Visto che i giganti del digitale sono prima di tutto aziende di dati, il fatto che abbiano una bassa protezione della privacy «ha creato una kill zone attorno al mercato dei prodotti che migliorano la privacy online». Secondo i risultati della commissione di inchiesta questo significa che «il dominio di un'azienda può consentirle di abusare della privacy dei consumatori senza perdere clienti», esattamente come in altri casi consente di alzare i prezzi o peggiorare le condizioni contrattuali senza averne ripercussioni. Tuttavia, in questo caso, l’indebolimento della privacy permette alle società di rafforzare il proprio dominio e quindi di indebolire ancora la privacy, in una dinamica che si autoalimenta.

Tutto o niente

Nell’economia digitale le aziende e in particolare i social network o le app di messaggistica non conquistano semplicemente un individuo ma si diffondono lungo la sua rete sociale. Si chiamano effetti della rete. In questo modo i costi di abbandono dei servizi di quella società corrispondono anche al prezzo di abbandonare una rete sociale. Non a caso Whatsapp e co. hanno una distribuzione quasi binaria nei paesi ricchi: o occupano circa il 90 per cento del mercato o arrivano sotto il dieci. Come sintetizza un memo interno di Facebook, citato nell’inchiesta: «O la usano tutti o non la usa nessuno».Il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg ha dato una spiegazione efficace al responsabile finanziario David Ebersman: «Ci sono effetti rete attorno ai social e un numero finito di differenti meccanismi social da inventare. Una volta che uno ha vinto su una meccanica specifica, è difficile per altri sostituirsi senza fare qualcosa di diverso.

È possibile che qualcuno batta Instagram costruendo qualcosa che è migliore al punto da ottenere la migrazione della rete, ma questo è più difficile finché Instagram continua a funzionare». Anche per questo i giganti del digitale hanno profuso sforzi nello sviluppo di linee di business diverse e hanno spesso preferito la crescita alla profittabilità, cioè al guadagno: nel mercato digitale bisogna prima di tutto occupare spazio.

Il paradosso di Amazon

Tra i primi ad avere colto il meccanismo c’è Lina Khan, 31 anni, esperta di diritto antitrust, docente alla Columbia university. Tre anni fa ha scritto un’analisi della strategia di business di Amazon intitolata «Il paradosso antitrust di Amazon». Secondo molti quel testo è alla base del rapporto della commissione di inchiesta di Washington. Lo studio dimostrava, infatti, come l’azienda di Jeff Bezos avesse fin dall’inizio mostrato una «disponibilità a rinunciare ai profitti per stabilire il dominio». Nel 2017 Amazon ha iniziato a registrare profitti consistenti, «in gran parte dovuti al successo di Amazon Web Services, la sua attività di cloud computing (...), ma per la stragrande maggioranza dei suoi vent'anni di attività, le perdite, non i profitti, erano la norma».

Nella sua prima lettera agli azionisti Bezos aveva annunciato che la misura fondamentale del successo sarebbe stato «il valore per gli azionisti che creeremo a lungo termine» e che avrebbe continuato «a investire in modo aggressivo per espandere e sfruttare la nostra base di clienti e il marchio e l’infrastruttura». La promessa di quella lettera è stata mantenuta e Amazon ha cambiato il paradigma, convincendo gli investitori a non guardare ai profitti di oggi ma al potere di domani. Patrick Spence, amministratore delegato di una società di elettronica di consumo chiamata Sonos ha detto ai deputati della commissione di inchiesta che «l’assenza di una competizione equa ha diminuito la capacità di innovazione soprattutto per le aziende che non possono permettersi di vendere prodotti in perdita». Uno dei paradossi di Amazon è che una volta le aziende con prodotti in perdita fallivano, oggi grazie alle perdite crescono fino a diventare l’infrastruttura del mercato. Ma c’è anche il paradosso dell’economia digitale tutta. Le imprese che ci hanno venduto il sogno del progresso crescono seguendo dinamiche e strategie che ostacolano il mercato e l’innovazione.

 

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