Il governo Draghi nell’anno che ha davanti ha due missioni: gestire la pandemia e il Recovery plan. Dal lato sanitario, il nuovo premier ha confermato il ministro della Salute Roberto Speranza, per il momento regge anche il commissario all’emergenza Domenico Arcuri, vedremo per quanto.

Dal lato del Recovery, invece, dalle scelte dei ministri economici si può già intravedere una strategia radicalmente diversa da quella seguita, con esiti giudicati insoddisfacenti anche dal Quirinale, dal governo precedente. Giuseppe Conte aveva accentrato tutto su palazzo Chigi, appoggiandosi a tecnici di fiducia, al ministro per gli Affari europei Enzo Amendola per il coordinamento e, a fasi alterne, al ministro del Tesoro Roberto Gualtieri supportato da quello per il Mezzogiorno Peppe Provenzano.

Lo schema Draghi è molto diverso: ci sarà di certo una regia politica da parte di palazzo Chigi, ma il ministero del Tesoro avrà un ruolo diverso. In quella casella Draghi ha voluto Daniele Franco, fino a ieri direttore generale della Banca d’Italia ma che è stato tra 2013 e 2019 ragioniere generale dello Stato. Conosce dunque alla perfezione la struttura del più complesso tra i ministeri, ma la ragioneria ha una funzione di controllo, non propulsiva, deve evitare che gli altri ministeri spendano più dei soldi disponibili. Franco pare quindi destinato a vigilare che l’enorme debito da Covid non esploda e che la situazione straordinaria dei conti pubblici non degeneri.

Il Recovery Plan si muove su un altro asse, con meno politica e più competenza: tre dei ministri non riconducibili ai partiti, dunque scelti direttamente da Draghi, sono tra gli estensori del “piano Colao” di giugno 2020. Roberto Cingolani, ministro della Transizione energetica che eredita il ministero dell’Ambiente e le competenze sull’energia di altri ministeri (in particolare, par di capire, dello Sviluppo). Poi Vittorio Colao, al Digitale, ed Enrico Giovannini alle Infrastrutture.

Ai partiti resta la gestione dell’esistente, inclusi aiuti e sussidi dall’impatto elettorale prevedibile: Andrea Orlando del Pd deve gestire un ministero del Lavoro che sarà concentrato su ammortizzatori sociali, rischio di licenziamenti di massa, mini-riforma delle pensioni per gestire la fine di quota 100. La Lega si è presa Turismo (Massimo Garavaglia) e Sviluppo (Giancarlo Giorgetti), altri due campi dove la missione è evitare il collasso con ristori e sostegni, più che pensare il futuro.

Pure Forza Italia ha ministeri di spesa, Mara Carfagna si occupa di Sud, Renato Brunetta di una pubblica amministrazione che dovrà assumere giovani, invece che cacciare i “fannulloni” come durante l’altra esperienza ministeriale del professore, un decennio fa.

Progettare la nuova Italia

Sistemati i partiti, a Draghi e ai suoi resta il compito di progettare una nuova Italia sulle macerie. In realtà il lavoro è già stato fatto con il piano Colao di sei mesi fa, che il governo Conte non ha usato come base per il Recovery Plan seguendo la linea alternativa di chiedere ai singoli ministeri i progetti da finanziare con le risorse europee. Il risultato è stato un guazzabuglio di proposte senza ordine di priorità e spesso senza obiettivi diversi dalla mera spesa (mentre la spesa dovrebbe essere un mezzo per raggiungere un obiettivo).

Non si tratta quindi di riscrivere il Recovery Plan da zero, ma di interpretarlo secondo le priorità del piano Colao e delle competenze dei suoi estensori. Giovannini, per esempio, ha supportato la Commissione europea nell’elaborare le linee guida per valutare le linee guida per il Recovery e sa che non basta spendere. Ma che se il piano si chiama Next Generation Eu, bisogna anche dimostrare che la spesa va a beneficio della prossima generazione.

Il piano Colao ruotava intorno al digitale, come salto evolutivo della pubblica amministrazione e dunque della competitività del paese: che l’ex amministratore delegato di Vodafone abbia preso proprio quel ministero, di solito marginale, indica che avrà una funzione di guida e coordinamento di tutta l’azione dell’esecutivo.

A Cingolani, uomo di scienza ma anche molto di relazioni, va un ministero complesso che sottrae allo Sviluppo economico uno dei pezzi di potere più sostanziali, cioè l’energia, mettendola al riparo – si spera – da appetiti pubblici e privati, come quelli dell’Eni che nella prima bozza del Recovery riusciva a farsi finanziare tutta la transizione green dai fondi europei.

Il disegno, insomma, è chiaro: ai partiti la gestione dell’emergenza, al “team Draghi” la ricostruzione. Sulla carta può funzionare, ma per far marciare in sintonia questi due governi paralleli servirà tutta l’abilità politica che Draghi ha affinato nei negoziati europei.

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