«Non ho mai detto che l’app Immuni sia l’unica soluzione al contenimento del virus in Italia. L’applicazione rientra in una strategia complessiva che si basa anche su altre misure di contenimento». Il 23 luglio scorso la ministra per l’Innovazione, Paola Pisano, ha pronunciato queste parole al Senato, mentre rispondeva a un’interrogazione che chiedeva conto dei risultati dell’app di tracciamento dei contagi entrata a regime il 1° giugno.

Una specie di braccio destro nelle politiche di contenimento del Covid-19 su cui il governo, sulla scia degli input arrivati dall’Unione europea, punta molto. A ieri l’hanno scaricata 7,7 milioni di persone. Numero che è cresciuto soprattutto nelle ultime settimane a seguito della campagna pubblicitaria lanciata da palazzo Chigi (un milione di utenti l’hanno scaricata durante la Immuni download week di ottobre).

Nonostante questo, però, i numeri vengono considerati ancora troppo bassi: oggi è in funzione sul 20 per cento degli smartphone in circolazione in Italia, percentuale dalla quale sono esclusi i minori di 14 anni, ma quest’estate era addirittura peggio.

Ma c’è una domanda a cui in pochi sembrano in grado di rispondere: se nelle prossime settimane il raggio d’azione dell’applicazione crescesse, il nostro sistema sanitario sarebbe in grado di svolgere al meglio l’attività di contact tracing? «Il tracciamento elettronico faciliterebbe tutto il processo a monte, ma prevedere il futuro, ovvero la risposta del settore sanitario, è difficile.

Uno strumento del genere non è mai stato testato», dice Andrea Crisanti, che dirige il dipartimento di medicina molecolare dell’Università di Padova, autore del piano nazionale per aumentare il numero tamponi – fino a 300mila al giorno – consegnato al governo ma finora non utilizzato. «Al momento il tracciamento manuale ha mostrato diverse criticità, soprattutto nei casi in cui c’è stata una maggiore richiesta di screening e di tamponi».

Il nostro sistema sanitario, come quelli dei vicini europei, «non è in grado di reggere tantissime richieste giornaliere di contact tracing». Il rischio, infatti, è che con un aumento delle segnalazioni di contagio ospedali e Asl non riescano a gestire l’afflusso dei dati, essendo già oggi in difficoltà.

Si può fare di più?

Quando una persona effettua il test e risulta positiva viene contattata da un operatore sanitario che l’avvisa e le chiede di rimanere in quarantena a casa. Quindi propone al contagiato, che ha già Immuni installato sul proprio telefono, di segnalare il proprio caso. L’applicazione avverte le persone con cui il contagiato è stato in contatto nei giorni precedenti alle analisi. Questo, a sua volta, segnalerà il suo caso al servizio sanitario. Scattano nuovi tamponi e isolamenti fiduciari, una macchina che deve muoversi velocemente per poter bloccare sul nascere nuovi focolai.

Più crescono i numeri del contact tracing più crescono il lavoro per gli operatori e i tamponi richiesti. Ma il sistema non è centralizzato, ogni regione va per conto sui sul tema dei test e degli screening. Ieri, ad esempio, a livello nazionale sono stati fatti 128mila tamponi in più rispetto a mercoledì e l’incremento dei casi è stato di 4.458. In questa situazione la Campania registra un notevole aumento dei contagi (757) ma un numero di tamponi (9.925) inferiore a quello del Veneto che con 16.958 tamponi ha individuato 491 nuovi contagiati. Nel Lazio, ai drive through, si registrano fino a sette ore di attesa.

Il servizio sanitario dunque potrebbe non essere pronto a gestire i dati tramite app. «Servirebbero molti più operatori – dice Crisanti – investimenti per il tracciamento, un aumento sistematico dei tamponi e degli screening». Anche l’Istituto superiore di sanità, in un rapporto pubblicato a fine giugno scorso, sottolineava che «la ricerca e gestione dei contatti è una attività che richiede molte risorse umane».

Quando il numero di casi identificati aumenta «in un breve periodo di tempo, potrebbe essere difficoltoso effettuare un contact tracing rigoroso». Se la app ricerca i contagiati da nord a sud, asl e ospedali devono essere in grado di gestire i dati, chiamare, effettuare i test a domicilio. «Il sistema deve essere efficiente sia a monte che a valle», aggiunge Crisanti. Quindi non basta scaricare l’applicazione.

I modelli esteri

Quando si parla di tracciamento si guarda al modello sudcoreano, che è stato in grado di seguire i casi di positività e tenere sotto controllo la curva epidemiologica. Tramite un sistema di applicazioni, analisi delle tracce gps dei cellulari, transazioni delle carte di credito per comprendere gli spostamenti e i luoghi da sanificare, incrociati con i dati di milioni di telecamere di sorveglianza, la Corea del sud ha messo in piedi un contact tracing aggressivo e rapido che sembrerebbe aver funzionato.

Caso sudcoreano a parte, secondo una stima della società di analisi Sensor Tower, le app di tracciamento sono state un sostanziale flop a livello mondiale. Lo studio risalente allo scorso 14 luglio si riferisce a un campione di 13 stati e a una popolazione di 1,9 miliardi di persone. La media racconta di un tasso di download pari al 9,3 per cento della popolazione totale, poco più di 173 milioni di smartphone.

Tra i più virtuosi l’Australia, dove il tasso di installazione è al 21,6 per cento dei cittadini totali, seguita dalla Turchia con il 17,3 per cento e dalla Germania con il 14,4 per cento. L’India è il paese che in termini assoluti registra più download, quasi 128 milioni, pari tuttavia ad appena il 12,5 per cento della popolazione. Perù (6,8 per cento), Giappone (5 per cento) e Arabia Saudita (4,9 per cento) fanno registrare percentuali inferiori anche a Immuni, così come la Francia, ferma al 3,1 per cento.

I download italiani della app Immuni al momento riguardano il 20 per cento di coloro che hanno uno smartphone. Dal 1° giugno il sistema ha registrato in tutto 419 utenti positivi. Le notifiche, che vengono registrate solo dal 13 luglio, finora sono state 7.361, con un netto incremento nel mese passato: 1.109 solo nei primi dieci giorni di scuola.

La percentuale di scaricamento in alcune regioni rimane basso. Solo il 7,8 per cento della popolazione siciliana (con più di 14 anni) ha l’app nel proprio telefono, in Friuli l’11,5 per cento, in Calabria l’8,2 per cento, in Campania l’8,8 per cento e in Basilicata il 10,9 per cento.

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