L’acqua in Sicilia ha sempre dato più da mangiare che da bere. Ha fatto ricchi i proprietari dei pozzi, ha portato voti agli onorevoli di Palermo e di Roma, ha creato un potere che è eterno. La capitale italiana dei signori dell’acqua è da almeno cinquant’anni Agrigento e Agrigento è anche la capitale italiana degli “assetati”. È scienza esatta: meno acqua c’è e più alto è il profitto, più i rubinetti sono asciutti e più grossi sono gli affari.

Una condanna a vita per gli agrigentini. Ancora oggi, in alcuni paesi di questa provincia che sembra un’isola nell’isola, l’acqua viene distribuita quando va bene una volta la settimana e per un paio di ore, ci sono migliaia di disperati in preghiera perché i recipienti sui tetti delle loro case raggiungano il massimo livello nel minor tempo possibile, la vasca da bagno come riserva estrema, bottiglie e bidoni sparsi in ogni stanza per la raccolta delle ultime gocce.

La maledizione dell’acqua da queste parti si eredita generazione dopo generazione, dai vecchi consorzi di bonifica alla splendente “Girgenti Acque”, un’elegantissima costruzione in mezzo a palazzi sventrati, impiegate in divisa con tanto di fiocco, uffici climatizzati e profumati, biscottini e pasticcini per gli ospiti, manager e ingegneri e informatici come nella sede di una multinazionale di Zurigo ma dietro le quinte la putrefazione, gli affari più inconfessabili, frodi, furti, ricettazione, reati tributari, corruzione, falsi in bilancio, un’associazione a delinquere di colletti bianchi e di colletti neri tutti insieme trasversalmente. Gli indagati dalla procura sono 92, 8 i fermi «per evitare il trasferimento di ingenti capitali all’estero», per una cinquantina è già annunciata la richiesta di rinvio a giudizio.

C’è il grande boss della “Girgenti Acque” Marco Campione, a capo di tutto e di tutti. Ma c’è anche il presidente del parlamento regionale Gianfranco Miccichè «per contributi elettorali, spese di viaggi e soggiorni» pari a 25mila euro quando era candidato alle elezioni siciliane del 2017, in altre parole la sua campagna sarebbe stata pagata con i soldi delle bollette e, per di più, la “Girgenti Acque” gli avrebbe regalato anche due biglietti per la finale di Champions League a Cardiff del 3 giugno 2017. Il presidente Miccichè nega e dice: «Sono senza parole, ho le carte a posto». Altri indagati: marescialli dei carabinieri, avvocati, qualche giornalista, ispettori dei vigili urbani, il deputato di Italia viva Francesco Scoma e l’ex presidente della provincia Eugenio D’Orsi. Nell’elenco pure Giovanni Pitruzzella, professore di diritto costituzionale, fino al 2018 presidente dell’Antitrust e oggi avvocato generale presso la Corte di Giustizia dell’Unione europea. Scrivono su di lui i magistrati: «Il complesso degli elementi probatori acquisiti consentono di affermare che Giovanni Pitruzzella contribuiva, concretamente, pur senza farne parte, al rafforzamento e alla realizzazione degli scopi dell’organizzazione a delinquere guidata da Marco Campione». In posizione d’onore però c’è l’ex prefetto di Agrigento Nicola Diomede, uomo legatissimo all’ex ministro Angelino Alfano tanto da diventarne il capo della sua segreteria tecnica al Viminale.

L’“assumificio”

Il prefetto non ha firmato per la “Girgenti Acque” un’interdittiva antimafia chiesta dagli organi investigativi, così Diomede all’inizio del 2018 è stato rimosso dall’incarico. Fra le pagine dell’inchiesta viene di frequente citato il nome di Angelo Alfano, padre di Angelino, che «ha utilizzato la propria influenza per chiedere a Marco Campione l’assunzione o la stabilizzazione di soggetti a lui legati» ma viene anche riportato che «non vi è alcuna traccia di un interessamento, anche minimo, da parte di Angelino Alfano alle richieste avanzate dal padre...né vi sono elementi probatori, oltre ogni ragionevole dubbio che fanno ritenere che Angelo Alfano abbia indotto il prefetto Diomede a compiere atti nell’interesse del Campione». Ha fatto tutto il prefetto, da solo. Cos’è la “Girgenti Acque”?, chiese qualche anno fa la presidente della Commissione parlamentare Antimafia Rosy Bindi al procuratore aggiunto Ignazio Fondo convocato a palazzo San Macuto. Omissis, omissis, omississ. È il verbale della sua audizione. L’indagine del procuratore capo Luigi Patronaggio adesso ci fa capire qualcosa di più su questa centrale dell’acqua che non distribuisce acqua ma posti di lavoro, un “assumificio” (definizione degli inquirenti, all’inizio di questa investigazione) con in organico 330 dipendenti, 27 su 43 i comuni serviti (si fa per dire) e 360mila gli abitanti condannati alla sete, 1.153 chilometri di rete idrica, 140 le automobili della società che circolano ogni giorno per le strade della provincia agrigentina, 80 microtelecamere inserite nelle condutture per scoprire ladri e furbi che attaccano bypass ai tubi, una squadra di intelligence per controllare il territorio e persino uno staff di psicologi a sostegno gli impiegati («per l’autostima», mi hanno raccontato) che da molti anni si prendono sputi e insulti ogni volta che entrano in contatto con gli utenti. Quanto paga mediamente una famiglia agrigentina di tre persone per l’acqua che ha una sola volta la settimana? Quattrocentosettantacinque euro. Tre volte più che a Milano.

La mappa del tesoro

Indagini di Finanza, carabinieri, Direzione investigativa antimafia e del procuratore capo della repubblica di Agrigento, Luigi Patronaggio, che ora denuncia «una vasta rete di compiacenze a livello amministrativo, ai più alti livelli» che hanno permesso alle società di Marco Campione «di gestire in modo illegale e monopolista tutto il settore delle acque in provincia di Agrigento». E ancora: «La sistematica e diffusa corruzione dei soggetti preposti ai doverosi controlli di gestione, alla correttezza e imparzialità di gestione, alla corretta concorrenza fra imprese, hanno consentito agli indagati, tutti appartenenti al disciolto consiglio d’amministrazione e ai vertici della società, di arricchirsi illegalmente».

Per Patronaggio è qualcosa di più di un assumificio, è piuttosto «una fitta rete di lobbying ai più alti livelli, una capacità di penetrare all’interno dei meccanismi di controllo impressionante». Sembrano lontani, lontanissimi i tempi dell’assessore regionale ai Lavori Pubblici Totino Sciangula, un agrigentino molto amico di Giulio Andreotti, che nelle infuocate campagne elettorali degli anni Ottanta si faceva intervistare sulle tivù locali chiedendo voti in cambio di qualche litro al secondo in più. Sua la famosa battuta: «Qui da noi l’acqua deve togliere la fame, ma mai la sete». O quegli altri che promettevano nuove dighe, nuove condotte volanti, nuovi dissalatori. Per un pugno di preferenze vendevano acqua che non arrivava mai. “L’emergenza” perenne, soldi a palate. Tutto molto casereccio ma efficace. Da mezzo secolo in città si parla sempre e soltanto di metri cubi pompati o scaricati, della quota raggiunta alla fine dell’inverno degli invasi, il Castello, il Fanaco e il Leone, il Gammauta, tutti a controllare ossessivamente l’altezza del “prezioso liquido”, così chiamano l’acqua i quotidiani locali che pubblicano in grande evidenza la rubrica dei turni di “erogazione” zona per zona, strada per strada, palazzo per palazzo. Servizio utile, a volte però solo sulla carta. Perché cosa c’è sotto Agrigento lo sanno tutti e non lo sa nessuno. È uno dei segreti meglio custoditi. Ogni agrigentino conosce solo i suoi tubi, il suo allaccio, il suo prolungamento, le sue cisterne, il suo acquedotto personale. È una rete idrica tutta privata che si attorciglia abusiva nelle viscere della Valle dei Templi. È fatta in casa, a uso familiare. Passa lì in fondo il mistero di Agrigento, l’ultima città italiana senz’acqua. Umberto Postiglione, che ad Agrigento è stato prefetto, un giorno ha avuto la malaugurata idea di chiedere la mappa del tesoro, la cartina della rete dell’acqua cittadina. Non ce l’aveva il sindaco. Non ce l’aveva l’ufficio “idrico” del comune, non l’ha mai avuta neanche il prefetto. È qualcosa che viene custodito solo nelle memoria dei “fontanieri” agrigentini, quelli che aprono e chiudono i serbatoi, che sono detentori della sete di un popolo. Capita che l’acqua arrivi miracolosamente in una casa e non nell’altra che è sullo stesso pianerottolo, nello stesso palazzo, nella stessa via. L’acqua segue in città tortuosi percorsi.

Un predecessore di Postiglione, il commissario straordinario Nicola Scialabba, nel 1991 era riuscito a farne arrivare per qualche mese addirittura 400 litri al secondo. Un po’ più di quella che entra nelle case di Amsterdam. Durò poco, l’acqua e anche il commissario straordinario. Scialabba fu promosso e trasferito in fretta. Cacciato. Come Diomede, ma per la ragione opposta. La maledizione dell’acqua colpisce tutti ad Agrigento.

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