Circa l’annuncio sulla morte della sinistra potremmo far nostra l’ironia di Mark Twain a commento della sua: notizia fortemente esagerata. Però non basterebbe a dar conto del dove siamo. E soprattutto del perché. Al fondo con l’elezione di Enrico Letta alla guida del Pd qualcuno lo ha detto fuori dai denti: gli eredi della sinistra ridotti al margine dinanzi al primato dell’altro ceppo storico, quel cattolicesimo democratico saldamente insediato al vertice dello stato e del partito maggiore. La fotografia parla da sé e suggerisce di alzare gli occhi per comprendere quanto dell’accaduto sia frutto di un piano o non risponda alla sequenza di errori imputabili alle leadership e gruppi dirigenti della parte che da questo primo ventennio del secolo pare uscire azzoppata.

Luciano Canfora è un’autorità riconosciuta della seconda scuola. Nel senso di aver coltivato nel tempo una propria tesi sull’inadeguatezza dell’insieme: capi politici e soggetti di una sinistra sguarnita culturalmente e spersa nell’insediamento sociale. Di più, con l’ultimo lavoro (La metamorfosi, Laterza 2021) si spinge oltre e riflette sulle cause che hanno indotto in quella cultura una involuzione tale da farne il puntello di valori opposti a quelli proclamati alle origini. Non siamo alle prese con una critica, per quanto aspra. Uno tra i nostri storici più prestigiosi manifesta una censura bella e buona verso l’evoluzione della più grande forza impiantata nella sinistra italiana, il Pci, risultando ancora più tranchant riguardo alle sue “trasfigurazioni” sino all’approdo di ora, quel Partito democratico orfano di una degna ragione in grado di sorreggerne natura e ruolo.

L’utilità della collaborazione

Canfora parte da remoto, dal “partito nuovo” togliattiano, la svolta di Salerno è del 1944. Sono pagine interessanti per la difficoltà, presente già allora, di far comprendere l’utilità di una collaborazione col fronte cattolico. Con la fine della guerra sarà sempre Togliatti – qui Canfora ne elogia l’intuito – a coltivare quella opzione, seppure in un clima sfavorevole segnato dalla Guerra fredda. Il vertice comunista era consapevole che la rivoluzione non si poteva compiere e ha forgiato un partito in grado di governare l’estremismo della base al fine di condizionare la “storia in atto”, soprattutto evitando di emulare il settarismo prevalso altrove. Che in quel pugno di anni, dal ’44 al varo della Costituzione, il Pci abbia rivendicato una sua autonomia è un dato oggettivo. Così come è interessante la nettezza che induce Canfora a liquidare la “doppiezza” del leader riconoscendogli una coerenza di fondo nel preservare una “Via italiana” anche a fronte della cacciata dal governo nel ’47. Le urne, del resto quell’impianto avevano teso a consolidare. Sono i decenni che vedono il comunismo italiano sopravanzare ogni altro partito fratello a giro per l’Europa. La strada, dunque, era tracciata: un “gradualismo riformista”, tale anche senza potersi dire.

La formula rimane a lungo, cioè per sempre, un ancoraggio alla democrazia (conquistata col sangue), insomma, una via costituzionale come il migliore dei trampolini per il gran balzo verso una società giusta dove il nesso tra democrazia e profitto capitalistico potessero scivolare in contraddizione. Per un impianto del genere Canfora suggerisce una definizione chiara: si era alle prese con la più classica forma di socialdemocrazia. Potremmo dire che assai oltre la finezza di Gaber («Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente») il campo prescelto corrispondeva né più né meno che al riformismo, per quanto moderato da richiami rassicuranti al verbo di un comunismo somigliante a un santino domenicale più che a una matrice ideal-politica.

Enrico Berlinguer, il leader più amato, eredita per intero quel peso e lo gestisce a modo suo. Pronuncia parole note sulla democrazia come opzione irreversibile, dichiara di sentirsi “più sicuro” sotto l’ombrello atlantico, rilancia la linea togliattiana del dialogo con i cattolici. Siamo al compromesso storico inteso da Canfora come rinuncia a conquistare del cattolicesimo incistato nella storia d’Italia la base popolare, pensando più conveniente trattare la questione (l’avvicinamento e l’eventuale accesso al governo) direttamente coi vertici del partito-stato.

Il divorzio

Ricapitolando, l’incaponirsi della leadership comunista a cercare le risposte fuori dal campo e dal tempo avrebbe aperto le porte al divorzio, mai più ricomposto, di quella sinistra e dei suoi epigoni dal corpo sociale dove aveva insediato la propria rappresentanza. Diciamo che almeno in questo quel partito avrebbe anticipato l’istituzione delle Ztl guadagnandosi la patente di ridotta politica dei ceti urbani benestanti, con tanti saluti al mondo proletario e periferico abbandonato al suo magro destino. Domanda d’obbligo: ma davvero così sono andate le cose? Col corollario di un europeismo subalterno a un «internazionalismo dei benestanti» messo in crisi dalla pandemia, ma non al punto da correggere la deriva di una distruzione, meglio «destrutturazione», dello stato sociale?

Qui Canfora entra nel vivo del dramma che la sinistra investe, non solo in Italia. Forse lo si può interpretare in questo modo: quale giustificazione potrebbe assolvere l’avere rimosso per anni puri conflitti di classe proiettati su scala globale e capaci nel nostro tempo di alimentare contraddizioni insanate tra aree del mondo privilegiate e popoli sfruttati o schiavizzati, condannati per ciò stesso a cercare in migrazioni coatte una sperabile àncora di salvezza? In altre parole, come ha potuto l’anima progressista del mondo (…la rivoluzione dopodomani) assumere come “eterna” una disuguaglianza insostenibile calmierata al più da rivendicazioni corporative depurate di una vera aspirazione a trasformare l’ordine delle cose?

Sogno all’incontrario

Mettiamola così: da una politica dotata dell’ambizione a compensare i guasti sociali di una cattiva economia si sarebbe approdati a uno spazio politico sempre più eguale a un “business economico” col trionfo di una personalizzazione estrema, il ritorno a un accesso patrimoniale alle cariche elettive, una dimensione corporativa della sfera dei diritti, un lobbismo a intaccare lo stato e la sua burocrazia. Il tutto in una rinominazione dei soggetti, fuori da rimandi novecenteschi (socialisti, comunisti, popolari), preferendo improbabili formule di spirito esortativo (In marcia) o astrologico (le 5 stelle). Che da una simile miscela, o marmellata, potesse sbucare un mezzo fascista insediato per un quadriennio alla Casa Bianca era forse un esito imprevisto, ma tutto sommato meno stupefacente se lo si rapporta a una stagione dove l’appalto a oligarchie di potere e ricchezza ha consentito agli artefici delle peggiori disuguaglianze di indossare i panni dei redentori dallo sfruttamento. Ennesimo paradosso di un sogno all’incontrario per come lo avrebbe narrato Paolo Rossi in uno di quei suoi monologhi surreali. E invece ciò che avremmo detto surreale alcuni decenni fa si è tramutato nella più impietosa delle condizioni per qualche miliardo di donne, uomini, creature.

Per ripartire, per riscattarsi, servirebbe un’eresia di pensiero e azione? Qui la risposta di Canfora pare sacrosanta e dice semplicemente di sì, di questo ci sarebbe un bisogno impellente. Che poi quell’eresia possa compiersi all’ombra, o dietro lo scudo, di una socialdemocrazia uscita vittoriosa dal suo braccio di ferro secolare con un comunismo fattosi stato, potrebbe aprire un’altra pagina della discussione, fosse solo perché quella famiglia socialdemocratica è tutt’altro che compatta nel suo profilo e persino nei valori che esibisce. Eppure questa è la frontiera: capire se ancora si possa immaginare una sinistra adeguata al compito che dirà del suo destino: alzare argini sufficienti a contenere gli abusi del capitale finanziario e della sua filosofia. A dirla onestamente sinora non c’è riuscita. Ha aperto cantieri, proclamato svolte, convocato carovane e ipotecato costituenti, ma una rottura coraggiosa con parte del bagaglio e delle categorie di ieri, quello è un passo tuttora da completare e in alcuni casa da compiere. La sentenza di Luciano Canfora ha il merito di sollevare il sipario sull’opera da mettere in scena e prova a dar conto del copione opportuno, almeno per il primo o secondo atto.

Enrico Letta nella sua relazione di insediamento da segretario del Pd ha citato I giganti della montagna e la battuta sull’eccesso di maschere in una carenza di volti. Pirandello quel dramma visionario non riuscì a concluderlo e il testo rimase incompiuto.

Sarebbe bene se un mancato finale lo risparmiassimo alla forza maggiore di quella sinistra che in una parabola lunghissima avrà commesso errori e preso abbagli, ma ha anche indotto milioni di ultimi a coltivare la speranza in una esistenza diversa.

Converrà ripartire da lì, dalla più semplice delle verità: chi nasce in fondo alla fila non per forza dovrebbe conoscere il solo destino di poterci rimanere.

 

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