L'Italia resta a guardare con il fiato sospeso, i tweet abbondano tra intellettuali, giornalisti e attivisti. Tutti chiedono una sola cosa: l'Egitto deve liberare Patrick Zaki. L'interesse per la sorte del ricercatore egiziano si è riaccesa con la liberazione, giovedì scorso, dei tre direttori di Eipr, l'organizzazione per i diritti umani per cui Patrick lavorava e da cui provengono alcuni dei suoi avvocati tra cui il capo del team legale, Hoda Nasrallah. Per loro il carcere è durato poco più di una settimana mentre la situazione di Patrick rende necessario aspettare ancora.

La nuova udienza relativa alla sua custodia cautelare è prevista per oggi a mezzogiorno, dopo che lo scorso 22 novembre la sua detenzione era stata rinnovata per altri 45 giorni. Ma l'ordinamento egiziano permette che la misura cautelare possa essere valutata in qualsiasi momento. Secondo l'avvocato Hoda Nasrallah, che ha potuto visitare Patrick mercoledì scorso nel carcere di Tora, le possibilità della sua liberazione sarebbero al cinquanta per cento. «Patrick sta bene anche se è costretto a dormire per terra», dice il legale, «ma come sempre è preoccupato per i suoi studi che ha dovuto interrompere».

Zaki è stato arrestato il 7 febbraio scorso all'aeroporto del Cairo mentre rientrava da Bologna, città dove stava frequentando un master in studi di genere. I capi d’accusa a carico del giovane ricercatore sono cinque e vanno dalla propaganda eversiva al presunto tentativo di rovesciare il regime del Cairo. Nel fascicolo della procura egiziana ci sono dieci pagine di post pubblicati su Facebook delle quali nessuno conosce il contenuto in maniera precisa, perché neppure gli avvocati non sono mai riusciti a visionarle. L'unica cosa che la difesa è riuscita ad appurare è che quei post eversivi non sarebbero opera di Zaki, perché il profilo social da cui provengono ha tre nomi (anche il suo patronimico George), mentre il vero profilo di Patrick ne ha solo due.

L'interesse per le sorti del giovane ricercatore si è riacceso nelle ultime settimane insieme a quelli dei suoi colleghi dell'associazione. In questi 10 mesi di detenzione la giustizia egiziana ha esibito il suo lato più imprevedibile e schizofrenico. La vicenda dell'arresto dei suoi colleghi di EIPR ne è un chiaro esempio. I tre dirigenti sono stati arrestati tra il 15 e il 19 novembre. Le accuse erano diverse, anche in questo caso, e andavano da associazione terroristica a diffusione di notizie false con il fine di danneggiare la sicurezza nazionale. Il faldone d'inchiesta in cui erano stati inseriti è il numero 855/2020, dove compaiono in veste di indagati anche diversi attivisti dei diritti umani.

Secondo i colleghi degli arrestati la furia delle forze di sicurezza si sarebbe abbattuta a causa di un incontro avvenuto il 3 novembre all'EIPR con un gruppo di diplomatici stranieri tra i quali l'ambasciatore italiano Giampaolo Cantini. Quell'episodio, non a caso, è stato oggetto di lunghi interrogatori rivolti agli attivisti da parte delle forze di sicurezza. Un chiaro avvertimento che il governo egiziano vuole dare alle associazioni per i diritti umani e ai diplomatici stranieri per evitare nuovi briefing e incontri nel paese.

Il 3 dicembre scorso, i vertici di EIPR sono stati rilasciati dopo una mobilitazione a livello internazionale. La moglie di uno degli arrestati, Karim Ennarah, ha scritto un editoriale sul New York Times dove spiegava che la mossa delle autorità egiziane contro l'organizzazione per i diritti umani era da intendersi come un messaggio al neoeletto presidente USA Joe Biden. Poi, un giorno prima del rilascio, il videomessaggio dell'attrice Scarlett Johansson ha fatto il giro del mondo. Il gesto inatteso della star di Hollywood è stato lodato con un tweet anche dal Hossam Baghat, l'attivista che dopo gli arresti dei sui colleghi ha ripreso in mano la direzione dell'organizzazione.

Anche in Italia l'opinione pubblica si è rinvigorita. La campagna per la liberazione di Zaki, portata avanti da diversi soggetti tra cui Amnesty International, ha coinvolto un fronte numeroso ed eterogeneo di attiovisti, accademici e cittadini comuni e visto schierarsi in prima linea anche l'Università di Bologna, da sempre attenta al tema dei diritti umani. Si tratta in parte della stessa rete che nacque intorno al caso di Giulio Regeni, lo studente di Fiumicello ritrovato senza vita al Cairo nel 2016.

© Riproduzione riservata