«Abbiamo dato mandato a un gruppo di tecnici per riappropriarci della competenza in materia di sanità». Il 7 novembre il presidente del Consiglio regionale della Calabria, Domenico “Mimmo” Tallini, tuonava contro la zone rosse, arancioni, gialle. Il presidente del Consiglio regionale chiedeva di ridare in mano la sanità calabrese ai politici calabresi, cioè alla classe dirigente che lui rappresentava. Dodici giorni dopo, all’alba del 19 novembre, i carabinieri su mandato della procura antimafia di Catanzaro guidata dal procuratore Nicola Gratteri hanno consegnato a Tallini un’ordinanza di custodia cautelare: arresti domiciliari con l’accusa di concorso esterno e voto di scambio con la cosca Grande Aracri, una delle più feroci e ramificate famiglie della ’ndrangheta. Favori e voti, ma soprattutto il grande affare delle farmacie. Il terreno delle operazioni era proprio la sanità, che di questi tempi nella regione è sotto i riflettori per scelte del governo assai discutibili sul commissario per la sanità, con tre nomi bruciati per altrettante figuracce, e per il Covid-19 che avanza provocando una saturazione delle fragili strutture ospedaliere del territorio.

Il contesto in cui avviene questo tragico balletto è contraddistinto da aziende sanitarie sciolte per mafia, soldi mai spesi per l’emergenza e clientele incancrenite nel polmone finanziario regionale, che vale 3,5 miliardi di euro. La più grande economia della regione, fagocitata da interessi mafiosi e politici.

Non da ora, ma da decenni con boss medici e cliniche private accreditate di proprietà dei prestanome delle cosche. In attesa di un commissario credibile, attento ai conti ma di più ai bisogni dei cittadini calabresi, è arrivata Emergency con Gino Strada che insieme alla Protezione civile si occuperà di mettere in piedi ospedali da campo e Covid-hotel utili ad allentare la pressione su ospedali e ambulatori.

Tallini impresentabile

Il centrodestra al governo della regione, incluso Tallini, aveva criticato l’arrivo di Strada. «Non siamo in Africa», aveva detto il presidente facente funzioni Nino Spirlì, il primo leghista a capo della regione. Tallini a pochi giorni dalle regionali aveva protestato contro la lista degli impresentabili stilata dalla commissione parlamentare antimafia, che lo aveva inserito tra i candidati poco onorevoli a rappresentare i cittadini nelle istituzioni. «È un attacco personale», aveva detto, minimizzando un processo in cui era coinvolto. Alla fine era stato eletto, con Forza Italia e Lega ha conquistato la regione retta da Jole Santelli fino alla sua morte, e ora da Nino Spirlì, che Matteo Salvini aveva voluto alla vicepresidenza e all’assessorato alla Cultura.

Tallini nonostante le ombre giudiziarie era stato nominato presidente del consiglio regionale. Esperienza interrotta dal blitz dei carabinieri il 19 novembre. Secondo l’inchiesta i boss avrebbero garantito al presidente sostegno elettorale alle elezioni regionali del 2014. Nella stessa indagine sono coinvolte altre 19 persone, al centro una imponente operazione di riciclaggio tramite un consorzio farmaceutico. Per gli investigatori Tallini sarebbe stato determinante per il progetto «consapevole dì prestare un rilevante contributo all’associazione criminale e che il lusinghiero ritorno elettorale era riconducibile al patrimonio dì intimidazione che la cosca stessa indubbiamente detiene», si legge nell’ordinanza di custodia cautelare notificata al politico.

Farmaci e mafia

Nella storia dell’arresto di Tallini ci sono le coordinate dell’evoluzione della ‘ndrangheta, all’avanguardia nella scelta dei settori nei quali investire i quattrini sporchi. Una storia che nasce nella Calabria ostaggio di un sistema politico-criminale che ha saccheggiato risorse e diritti, ma che si dipana in Emilia-Romagna, diventata, fin dagli anni Ottanta, il centro degli interessi della cosca Grande Aracri, originaria di Cutro, in provincia di Crotone. Il regista dell’operazione di riciclaggio tramite la farmaceutica, si legge negli atti dell’indagine, è Salvatore Grande Aracri, il rampollo del clan, che tra Brescello e Reggio Emilia si muove come fosse un imprenditore di grande fama. Vive a Brescello, il paese della bassa reggiana celebre per aver fatto da set cinematografico alla saga di Peppone e Don Camillo, e trasformatosi nell’ambientazione di una epopea criminale degna del Padrino, tanto da aver provocato lo scioglimento del primo comune emiliano per mafia.

Il giovane Grande Aracri è consapevole dei milioni che girano attorno ai farmaci. È con lui si interfacciano i professionisti romani che si inventano il marchio Consorzio Farma Italia e Farmaeko. Paolo De Sole, per esempio. Un trascorso nella politica romana e legato ad ambienti alti della capitale. L’affare vale, citando le parole intercettate del boss, «un centinaia di milioni di euro l’anno». L’ambizione è acquisire le farmacie in difficoltà oltre a quelle già a disposizione per far circolare i prodotti commercializzati dall’organizzazione. «Farmacie indebitate», suggerisce il commercialista del clan, così da convincere più facilmente i titolari a cederle. Per allargare il consorzio farmaceutico sono stati contatti «attraverso la buona rete di amicizie con personaggi altolocati, medici e farmacisti». La borghesia al servizio del clan.

Oltre alle farmacie però l’interesse della cosca si era spostato anche sul traffico illegale di medicinali antitumorali. Uno schiaffo ai malati che vivono in Italia e faticano spesso a trovare le quantità necessarie. «Una truffa al servizio sanitario nazionale, esportando illegalmente farmaci oncologici per rivenderli all’estero con profitti spropositati», scrivono gli investigatori. Il boss Grande Aracri dice: «Gli ospedali li comprano a mille, in Inghilterra li vendono a cinquemila, quindi tu li compri a mille e li vendi a cinque e così guadagni quattromila euro l’uno». Grande Aracri è un profondo conoscitore dell’ambiente, «un nuovo business», diceva. Per concluderlo la cosca si appoggiava a complici «nelle strutture sanitarie».

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