La pubblicazione dei video del pestaggio avvenuta il 6 aprile 2020 nel carcere Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere ha tolto qualsiasi alibi a chi sosteneva che l'orribile mattanza non ci fosse mai stata. Le accusa di tortura , violenza privata e Abuso di Autorità contestate AI 52 Agenti raggiunti da diverse Misure Cautelari lo scorso 28 giugno erano fondate. Otto di loro sono finiti in carcere, 18 ai domiciliari, e 23, tra cui il provveditore regionale alle carceri Antonio Fullone, sono stati sospesi dal lavoro.

Eppure, dalla politica ai sindacati di categoria, non tutti hanno condannato l'accaduto allo stesso modo. Anzi, in molti si sono resi protagonisti di incredibili giravolte nel tentativo di difendere e giustificare l'difendibile.

Il leader della Lega Matteo Salvini, ad esempio, prima della diffusione dei video aveva annunciato che il 1° luglio si sarebbe recato personalmente nel carcere casertano per portare il suo sostegno agli agenti della penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere.

Una scena che, come raccontato domenica su questo giornale, si era già vista a giugno 2020, quando «verosimilmente» Salvini era già stato informato dell'«operazione di autorità» del 6 aprile da uno degli agenti responsabili di aver coordinato il pestaggio. Alessandro Biondi aveva infatti cercato sostegno proprio nella figura di Salvini, scrivendo un messaggio alla pagina Facebook riconducibile al leghista, per raccontargli quanto accaduto.

Ebbene, dopo gli arresti di dieci giorni fa, mentre tutti aspettavano il lancio di una delle sue famose dirette social, Salvini ha cambiato tono e, incapace di nascosto il proprio imbarazzo , ha affidato tutte le sue speranze alla magistratura.

La breve redenzione

L'8 luglio, a distanza di nove giorni dalla prima pubblicazione dei video, è arrivata la notizia che uno degli agenti arrestati era vittima di un errore . Giuliano Zullo, di 55 anni, capelli rossi e un'escrescenza sulla fronte è stato scambiato dai detenuti chiamati a testimoniare per un altro agente, che in effetti non presentava tali caratteristiche fisiche.

Matteo Salvini rilancia la notizia sui suoi canali social e si chiede a chi spetti il ​​premio di scusarsi con Zullo, sposato e con figli, che ha dovuto trascorrere dieci giorni agli arresti domiciliari.

L'imbarazzo dei primi giorni è scomparso: ancora una volta Salvini riesce a parlare di archiviare l'attenzione e non di quanto accaduto in carcere la notte del 6 aprile. Le difficoltà nell'identificare molti degli agenti colpevoli di aver pestato i detenuti sono dovuti al fatto che i polizio, con il volto coperto dai caschi non sono riconoscibili. Venissero dotazione obbligatoria di un codice sulla divisa forse l'errore nei confronti di Zullo non sarebbe stato commesso. Ma quando la proposta è stata avanzata in Italia proprio Salvini si è opposto. E continua a farlo anche dopo le immagini di Santa Maria Capua Vetere. «I numeretti in testa ai poliziotti non li vorrò mai vedere. Già fanno bersaglio per i deficienti senza numero in testa, non vorrei esporli ad altri rischi», ha detto il 9 luglio.

Terribili, ma…

C'è poi chi, pur riconoscendo che i filmati rappresentano la documentazione di qualcosa di terribile, non riesce ad evitare di aggiungere un “ma”. Quasi che la prova non fosse abbastanza schiacciante.

Il 2 luglio, Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa, commenta i video a Giustizia caffè, e parla di «immagini che si commentano da sole. Un evento drammatico che rappresenta una degenerazione del sistema». Poi però aggiunge che si tratta solo di nove minuti, «parziali». Dunque sarà la giustizia, a torto o ragione, «noi speriamo a torto», a se le violenze sono state commesse.  

La Cgil fp, invece, dopo aver diffuso uno prima nota stampa, in cui parlava di «gogna mediatica» in riferimento a un articolo pubblicato da un quotidiano locale che ha pubblicato nomi, cognomi e foto degli agenti indagati, ha poi fatto una giravolta poche ore dopo la diffusione dei video. Anche in questo caso le immagini «sono inoppugnabili, chi ha sbagliato deve pagare», “ma” sta alla magistratura sottovalutare i fatti ei reati commessi, qualora siano stati commessi.

Il 28 giugno, dall'Unione dei sindacati di polizia penitenziaria (Uspp), che su Twitter spesso e volentieri ripropone i commenti di Matteo Salvini, viene ricondivisa la foto di un altro deputato della Lega, Manfredi Potenti, in cui si legge: «Rivolte in carcere, 52 agenti indagati, assurdo!». È il giorno prima della diffusione dei video. Che siano agli atti dell'inchiesta già da fine settembre 2020 è cosa risaputa, ma nonostante le prove, gli aderenti all'Uspp, il 30 giugno, organizzano un presidio per manifestare la loro solidarietà.

Il sindacato Osapp, invece, in una nota, ha espresso «preoccupazione» per «la campagna mediatica» avviata contro gli agenti, «ma» senza voler dubitare delle «eventuali» violenze subìte dai detenuti. D'altronde, anche Leo Beneduci, segretario generale dell'organizzazione, ha riconosciuto la gravità dei fatti in diversi video, «ma» la colpa è della politica . Tesi che, se per certi versi può apparire vera, non è sufficiente per spiegare, e giustificare, la tortura compiuta nei confronti dei detenuti.

 

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