Su questo giornale si è dato conto della presentazione, da parte della ministra Eugenia Roccella, delle linee programmatiche della sua attività in materia di natalità. Roccella intende contrastare quello che definisce “inferno demografico”.

Con l’espressione fa riferimento al calo della natalità che si registra in Italia, ma anche in vari paesi dell’Europa e dell’Occidente.

Roccella insiste sul valore sociale della maternità, il valore che fare figli ha per la società, per il welfare, per la coesione intergenerazionale, per il senso del futuro.

Molti hanno rilevato che la ministra non fornisce però molti dettagli sulle misure effettive che dovrebbero promuovere la maternità, e tanti hanno criticato le sue posizioni sull’aborto.

La maternità senza la paternità

C’è un altro problema, però, più sottile e insidioso, nelle posizioni di Roccella. Il ragionamento che viene alla luce dai resoconti giornalistici delle sue dichiarazioni presuppone che la genitorialità sia essenzialmente maternità e che essa si connetta in maniera stretta alla procreazione, e così facendo arriva anche a una visione distorta delle questioni demografiche.

A quanto è dato sapere, infatti, Roccella parla sempre, o prevalentemente, di madri e mai, o quasi mai, di padri, come se essere genitori fosse appannaggio solo delle donne. E questo è curioso in bocca a una persona che ha preso spesso le difese della famiglia tradizionale.

O forse è coerente con una visione quasi arcaica, in cui la famiglia è sì formata da un uomo e una donna, ma in essa le cure sono appannaggio esclusivo delle donne.

Ora, se rimane vero che senza un corpo di donna i figli non nascono, credo sia sempre più vero che i padri hanno un ruolo essenziale in tutto quello che succede dopo il parto.

O, meglio, un ruolo essenziale lo hanno molte persone – i padri, i compagni e le compagne delle madri, i compagni e le compagne dei padri, e così via.

Una visione comunitaria della natalità come quella di Roccella non dovrebbe isolare la madre e il bambino.

Se si cresce in società, e se la società dovrebbe occuparsi dei nuovi nati e della natalità, forse si dovrebbe ricordare quanto nella vita di tutti noi ci siano figure di attaccamento e di cura molteplici.

L’ossessione della procreazione

Questo porta alla seconda assunzione implicita dei discorsi di Roccella. Per la ministra la maternità deriva sempre, almeno implicitamente, dalla procreazione.

Ma le vie per essere madri e padri non necessariamente passano per la procreazione, o per la procreazione naturale.

Anche senza pensare alla fecondazione assistita o all’utero in affitto, si può essere madri e padri d’elezione, prendendo in affido o adottando bambini già nati.

Il tema dell’adozione e dell’affidamento è un rimosso nella discussione pubblica più recente.

Anche il termine "natalità”, che Roccella ha messo nella denominazione del suo ministero, è chiaro: ciò che sta a cuore a lei, e a chi la pensa come lei, è la riproduzione, non la cura o la genitorialità.

Eppure, non ci sono legami garantiti, né logici, né esistenziali, fra le due cose. Nessuna donna è obbligata a riconoscere il procreato, e che la procreazione significhi necessariamente desiderio di essere madri è tutto da dimostrare.

Significa questo per molte e molti, e forse nella maggior parte dei casi, ma non sempre. Ma, soprattutto, il desiderio e l’investimento di cura non dipendono necessariamente dall’aver vissuto la gestazione e il parto.

Se così fosse, appunto, i padri non potrebbero provare sentimenti di affezione e cura. Né li potrebbero provare i genitori adottivi, che invece li provano, e in maniera autentica come i genitori "naturali”.

I figli degli altri

Schiacciare così pesantemente genitorialità e procreazione spiega anche gli accenti sempre un po’ drammatici di Roccella e altri sulla demografia. Queste considerazioni allarmate sul crollo delle nascite si concentrano esclusivamente sul mondo occidentale e abbiente.

Non considerano mai la situazione globale, cioè non tengono conto né della crescita della popolazione mondiale (7,9 miliardi) né delle tendenze delle nascite a livello mondiale (2,31 bambini per donna nel 2021, secondo ourworldindata.org).

Di fronte a un mondo così popoloso, e con questi tassi di fertilità, concentrarsi sull’Europa e il mondo occidentale significa immaginare un mondo chiuso, senza comunicazione e immigrazione, significa preoccuparsi dei figli nostri e trascurare del tutto i figli degli altri.

È questo che nascondono, in fondo, gli allarmi sul crollo delle nascite: una sorta di nazionalismo demografico e un’ossessione arcaica per la procreazione come trasmissione del sangue.

© Riproduzione riservata