Non ce n'eravamo accorti, eppure il premier Mario Draghi aveva bisogno che un tutore gli indicasse la retta via. Per il ruolo si propone, con tutta la sua autorevolezza, il presidente del sindacato imprenditoriale, Carlo Bonomi. Lo fa in un'ampia intervista a Federico Fubini sul Corriere della Sera, in cui rampogna i partiti; agitando le loro bandierine, essi influenzano il lavoro di Draghi, che per fortuna sa meglio di Bonomi come funziona una democrazia.

Non serve una vista aquilina per scorgervi il tentativo di Confindustria di premere, lei sì, su Draghi, per gli scopi suoi propri; resta da dimostrare che questi siano più meritevoli di tutela di quelli per cui si agitano i tanto biasimati partiti, che con le loro indubbie miserie sono pur sempre votati dal popolo italiano.

Bonomi non si dà pena di tali quisquilie, e parte deplorando un “assalto alla diligenza”, per poi auto-proclamarsi interprete dell'interesse generale alla crescita, cui servono imprese competitive.

Poteva parlare anche, giacché c'era, del calo degli investimenti delle imprese rappresentate, ma se n'è scordato. Poteva anche spiegare perché queste si sono unite ai biasimevoli partiti per strappare un nuovo rinvio dell'entrata in vigore in Italia di norme Ue sul divieto di certi utilizzi della plastica.

L'ardito Bonomi non teme l'impopolarità, e teme «che non venga permesso al governo Draghi di fare quello che il premier ha sempre detto che serve all'Italia: tecnologia, produttività e crescita».

Magari Draghi avrebbe delineato diversamente le sue direttrici di marcia, ma ora che la via è tracciata dal grande timoniere, non avrà più scuse.

Dieci miliardi o niente

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Bonomi critica Draghi, fingendo ovviamente di volerlo soccorrere, anche sul Reddito di cittadinanza; per lui le modifiche di cui si parla non toccano davvero “l'assetto del provvedimento”.

Il presidente di Confindustria è infine molto attento al cosiddetto cuneo fiscale, cioè alla differenza fra il costo per le imprese di un dipendente e la sua retribuzione; il tema è spesso quanto il cuneo, e reale, ma come d'uso in Confindustria, quel che si stanzia non basta mai.

E difatti per Bonomi «servono almeno dieci miliardi perché un intervento abbia effetti sensibili. Ce lo insegnano i tanti interventi precedenti di ammontare minore, che non hanno smosso niente».

Questa era meglio che se la risparmiasse; nel 2006 il secondo governo Prodi mise in quella che allora si chiamava Legge Finanziaria, venti miliardi per lo sviluppo, di cui quasi sei a riduzione del cuneo fiscale; e allora il Pnrr era nel grembo degli dei. Confindustria non fece un plissé e continuò la sua lotta dura, ben coadiuvata dai partiti (il cui soccorso allora non disdegnò), e che contribuì infine, anche col prezioso (letteralmente) aiuto del senatore De Gregorio, alla caduta del governo.

Non so se Bonomi si occupava allora di tali temi; certo lo faceva Draghi, in Banca d'Italia da governatore, e ben ricorderà la storia. Chissà con che giubilo egli avrà accolto questa non richiesta, anzi offensiva, assistenza, che vorrebbe metterlo fra i “nostri” contro gli “altri”; goffo tentativo già visto all'assemblea generale di Confindustria.

Per giocare ruoli più politici, questa dovrebbe trovare timonieri meno imperiosi, ma più accorti, consci almeno della storia più recente del Paese; se abbiamo il freno a mano tirato, le responsabilità sono di tutti, inclusi partiti e sindacati (di lavoratori e imprenditori).

Additare i partiti come la nostra palla al piede è errato, e pure pericoloso.

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