Mentre le vicende giudiziaria intorno al disastro della funivia del Mottarone, in cui sono morte 14 persone, si annunciano lunghe e complesse, la cittadina di Stresa attende le novità dell’inchiesta nel clima irreale di chi ha appena subito un trauma di cui non ha ancora realizzato la portata.

La funivia, oggi

Una modesta corona di fiori ormai appassiti, spedita dagli organizzatori del Giro d'Italia, e una biscia d'acqua che si scalda sulle scale di cemento che scendono nel lago, fanno da cornice decadente alla stazione della funivia della «disgrazia imprevedibile», come la definiscono nei locali turistici che si affacciano sul lungo lago di Stresa.

Non ci sono curiosi né turisti della tragedia da queste parti, gli appassionati del macabro sempre presenti nei luoghi dove la morte erompe teatralmente. Qualcuno nei primi giorni si è arrampicato tra i boschi per andare a vedere, ma sono stati tutti stati fermati da un servizio di vigilanza discreto e inflessibile.

Gli abitanti sembrano soltanto voler voltare pagina, guardare avanti, tornare a parlare del disastro precedente: il Covid, che ha colpito duramente il settore turistico locale, ma con il quale si può tentare una convivenza. Con una funivia schiantata al suolo, con la morte di quattordici persone che coinvolge esseri umani che si conoscono da decenni con cui ci prendi il caffè ogni mattina, invece, non si convive.

Luigi Nerini, il titolare della società che gestisce la funivia, è un imprenditore conosciuto da molti in città. Salire sul Mottarone e fare un giro ad Alpyland, il piccolo parco divertimenti che Nerini ha costruito a poca distanza dall’arrivo della funivia, era un rituale per gli abitanti del circondario. Nerini non è un grande imprenditore, come quelli che gestiscono gli hotel di fama internazionale che punteggiano le rive del lago e le sue isole. Per anni, la funivia, tra alti costi di manutenzione e incassi deludenti, gli aveva dato più grattacapi che altro. Soltanto negli ultimi anni, anche grazie al restauro completo pagato da regione e comune, la funivia era tornata in utile.

Arrestato la settimana scorsa, Nerini è stato liberato dal giudice per le indagini preliminari, insieme a Enrico Perocchio, il direttore di esercizio dell’impianto. L’unico a restare agli arresti domiciliari è Gabriele Tadini, il caposervizio che ha confessato di aver ordinato di inserire il blocco dei freni che hanno contribuito al disastro. È stato lui a coinvolgere nella sua denuncia Nerini e Perocchio. I due hanno respinto le accuse e la gip ha deciso di credergli.

La crisi del turismo

Di questi fatti a Stresa non si parla. La città è chiusa a riccio e sembra sperare soltanto che tutto passi e che il lavoro torni insieme ai turisti tornino e che i figli possano riprendere a fare i camerieri, i cuochi e gli accompagnatori.

Gli effetti della pandemia sono ovunque in una cittadina turistica come questa. È sufficiente guardare i traghetti diretti alle isole Borromee, che partono dalla stazione accanto alla funivia che porta al Mottarone, per vedere le ombre che si allungano: sono semi vuoti, quando un tempo, in questa stagione, serpentoni di code si dipanavano per centinaia di metri sotto il sole cocente.

Sono scomparsi anche i plotoni di fuoriserie, rigorosamente con targa svizzera, che avanzavano lentamente lungo la strada che affaccia sul lago Maggiore.  Al loro posto, ciclisti e automobili di piccola e media cilindrata: italiani e pochissimi stranieri in gita domenicale, che vengono a fare un giro e se ne vanno, magari portandosi i panini da casa.

«Un periodaccio», dicono i camerieri dei vari caffè che affacciano sul lungo lago: luoghi dove ha passeggiato Hemingway, e molti altri, alla portata di chiunque possa permettersi un pranzo con venti euro di fronte ad uno scenario dove vette ancora innevate si specchiano sull'acqua blu tipica dei laghi alpini. Mancano i ricchi, quelli veri. Il Grand Hotel des Iles Borromées, sebbene perfetto, è chiuso, in attesa che arrivino i danarosi turisti stranieri, la cui assenza crea voragini occupazionali che non possono essere sostituite dai vacanzieri mordi e fuggi.

Gli abitanti Stresa, che da tempo immemorabile ignorano il concetto di carenza di lavoro, osservano con timore il concatenarsi di eventi di cui la sciagura di una settimana fa è solo l'ultimo passaggio. «Il grand hotel chiuso, da solo, vale cinquanta posti di lavoro», fa notare la gentile signora che lavora in un bar poco distante. «Io credo che non ci si renda  pienamente conto di cosa sta accadendo al settore turistico. Oppure è solo una dimensione locale: si sta perdendo il soggiorno, l'albergo, tutto ciò che in generale richiede la condivisione di spazi al chiuso e per lungo tempo. E quanto accaduto lassù rischia di essere un altro passo».

Il lutto

A mezzogiorno di domenica le campane suonano a morto, con rintocchi lentissimi. I camerieri si fermano dove sono, con i vassoi in mano e i commessi si affacciano sulle soglie dei negozi: sembrano statue di sale dal volto triste, intimamente angosciate, circondate da turisti che non percepiscono quel momento di una comunità che si riconosce in un lutto doloroso e da vivere in silenzio. A cui non si devono chiedere pareri su coloro che sono coinvolti, né sulle dinamiche investigative perché «qui noi vogliano solo lavorare, da sempre». Frase che dilaga e che un po' racconta un primato, quello del lavoro, il lavoro comunque, darsi da fare.

Il parroco della Chiesa Parrocchiale Arcipreturale dei SS. Ambrogio e Theodulo, durante la messa del mattino dedica un rapido passaggio a «quanto accaduto» e per il resto affronta il nodo della famiglia tradizionale: guardare avanti, lavorare.

 

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