L’isolamento delle persone che sono state ricoverate in ospedale nel corso della pandemia è stato uno degli aspetti che hanno suscitato maggiore attenzione da parte dei media e indotto maggiore sofferenza per chi è stato personalmente coinvolto. Per giorni, settimane o addirittura mesi, le comunicazioni sono state limitate al telefono o, nei casi migliori, alle videochiamate su Skype. Ma sentire per pochi minuti la voce di un proprio caro non poteva certo sostituire tutto quello che una presenza fisica porta con sé: il contatto delle mani, le piccole attenzioni di chi sa cosa può fare piacere, le espressioni del volto o anche solo una vicinanza silenziosa.

Forse mai come in questo periodo ci siamo resi conto di quanto sia importante la presenza dei familiari in ospedale ed è un bene che questa consapevolezza abbia interessato non solo i cittadini, ma anche gli operatori sanitari che hanno assistito e continuano ad assistere i malati di Covid-19. Tutto questo però non significa che, una volta superata la crisi, qualcosa cambierà per quanto riguarda l’accesso in ospedale dei familiari che è a tutt’oggi regolato da norme più attente all’interesse di medici e infermieri che a quello dei pazienti.

Le regole

Nella maggior parte dei reparti sono previsti due periodi di accesso al giorno per i familiari, più o meno in corrispondenza dei pasti principali. La scelta dell’orario dei pasti ha delle ragionevoli motivazioni. Innanzitutto si tratta di momenti in cui le attività ospedaliere sono sospese o rallentate e di conseguenza la presenza di persone estranee al reparto ha meno probabilità di interferire con l’attività clinica e assistenziale. In secondo luogo, la presenza di un familiare è innegabilmente utile per tutti coloro (e non sono pochi) che per le più varie ragioni hanno bisogno di essere aiutati ad alimentarsi.

Se dunque è facile capire il perché di questa regola, è molto più difficile spiegare (e capire) perché i reparti debbano essere chiusi negli altri orari.

Le eccezioni

Vi sono per fortuna importanti eccezioni a questo stato di cose, tra i quali per esempio la Carta dei diritti dei bambini in ospedale, prodotta dall’Associazione italiana dei pediatri ospedalieri (Aipo) nel 2005 e preceduta da alcune leggi regionali, come quella della regione Veneto che fin dal 1979 prevedeva la possibilità per i genitori di restare costantemente al fianco dei figli minori ricoverati. Anche se non tutte le regioni hanno formalmente regolamentato la cosa, è ormai abitudine di quasi tutti i reparti pediatrici italiani consentire, se non addirittura richiedere, la presenza costante di un familiare, garantendo spesso anche la somministrazione dei pasti e poltrone letto per la notte.

Vi sono poi almeno due regioni (Liguria, B.U. 15 maggio 1985, n. 20 e Lombardia, L.R. 15 febbraio 1992, n. 4) che hanno legiferato sull’assistenza agli anziani in ospedale, garantendo l’accesso al di là degli orari di visita ai familiari delle persone fragili o disabili e di tutte le persone di età rispettivamente maggiore di 75 e di 65 anni. C’è da sorprendersi che simili regolamenti non siano stati adottati dalle altre regioni italiane.

C’è anche da chiedersi perché le regioni, o per questo anche i singoli ospedali, non estendano la possibilità di un accesso continuativo (per quanto regolato e limitato ai familiari più stretti) anche per i pazienti di altre fasce d’età (forse un cinquantenne con tumore ha meno bisogno di conforto di un settantenne?). A dire il vero esistono reparti che già lo fanno, ma sono un’esigua minoranza. Dove questo succede, dopo qualche riaggiustamento organizzativo, non risulta che la cosa abbia portato particolari disagi al buon funzionamento dell’attività assistenziale.

Infine, per una volta dovremmo imparare qualcosa dagli ospedali privati: quando il paziente è solvente in proprio, l’accesso a qualunque orario di familiari e conoscenti è un benefit che viene dato assolutamente per scontato.

In conclusione, se avete la fortuna di essere residenti in Lombardia o il Liguria, segnatevi il numero della Legge regionale da citare nel caso (non infrequente!) in cui il personale del reparto non ne conosca l’esistenza. Negli altri casi, dovrete adattarvi a chiedere un permesso particolare alla caposala o ai medici del reparto che, se minimamente giustificato, avrà per fortuna buone probabilità di ricevere una risposta positiva. Ma non sarebbe meglio poter far valere un proprio diritto anziché chiedere un favore?

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