A cosa serve la app Immuni? La domanda è semplice, ma le risposte sono confuse. Può essere utile, dunque, non solo chiarire, ma anche spiegare disposizioni forse non note a tutti.

Immuni è il nome di una app che serve ad «allertare le persone che siano entrate in contatto stretto con soggetti risultati positivi», come recita il decreto-legge (numero 28, articolo 6) che l’ha introdotta. E una circolare del ministero della Salute del 29 maggio scorso precisa che «le funzionalità̀ principali della app sono: inviare una notifica alle persone che possono essere state esposte ad un caso Covid-19 (…); invitare queste persone a mettersi in contatto con il medico».

Il funzionamento di Immuni è noto: quando a un soggetto è diagnosticato il virus, per il tramite di un operatore sanitario viene inserito un codice sul suo cellulare, e così parte la notifica ai “contatti stretti” registrati dall’App nei giorni precedenti.

Per fare in modo che il tracciamento non si interrompa, ogni “contatto stretto” andrebbe sottoposto a tampone, per accertarne l’eventuale positività, inserire il codice anche nel suo cellulare e allertare i soggetti che egli possa aver contagiato a propria volta. Ma qui iniziano i problemi.

La circolare dispone che il dipartimento di Prevenzione provveda all’esecuzione dei test diagnostici solo per «coloro che sviluppano sintomi, anche lievi, compatibili con Covid-19», a meno che non vi siano fondi per testare anche gli asintomatici e a parte contesti come le residenze per anziani ecc. 

Quindi, se una persona segnalata da Immuni come “contatto stretto” è asintomatica, di norma non le viene somministrato un tampone. Se le Asl di alcune regioni virtuose lo effettuano comunque, in altre regioni è addirittura arduo contattare il dipartimento di Prevenzione e, quando ci si riesce, esso si limita alla «prescrizione della quarantena per 14 giorni successivi all'ultima esposizione», in conformità alla circolare del 29 maggio.

Ma la circolare prevede che si stia in quarantena anche quando il test sia effettuato e risulti negativo. Infatti, «il contatto continua l’isolamento fiduciario per 14 giorni dopo l'ultima esposizione e si ripete il test prima della re-immissione in comunità».

In altre parole, l’iter è questo: chi riceve l’alert di Immuni deve isolarsi e, sia che non gli venga fatto un tampone, sia che gli venga fatto e risulti negativo, a maggior ragione se positivo, deve rimanere segregato.

Quindi, l’unica cosa certa dopo la notifica dell’App è che si deve stare isolati: Immuni serve a questo. Ma pochi lo sanno. Perché nella campagna che promuove l’uso di Immuni non lo si è spiegato? Non lo si è forse fatto per evitare che i potenziali utenti fossero spaventati dall’obbligo di 14 giorni di isolamento, anche in caso di negatività al tampone? Ma chi decida di scaricare l’App dev’essere informato: “conoscere per deliberare” vale sempre.

Quali sono le conseguenze della previsione di non fare test agli asintomatici? Il tracciamento si interrompe: senza un tampone al “contatto stretto”, il codice che consente l’allerta non può essere inserito nel suo cellulare e coloro i quali egli potrebbe aver contagiato non vengono avvisati.

A ciò potrebbe obiettarsi che un tampone fatto in tempi brevi non sarebbe in grado di rilevare la presenza del virus (secondo lo European Centre for Disease Prevention and Control, il periodo di incubazione va tra 2 e 12 giorni). Ma l’alert arriva di norma giorni dopo il potenziale contagio, e potrebbe riscontrarlo; in ogni caso, senza tampone, non c’è possibilità di proseguire il tracing.

Peraltro, lo stesso problema si pone per il tracciamento manuale dei “contatti stretti”, e una trasparente comunicazione istituzionale dovrebbe spiegare anche questo.

Come si potrebbe incentivare l’uso di Immuni? Per esempio, testando dopo un certo numero di giorni tutti i “contatti stretti”, non solo quelli con sintomi, e centralizzando l’organizzazione della somministrazione dei tamponi, con verifica dell’uniforme effettuazione su tutto il territorio nazionale. Ma sin dall’inizio della pandemia l’esecutivo ha rinunciato al potere di accentramento, previsto dall’art. 120 della Costituzione.

Si potrebbe creare un canale preferenziale per fare tamponi agli utilizzatori di Immuni, come misura “premiale”? Se ne dubita molto. Il decreto che ha introdotto la app dispone, infatti, che il mancato utilizzo «non comporta alcuna conseguenza pregiudizievole ed è assicurato il rispetto del principio di parità di trattamento».

Una corsia accelerata per gli utenti della app comporterebbe una discriminazione, per esempio, per i “contatti stretti” tracciati manualmente.

Per indurre fiducia in Immuni, e nelle istituzioni, non sarebbe stato meglio essere chiari, anziché indurre aspettative talora deluse?

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