Il 27 maggio 2020, nella lontana città di Minneapolis, negli Stati Uniti, un uomo nero morì asfissiato, mentre era ammanettato da quattro agenti. Il tutto avvenne tra lo pneumatico di una macchina della polizia, il bordo del marciapiede e il ginocchio di un poliziotto bianco. Una ragazza di 17 anni, nera, di nome Darnella Frazier, filmò l’agonia e la morte dell’uomo – si chiamava George Floyd, 46 anni – da due metri di distanza e postò tutto, mentre succedeva, sulla sua pagina Facebook.

Eravamo nel pieno della prima ondata della pandemia del 2020 – ovvero avevamo altro cui pensare – eppure quegli otto minuti e 53 secondi vennero guardati da centinaia di milioni di persone; e poi riguardati; e poi riguardati, come se fosse impossibile staccare gli occhi da quella colla liquida, la stessa ipnosi che ci prese quando il secondo aereo si schiantò sulle Torri all’inizio del 21esimo secolo; il mondo stava assistendo, in quel periodo, a qualcosa di inimmaginabile, di mostruoso: un virus che non si sapeva da quale stadio evolutivo della Terra fosse emerso; ed ecco che un altro mostro – il razzismo, il systemic racism, come lo chiamano gli americani – emergeva da un ipotalamo collettivo, o comunque sia da una profondità del cervello in cui l’umanità conserva sogni e incubi.

La via crucis

La visione della morte di Floyd ha suscitato un movimento di coscienze – proteste, manifestazioni, preghiere – come non si vedeva da tempo; i neri americani, ma direi probabilmente con loro tutti quelli che nel mondo sperimentano il razzismo ogni giorno, in George Floyd hanno visto sé stessi; le madri hanno visto il possibile destino dei loro figli. Per molto tempo non si saprà quanto quella visione abbia suscitato emozioni effimere, o abbia inciso a fondo nelle scelte di vita di tante persone; un giorno, chissà, il 27 maggio 2020 sarà ricordato nel calendario e la storia recente sarà divisa sullo spartiacque: prima di GF, e dopo GF. Tutto ciò è stato causato dalla ragazza Darnella. Ma che cos’ha di così straordinario quel filmato? A mio parere, la lunghezza, la qualità tecnica, la sincerità; e infine la strana sensazione che comunica: di assistere a una rappresentazione teatrale, a un grande evento di teatro popolare. Nel folklore cristiano, da sempre, si mette in scena la Passione, gli ultimi giorni della vita del Cristo, l’ascesa al Golgota, la via crucis con le stazioni e i dettagli della morte per crocifissione; in mezzo mondo si fanno le prove di queste sacre rappresentazioni. Ci si mette i costumi, chi da Cristo, chi da Giuda, chi da Centurione, chi da Maria, chi da Maddalena, chi attore, chi spettatore.

Nella cultura islamica degli sciiti, invece il teatro popolare racconta, girando per i paesi, la sua Passione, l’Ashura, il martirio dell’Imam Hussein, figlio di Alì, il suo cavallo bianco, la pianura di Kerbala in cui fu tradito e trucidato. Ogni anno processioni immense di flagellanti lo commemorano. Si racconta che durante la guerra con l’Iraq, l’ayatollah Khomeini avesse arruolato bambini e adolescenti per saltare in aria sui campi minati. La notte prima della battaglia, li intontivano con qualche sostanza e poi il cavallo bianco di Alì passava nell’accampamento e i bambini erano felici che fosse venuta finalmente la loro ora, diventare martiri.

E qui, sul marciapiede più anonimo del mondo, nella Minneapolis che non ha nulla di epico, se non essere comparsa come fondale del film grottesco Fargo, Colui che deve morire si comporta come tale; gli agenti lo espongono al pubblico in manette, come Ponzio Pilato con l’Ecce Homo. Derek Chauvin (con quel nome) gli pressa il ginocchio sul collo – senza mai allentare, la mano in tasca, masticando chewing gum, sa di essere ripreso. È un volto noto: centurioni con una faccia così sono stati dipinti da Giotto, da Mantegna, da Brueghel. E che dire del boia che estrae dalla tasca un coltellino taglia tendini per finire l’opera sulla testa di Giovanni? È una delle più tremende istantanee mai pensate, un Caravaggio fuggitivo la dipinse nella latitanza a Malta. Come è possibile che il volto del boia sia identico a quello di Chauvin? E che il volto di Giovanni sia lo stesso di quello di Floyd? Poi c’è l’agente Tou Thao, quello dalle fattezze asiatiche e dalla serenità buddista – quello che non impedisce a Darnella di girare, ma al massimo di avvicinarsi troppo (in altri tempi o luoghi quel telefonino sarebbe stato sequestrato o sfasciato) – e lo fa con un piccolo passo minatorio, niente più, un gesto che avrà fatto mille volte. Non è anche lui un figurante? Infine c’è quella testa immobile schiacciata da un ginocchio, lo stesso ginocchio che può essere segno di sottomissione e di perdono. I giocatori di football che take the knee, si inchinano in onore dei morti neri uccisi dalla polizia, perché black lives matter, e lo stesso hanno fatto molti poliziotti nelle manifestazioni dopo la morte di GF. Ma il presidente degli Stati Uniti ha sempre redarguito quei giocatori, indegni dell’America; e allora Black Lives Matter è andata a manifestare sotto le sue finestre, lui si è preso paura e si è rifugiato in un bunker, poi è uscito, circondato da generali in tuta mimetica, ha fatto sgombrare la folla dall’esercito e si è fatto fotografare con una Bibbia in mano, prima di tornare velocemente nel bunker. Quante cose ha messo in moto Floyd! Anche la protesta dei seguaci di san Michele perché l’iconografia ufficiale lo raffigura premere un ginocchio sul collo di un uomo nero, Satana.

La pratica del linciaggio

E poi c’è l’audio – così perfetto, così difficile da contestare – che ripete l’antica sinfonia. «Non posso respirare» grida e poi sempre più sussurra, George Floyd: dodici volte in tutto. «Madre, madre», cinque volte. «Muoio, sto morendo», altre cinque volte. C’è anche un coro: Darnella stessa, che mentre tiene il telefonino fermo in mano, a voce alta implora il poliziotto: «Non farlo, fratello, fermati fratello», a cui si uniscono dei passanti che, si saprà dopo, usano anche loro le mani per chiamare il 911. Una crocefissione moderna, compreso il «non ho fatto niente di grave» (Floyd era sospettato di aver pagato un pacchetto di sigarette con una banconota da venti dollari falsa), che rimanda al «padre perdona loro perché non sanno quello che fanno».

Ai neri americani, la morte di Floyd e tutto questo ha immediatamente ricordato la pratica del linciaggio, la spaventosa consuetudine che ha segnato gli Stati Uniti, dal 1870 fino agli anni Trenta, negli stati del sud. Si calcola che circa 5.000 persone, neri (più qualche siciliano e qualche cinese) siano stati impiccati pubblicamente, per “sveltire” procedimenti penali in cui erano coinvolti. Di solito un “negro” veniva accusato di stupro di una donna bianca, e messo in carcere.

La popolazione del villaggio o della cittadina chiedeva di fare giustizia rapida, assaltava “pacificamente” il carcere, il guardiano forniva le chiavi (era sempre il crepuscolo e quindi era praticamente impossibile riconoscere gli attori) e il detenuto veniva impiccato. Non era considerato reato federale (lo è diventato l’anno scorso, il 2019!). I linciaggi avevano lo scopo di incutere il terrore tra i neri e spingerli a emigrare. E funzionava, puntualmente, dopo ogni linciaggio: dal sud degli Stati Uniti milioni di neri emigrarono verso Chicago, la California, per non essere i prossimi a essere uccisi.

L’ottantenne attivista Jesse Jackson, il primo ad arrivare a Minneapolis, disse: «È sempre la solita storia, è un linciaggio». Più di un secolo di storia era inchiodato sul quel marciapiede. L’attore Will Smith disse: «Il razzismo di oggi non è migliore o peggiore di quello di allora; semplicemente è filmato».

I linciaggi erano pubblici, tutti dovevano vedere (anzi, venivano fatte cartoline, di cui c’era un certo mercato), i corpi stavano appesi anche giorni, prima di essere bruciati con la benzina. Non c’era sepoltura, non c’erano nomi; c’era la folla, sicura di essere impunita. Il razzismo americano di oggi è invece legale: i poliziotti seguono un regolamento che prevede la violenza e il pregiudizio, sono protetti dai loro sindacati, indossano le body cam, solo molto raramente vengono rinviati a giudizio.

L’ammanettamento di George Floyd era per loro pura e semplice normalità, che non cambiava certo in tempi di pandemia. Ma non avevano calcolato la tecnologia – i telefonini di ultima generazione hanno fotocamere professionali, stabilizzatori di immagine, microfoni ultrasensibili, batterie che non ti lasciano a terra: un bel cambiamento da duemila anni fa, quando a ricordare che cosa era successo c’erano solo reliquie, chiodi, un telo, e dei racconti. Ma anche solo dai tempi del confuso Vhs del pestaggio di Rodney King (1991), o dei pochi secondi dell’otto millimetri di Zapruder e Kennedy (1963). Gli agenti non avevano calcolato l’innocenza e il coraggio di una ragazzina a cui è venuto spontaneo mettere una mano nella tasca posteriore dei jeans, estrarre, filmare e postare contemporaneamente su Facebook. Era convinta, una ragazzina, con il suo gesto e le sue parole al poliziotto («fermati, fratello!») che avrebbe fermato il delitto? Credo di sì. Non c’è riuscita, ma la tecnologia le è venuta in soccorso, rendendo il suo lavoro “la testimonianza di sempre”, una documentazione in tempo reale di un’ingiustizia che dura da millenni. Senza restituire la vita a George Floyd, ma dandogli forse la vita eterna.

La cosa migliore che sia successa nel mondo durante la prima ondata della pandemia del 2020.

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