Sul bancone di una carnezziera, come si chiamano le botteghe dei macellai a Palermo, c’era la pesa e c’era la conta. Carne e coca, carne e hashish, carne e crack. Poi i pusher scivolavano fuori dal dedalo di viuzze intorno alle catacombe dei cappuccini e si sparpagliavano, ubbidienti, in tutta la città. Consegne senza sosta per 24 ore, tre turni, quello diurno, il serale, quello notturno.

Così tanta droga non se vedeva in giro dalla metà degli anni ‘80. Di ogni tipo e per tutti i gusti, ordinatamente distribuita quartiere per quartiere o discretamente recapitata a domicilio negli studi di avvocati e medici, roba buona e roba scarsa. Partite di yahama, il fumo più scadente. O panetti di porsche, quella che piace di più. Per gli esigenti l’amnesia, una bomba.

La regina dello spaccio

Palermo è inondata da un fiume di stupefacenti. Mezzo secolo fa era capitale mondiale del traffico, oggi è diventata capitale di spaccio. Solo negli ultimi 40 giorni, e solo dai carabinieri, di corrieri e grossisti ne sono stati arrestati 112. Il 2 novembre 48 allo Sperone, il 23 novembre 11 alla Vucciria, il 30 novembre 12 a Passo di Rigano, il 6 dicembre 31 fra Borgo Nuovo e Ballarò.

Non c’è borgata che non abbia ormai la sua grande piazza di smercio, il suo magazzino, i suoi custodi e le sue vedette. Un carico è arrivato via mare il venerdì su uno dei moli di Sant’Erasmo e la domenica era già sparito. Commenta quasi incredulo il tenutario del deposito: «Ne sono entrati 150 chili e un volo hanno fatto, un volo».

Ci sono i bambini di otto anni che giocano con le banconote appena incassate dalla mamma che commercia, la microtelecamera piazzata dagli investigatori nella tv in cucina li riprende sorridenti con i soldi in mano. C’è l’eterno disoccupato che ha risollevato le sorti economiche della famiglia coinvolgendo nell’avventura padre e madre, il fratello, un cognato, la nipote.

Dice compiaciuto agli amici: «Noialtri, noialtri parenti travagghiammu tutti». Lavoriamo tutti. Ci sono i ragazzini che sfrecciano sulle biciclette, dosi occultate nei parafanghi e sotto le selle. Qualcuno si lamenta perché qualcun altro pretende un aumento: «Ma che vuole, trenta euro? Troppo assai..».

La paga per un trasporto di sei ore è un po’ più bassa: venti euro. Prendere o lasciare. Se uno lascia arriva subito un altro al suo posto. C’è la fila per spacciare.

Nelle periferie più miserabili di Palermo la droga rimette in moto un’economia che sembrava scomparsa. Non ci ci sono più le raffinerie di eroina di 40 anni fa, non ci sono più i chimici marsigliesi o corsi che trasformano la morfina base nei laboratori sulla via Messina Marine o alla Guadagna, ci sono i superstiti delle famiglie di Cosa Nostra che controllano un nuovo e sterminato supermercato.

Il subappalto criminale

Si approvvigionano dagli amici calabresi della ‘Ndrangheta e dagli amici camorristi di Napoli, dalle gang nigeriane acquartierate in Campania. La trasportano giù in Sicilia, la ammassano in luoghi sicuri per poi affidarla a gruppi sparsi sul territorio, piccoli criminali e incensurati, donne e bambini, nonni, un esercito di pusher dai mille volti. Così la mafia subappalta i suoi affari.

La domanda in città è sempre più alta, i call center della droga non chiudono mai, c’è un popolo trasversale di consumatori, tutte le classi sociali, che sta sempre con il fiato sospeso in attesa di un nuovo sbarco.

All’inizio dell’estate un aereo della Guardia di Finanza ha intercettato davanti al porto di Palermo una barca a vela battente bandiera statunitense, a bordo c’erano tre bulgari e sei tonnellate di hashish. La scorsa settimana i poliziotti del commissariato di Bagheria hanno individuato un’organizzazione che riforniva di coca non solo Bagheria ma anche Marsala, Campobello e altri paesi della provincia trapanese.

Qualche giorno fa a Pantelleria sono stati sequestrati 138 chili di marijuana, quantità esagerata per soddisfare i fumatori presenti sull’isola, probabilmente proveniva dalla Tunisia e probabilmente sarebbe dovuta finire sempre a Palermo. Era il tesoro di tre amici.

Una ragazza che serve ai tavoli di un bar e che su Facebook scrive favole per bambini, un pescatore che da giugno a settembre accompagna con la sua barca i turisti nelle calette, un artista che dipinge paesaggi marini.

Ma è a Palermo che si “travagghia” per davvero. Le intercettazioni ambientali svelano un altro mondo, scoprono le altre vite di un popolo che campa di droga. «Io mi sto facendo i bagni con il yamaha» (in siciliano “farsi i bagni” significa arricchirsi), confessa uno spacciatore all’altro pensando già al Natale e ai prezzi da imporre. Quasi cento grammi di hashish turco in tempi normali si vendono a 275 euro, alla vigilia delle feste il prezzo è salito a 350.

Camerette piene di coca

Altro interno di famiglia. Immersi nello spaccio marito, moglie, un figlio e pure la zia. Quando comunicavano fra loro e avevano necessità di procurarsi un po’ di roba, usavano sempre la stessa parola d’ordine: «Stamattina andiamo a comprare il pane di paese».

Ma la storia più spaventosa è quella dello Sperone e dei suoi bambini. La coca conservata nelle camerette dei figli, in mezzo ai giocattoli. Non un caso, non due casi, i bimbi vittime dei genitori sono molti di più, sono tantissimi.

La procura dei minorenni ha già avanzato una richiesta al tribunale per allontanarne sette dalle loro famiglie, negli ultimi giorni i magistrati stanno esaminando un'altra cinquantina di posizioni.
«Lo Sperone è una delle più imponenti piazze di spaccio del Sud Italia», ha dichiarato il comandante dei carabinieri del gruppo di Palermo, Angelo Pitocco, subito dopo l’ultima operazione antidroga.

Si vende dappertutto. Anche alla luce del sole. Anche davanti alle scuole. Come alla Buonarotti, una media, nella borgata di Passo di Rigano. Lì, hanno pestato a sangue un uomo che non voleva i pusher liberi di scorrazzare fra gli studenti. Hanno pure avvicinato e minacciato un carabiniere troppo presente in zona, speravano di ammorbidirlo, gli avevano consigliato di chiudere un occhio quando era di pattuglia. Lui ha denunciato subito ai superiori.

È il delirio, c’è una Palermo che è rimontata sulla giostra degli stupefacenti, c’è una città che con gli stupefacenti sopravvive. Nulla a che spartire con i fasti della Cosa Nostra che fu, quando una sessantina di anni fa la mafia più potente decise che la Sicilia sarebbe dovuta diventare il cuore del grande business dell'eroina.

Si tenne un summit a Palermo, al Grand Hotel et Des Palmes, una casa patrizia costruita un secolo prima dai mercanti inglesi Ingham-Whitaker e poi trasformata in albergo.

La riunione durò dal 10 ottobre al 14 ottobre 1957. Vi parteciparono gli americani Frank Garofalo, Giuseppe Joe Bonanno, Vito Vitale, Santo Sorge, Lucky Luciano, Charles Orlando, Nicola Nick Gentile e Carmine Galante. E i siciliani Vincenzo Rimi da Alcamo, Cesare Manzella da Terrasini, Giuseppe Genco Russo da Mussomeli.

I palermitani don Mimì La Fata, Calcedonio Di Pisa, Rosario Mancino. In quei quattro giorni fu programmato il futuro di Cosa Nostra: la droga. E Palermo divenne il centro del mondo criminale.

Morti di mafia e zombi

I risultati più vistosi si materializzarono un quarto di secolo dopo, un’isola sfrenatamente ricca grazie al denaro dell’eroina. Ricca e cadaverica. Perché i ragazzi cominciarono a morire di droga anche a Palermo. «È una città di zombi, di cadaveri ambulanti», disse il consigliere istruttore del tribunale di Palermo Rocco Chinnici, il primo che si accorse dell’eccidio come ricorda Piero Melati nel suo libro La notte della Civetta.

Le statistiche raccontavano che in quel 1981 gli zombi di Palermo erano 2.500, ma le statistiche mentivano: erano molti di più. «Morti di mafia», li definiva Chinnici, che sarebbe stato ucciso due anni dopo quel suo grido d’allarme e di dolore. Oggi a Palermo c’è chi comincia a farsi quando ha solo dodici anni.

La droga delle borgate e la droga degli affezionati clienti della città nuova, quelli che hanno più soldi, quelli non chiedono mai rate e che se prendono tre pagano due. È una processione che non si ferma mai. Le voci di questa Palermo sono tutte registrate. «Me la puoi riempire una bottiglietta d’acqua che sto salendo?». «Mi passi a prendere come ieri, magari un poco meglio?». «Portami cinque cornetti belli caldi». «Voglio un poco di verdura». «Se di ricci non ne hai più, ce li hai i gamberoni?». «Oggi mi servono dieci noccioline».

© Riproduzione riservata