Quello che abbiamo visto succedere nella magistratura in questi anni, dal caso Palamara al caso Amara, indica che uno dei poteri fondamentali dello stato ha scambiato l’autonomia per l’onnipotenza: perfino i più integerrimi difensori delle regole, come Piercamillo Davigo, si sono dimostrati pronti a darne una interpretazione elastica e creativa quando lo ritenevano necessario. Una riforma del potere giudiziario è quindi urgente, anche per perimetrare i suoi rapporti con il potere.

Il fatto che i magistrati siano poco difendibili come categoria ha aperto una finestra per quella falange organizzata, dalla fedina penale non sempre immacolata, che dai tempi di Mani Pulite pensa che il problema dell’Italia sia il sistema giudiziario. Tesi anche meritevole di discussione, ma che spesso si declina in una difesa degli imputati e dei condannati che sono meritevoli di stima e talora perfino di applausi soltanto in quanto tali.

Mentre il governo, con il ministro della Giustizia Marta Cartabia, discute con i partiti di come riformare la magistratura per risolvere alcuni dei problemi emersi nell’autogoverno, Matteo Salvini e i Radicali lanciano sei quesiti referendari che, come ha scritto ieri Giovanni Tizian su questo giornale, non sono altro che la riproposizione del programma storico di Silvio Berlusconi. Separazione delle carriere tra pm e giudici, col retropensiero di rendere i pm più deboli e controllabili, abolizione della legge Severino che tanti problemi ha creato ai pubblici amministratori accusati di corruzione, responsabilità civile dei magistrati (per intimidirli con le richieste di risarcimento danni, come accade con i giornalisti), limite al carcere preventivo in caso di rischio di reiterazione del reato.

Berlusconi aveva un interesse specifico nel prendersela con i pm, da imputato prima e condannato poi, alla guida di un partito, Forza Italia, fondato da un condannato per mafia (Marcello Dell’Utri) e con una pletora di pregiudicati nelle liste elettorali o nelle posizioni chiave.

All’epoca molti si indignavano, protestavano, votavano chi si indignava e leggevano giornali e libri indignati. Tutta quell’indignazione – e l’indifferenza del centrosinistra – ha prodotto il Vaffanculo dei Cinque stelle. Ora che il Movimento è al crepuscolo, si percepisce un generale sollievo: finalmente politici di ogni colore possono ammettere di aver sempre pensato le stesse cose di Berlusconi senza doversene più vergognare.

Il garantismo non c’entra nulla. Chi volesse fare una battaglia di principio per il rispetto dei diritti di chi è innocente fino a prova contraria dovrebbe occuparsi di Luigi Nerini, il gestore della funivia di Stresa, che giornali e tv (specie quelli “garantisti”) hanno descritto non solo come un colpevole ma perfino come un mostro.

Il garantismo vale per tutti, soprattutto per quelli che non ci piacciono, inclusi i presunti stupratori (vedi il figlio di Beppe Grillo), i presunti assassini, i presunti sterminatori di famiglie in gita. E invece no, metà della stampa italiana e perfino il segretario del Pd Enrico Letta hanno scelto come simbolo di questa nuova stagione garantista Simone Uggetti, ex sindaco Pd di Lodi, arrestato nel 2016, condannato in primo grado, e poi assolto in appello.

In estrema sintesi la storia di Uggetti è questa: una dipendente del comune denuncia che Uggetti sta manipolando una gara per l’assegnazione di piscine comunali, Uggetti viene indagato, poi arrestato perché inquina le indagini usando il suo ruolo politico per avvicinare i vertici locali della Guardia di Finanza che lo indagano. Una volta fermato ammette di aver fatto quello di cui lo ha accusato la funzionaria. In primo grado viene condannato, in secondo assolto ma non sappiamo neanche perché, visto che le motivazioni della sentenza non sono state depositate. Funziona così, un giudice può emendare la decisione di un altro giudice, quella di Uggetti è una storia in cui le tutele hanno funzionato: perfino uno che ha ammesso il comportamento contestato è stato prosciolto.

Scegliere Uggetti come testimonial contro la “gogna” e contro gli eccessi della giustizia tradisce il vero scopo della campagna e dello spirito del tempo che sta dietro ai referendum di Lega e Radicali: la grande nostalgia non è per Montesquieu, ma per quella lunga stagione della storia d’Italia nella quale i giudici finivano sui giornali soltanto quando venivano ammazzati, dal terrorismo o dalla mafia, e chi era al potere non doveva preoccuparsi delle accuse di corruzione, anche perché – quando scoperto – poteva sempre appellarsi a un nobile ideale che rendeva la corruzione non solo necessaria ma anche patriottica.

In quest’epoca con meno ideologie e molti profili social, non si fa più neppure lo sforzo di provare a giustificare la richiesta di immunità.

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