Come sarà l'Italia fra dieci anni? La nostra gestione del Next Generation Eu (Ngeu) determinerà il futuro non solo dell'Italia, anche dell'Europa. Ne discenderà se andremo verso una più stretta integrazione, incoraggiata da un buon risultato, o verso una brusca retromarcia per l'impossibilità di perseguire la ever closer union, il che avvierebbe la Ue all'irrilevanza.

Due forze hanno sempre ostacolato l’integrazione europea. L’ostilità britannica, che ora non conta più, e la diffidenza del Nord verso il Sud. Dobbiamo affrontare le ragioni dei Paesi “frugali”, altrimenti non si va avanti.

Lo sforzo senza precedenti del Ngeu è stato imposto loro con un'ovvia ragione: non è colpa dell'Italia se il Covid l’ha duramente colpita. Sono state le vostre politiche di bilancio, ribattevano i frugali a farvi arrivare sguarniti al Covid; noi che ci siamo preparati non vogliamo pagare la vostra imprevidenza.

L'entità del disastro ha travolto quelle obiezioni; esse diverrebbero irresistibili se risultasse che abbiamo bruciato il Ngeu in sussidi inutili se non dannosi per lo sviluppo economico e civile.

Alle accuse dei frugali abbiamo sempre risposto che l'Italia non è costata agli altri un euro; il cattivo uso dei denari raccolti dalla Ue per tutti ci smentirebbe.

Il governo andrà a una maggioranza friabile che si sgretola alle prime liti sui fondi o nascerà un fronte deciso a dire al Paese la verità? Anche da questo dipende che Italia e che Europa vedranno il 2031.

I due scenari

Nel quadro benigno, il successo di Ngeu, avvia la Ue ad una vera integrazione economica, prodromo di quella politica. Al Ngeu succede uno strumento permanente, partono un bilancio comune e una crescente armonizzazione fiscale. Si va verso una politica estera e di difesa unitaria.

Decolla il progetto di Capital Markets Union, che dà alle medie imprese accesso ai mercati e accentra la vigilanza sui mercati europei. Per certe decisioni del Consiglio Europeo non serve più la paralizzante unanimità; il rispetto dello stato di diritto è condizione per restare nell'Ue.

Fa invece paura il panorama al 2031 se si confermassero i timori dei frugali.

La Ue concluderebbe che bisogna dividersi in due cerchi; noi finiremmo fra gli ignavi. Il grande rischio viene dalla mancanza di obiettivi numerici nel piano italiano; a fronte di tot milioni per ogni programma, a che risultati miriamo?

Senza mete quantitative, la Ue il piano non lo guarderà neppure; come sottolinea Fabrizio Barca (Forum Disuguaglianze e Diversità) nemmeno nel '31 sapremmo se il Ngeu ha avuto successo. Tale vaghezza su obiettivi e risultati - figlia d'una cultura astratta, per cui far di conto è noiosa formalità anziché mezzo di progresso civile - nuoce ai piani di riforma della pubblica amministrazione e della giustizia.

I maggiori timori toccano i noti punti deboli: la scadente produttività, l’evasione fiscale, la giustizia tardiva, spesso ingiusta, le strutture pubbliche arretrate specie nel Mezzogiorno, la gerontocrazia per cui tanti giovani van via.

Cosa succederebbe se il Ngeu finisse per coltivare i nostri vezzi anziché svezzarci? Chi visse l'atmosfera della ricostruzione, fiduciosa nel futuro, si augura di non vedere questa distopica Italia. Un po' per esorcizzare i rischi o perché, dice Vasco Rossi, (una citazione colta fa buona impressione) “guardare in faccia la realtà/ è meno dura”, proviamo a disegnare il futuro; plausibile prima, poi volutamente deformato, come negli specchi che esagerano i difetti. La nuova maggioranza non dura, si va alle urne, vince la destra sovranista, tenuta assieme con lo scotch (a sinistra nemmeno l'Attak la tiene insieme).

Silvio Berlusconi riesce a far dimenticare l'abisso morale in cui ci ha sprofondati e va al Quirinale. I 44 miliardi del fondo Patrimonio Rilancio, destinato a chiudere in teoria nel 2033, sono spariti alla vista, forse inabissati.

Era ovvio che creare un nuovo grande Iri snaturando un istituto come il Patrimonio Destinato, senza l'idea di come investire proficuamente, nell'interesse generale, fondi pari a un quinto del Ngeu, avrebbe portato disastri. I nodi del Mezzogiorno sono solo trattati con nuovi sussidi; non si modernizzano le sue strutture pubbliche, la sanità e la scuola peggiorano ancora, le sue principali città restano nel degrado scoraggiando chi potrebbe viverci.

Lo statalismo marciante nel Conte 2 si fa rampante con il premier Giulio Tremonti, suo successore.

Verso il disastro

L'inflazione in Europa riparte, obbligando la Bce, attaccata dai “falchi”, ad alzare i tassi. L'impatto sul servizio del nostro debito rafforza la spinta sovranista per lasciare l'euro. Il Nord ne ha abbastanza, per “salvarsi” dal Sud ottiene forti autonomie; l'esperimento fallisce e spacca del tutto il paese.

Il Nord resta nell'euro, diviene Repubblica Alta Italia (Rai), con capitale a Bologna. Il Sud la mette a Napoli, esce dall'euro, ripudia il debito pubblico, stampa la sua moneta e punta tutto sul turismo. La Repubblica del Sud Italia (Rsi), convinta che sia inutile cercare la collaborazione dei cittadini, decide di abbandonare lo sforzo.

Per dirla con Fabrizio De Andrè in Don Rafaè «lo Stato che fa? Si costerna s'indigna s'impegna poi getta la spugna con gran dignità»; per dare un segnale, rinnova per vent'anni le concessioni balneari a valori minimi.

Si punta su regimi fiscali di favore per chi si insedi nel suo territorio, situandosi fra Dublino e Malta. Arrivano ricchi d'ogni risma. Roma resta in mezzo e non sapendo a che santo votarsi, guarda al nuovo Papa, un nobile romano di antico lignaggio; dopo tanti pericolosi esperimenti stranieri, è ora dell'usato sicuro. Implorato dai quiriti, Pio XIII assume il titolo di Papa Re.

L'amministrazione della città-Stato si trasferisce in Vaticano; ormai vuoti i ministeri diventano alberghi di lusso per i cinesi. L'amministrazione diviene efficiente, le strade sono lisce come biliardi.

Pio IX gioisce nella tomba. Dopo 160 anni da Porta Pia, ha vinto; memore della sua avversione all'istruzione per tutti, il successore riduce l'età dell'obbligo scolastico a 10 anni.

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