Una frode fiscale messa in piedi con l'utilizzo di fatture false emesse da un consorzio sotto il quale sono raggruppate 20 cooperative di lavoratori. Con questa accusa la procura di Milano ha firmato un decreto di sequestro d'urgenza da 20,7 milioni di euro, operato dalla Guardia di Finanza di Milano, che colpisce una filiale italiana del gruppo Dhl, il maggiore al mondo nella logistica e trasporti di proprietà della società Deutsche Post (le poste tedesche), quotato sulla borsa di Francoforte.

Contestazione fiscale a parte, l'inchiesta coordinata dai pm Giovanna Cavalleri e Paolo Storari squarcia il velo sull'organizzazione italiana della grande multinazionale tedesca e sul suo rapporto con una lunga serie di cooperative esterne attraverso le quali svolge le sue funzioni. Il “serbatoio” di manodopera di Dhl, come lo chiamano i magistrati, grazie al quale la società riesce a far girare le sue 46 piattaforme logistiche italiane e servire i tanti clienti, tra i quali spicca il gigante dell'ecommerce Amazon.

La società al centro dell'indagine è la Dhl Supply Chain, amministrata fino al 2018 da Fedele De Vita e successivamente da Antonio Lombardo (tutti e due indagati), che si sarebbe servita di oltre 1.500 lavoratori esterni raggruppati in 21 cooperative per portare avanti le sue attività. Lavoratori che in molti casi passavano anche da una società a un'altra «con estrema flessibilità», sulla base delle «mere esigenze organizzative della committenza» e a prescindere dalla «volontà e dalle esigenze dell’appaltatore / subappaltatore», formale datore di lavoro delle maestranze impiegate nei simulati appalti.

Una esternalizzazione del lavoro fuori dai confini di legge, purtroppo frequente in questo settore come ha dimostrato in passato anche il caso dell'amministrazione giudiziaria di Ceva Logistics, che nel caso di Dhl avrebbe avuto anche il merito – visto dalla loro angolatura – di permettere la formazione di crediti Iva per un totale di 20,7 milioni di euro tra il 2017 e il 2020, che sarebbero stati in realtà «fittizi», come si legge nel decreto che ha potuto visionare Domani.

Perché i magistrati si spingono a parlare di crediti fittizi? Perché la filiale italiana del gruppo tedesco «simulava» contratti di «appalto» con il Consorzio industria dei servizi, che aveva fino dal 2012 come unico cliente Dhl, invece di contratti di «somministrazione di manodopera» come avrebbero dovuto, vista la natura sostanziale del rapporto lungo questa filiera che terminava alle cooperative. Le perquisizioni operate dalla Gdf hanno fatto emergere, infatti, che Dhl aveva un reale potere d'influenza direttamente sull'organizzazione del lavoro delle cooperative, definita dai pm «ingerenza» nell’attività dell’appaltatore in termini di risorse da impiegare nella commessa.

In una email sequestrata, un dirigente di Dhl scrive direttamente al responsabile del consorzio che «la situazione del magazzino ci sta sfuggendo di mano» e quindi «è il caso di rivedere bene in dettaglio la Vostra organizzazione per il sito di Livraga». Affermazioni il cui tono, dicono i pm, lascia intendere una «significativa ingerenza» nelle società a valle della sua filiera, così come nel caso in cui ci fossero problemi sulle tempistiche di lavoro. «Entro lunedì dobbiamo essere a pari, non riusciamo più a raccontare palle al cliente. Per favore se serve laviamo - leggasi lavoriamo - anche domenica», dice sempre un manager di Dhl a un suo referente delle cooperative, intervenendo pesantemente nell'organizzazione del lavoro di queste ultime.

Con questo meccanismo Dhl non solo evitava il pagamento dei contributi ai lavoratori “affittati”, ma accumulava crediti d'imposta da portare in detrazione. Dal canto loro il consorzio, il collettore della manodopera che emetteva le fatture «soggettivamente inesistenti» come recita l'articolo della norma fiscale contestata, e le cooperative non versavano l'Iva a debito e i contributi previdenziali.

Della pericolosità, ai fini fiscali e previdenziali, di questo schema organizzativo messo in piedi da Dhl è ben cosciente anche l'Agenzia delle Entrate che in una annotazione inviata alla procura di Milano nel 2020 scriveva che il «sistema, così congegnato, ha consentito a Dhl di accedere a una imponente disponibilità di operatori, presumibilmente con ampia flessibilità e a prezzi decisamente inferiori rispetto alle tariffe orarie del mercato di riferimento», grazie agli omessi versamenti Iva e previdenziali. «La frode così ipotizzata» sottolinea l'Agenzia, «determina un ingente danno per l'Erario e per gli enti previdenziali coinvolti, oltre al danno ai singoli lavoratori. Determina altresì una distorsione del mercato di riferimento derivante dall'applicazione di tariffe concorrenziali applicabili unicamente in virtù degli illeciti perpetrati». Insomma, problemi a 360 gradi e a tutti i livelli.

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