Negli ultimi giorni un nuovo scandalo ha investito lo showbiz americano, l’ennesimo di una catena infinita, oramai quotidiana, che con grande faciloneria tendiamo a etichettare come effetti del Metoo.

Questa volta, però, c’è un elemento perfidamente evidente, visibile, eppure stranamente ignorato. L’accusato di turno è Marlyn Manson. L’accusatrice, e subito altre ne sono seguite, è l’attrice Evan Rachel Wood, che ha raccontato abusi di ogni sorta da parte del Reverendo, come ama farsi chiamare Manson dai suoi fan. La dinamica di questi scandali è tristemente nota, come un copione che ripete all’infinito le stesse scene e conflitti.

Da una parte la levata delle accusatrici, cui seguirà, ed è già successo nel caso specifico del Reverendo con l’ex moglie Dita Von Teese, la strenua difesa di chi giura nella buona condotta del presunto colpevole.

Ora. Nella galassia di abusi sessuali emersi in ogni angolo del pianeta vi è sempre una realtà che viene scoperchiata, una normalità esibita che nasconde ogni genere di violenza e perversione. Quello che viene a galla è un mondo sotterraneo, taciuto, occultato, che scandalizza per quanto inversamente proporzionale, quasi sempre, alla condotta esibita dal personaggio di turno.

Bene. Tutto questo non può dirsi di Marilyn Manson. Basta vedere un solo video musicale, leggere il testo di un suo brano, per rendersi conto che di certi temi e stili il Reverendo ne ha sempre fatto un emblema esibito, uno stile di vita tanto sul palco che fuori. È sufficiente andare su YouTube e guardare uno dei tanti video fatti dai suoi fan ai live in giro per il mondo. Tra cocaina ostentata e sniffata sul palco, l’ubriachezza che spesso non gli permette di finire i concerti, i simboli che echeggiano il nazismo mischiati a quelli che si rifanno a culti satanici.

Il palco e la vita

Meglio chiarire subito una cosa. Chi scrive apprezza Marilyn Manson, la sua voce, alcuni brani semplicemente straordinari, non è questa una levata di scudi dal sapore di caccia alle streghe, né c’è la minima intenzione di attribuire torti o ragioni al posto di un tribunale. Quello che fa davvero impressione è altro. Da tanti, troppi anni si tende a scindere meccanicamente l’opera dall’artista, anche quando l’artista è in buona sostanza parte dell’opera stessa. Come nel caso di Marilyn Manson. E soprattutto si considera, sempre meccanicamente e semplicisticamente, il contenuto dell’opera come una rappresentazione esente da ricadute nella realtà. Questo è il punto.

Verrebbe da dire: cosa c’è da stupirsi? Cosa c’è di strano nelle violenze private di un artista che quelle stesse violenze le esibisce sul palco? Che ha costruito una carriera intera sul confine ultimo della trasgressione? Da decenni, anzi, secoli, ci chiediamo se l’arte produca emulazione. Ognuno può pensarla come vuole.

Ma questa diatriba, come sempre si dovrebbe, va calzata nell’epoca che ci si ritrova a vivere, e il nostro presente da più parti offre opere, anzi, prodotti, che fanno della violenza il proprio cavallo di battaglia. Una violenza non sottesa, ma esplicita e sbandierata.

Siete sicuri che il testo di uno dei tanti trapper nostrani che esalta l’uso di sostanze stupefacenti non produca nei ragazzi di oggi, i nostri figli, una voglia di imitazione assolutamente reale? O che il video del rapper americano che fa dei corpi femminili una merce di sua proprietà, dove solo culo e tette contano, non sia pericoloso agli occhi del quattordicenne che sta costruendo il suo sguardo sul mondo? Ognuno trovi le sue risposte, ma non facciamo finta di stupirci della poetica della violenza quando diventa violenza vera.

 

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