Ghino di Tacco sarebbe compiaciuto, ma i suoi nipoti sono andati, temo, un po’ troppo oltre. La moltiplicazione delle utilità marginali che servono a comporre le coalizioni segnala infatti che per le formazioni più piccole si prospetta in questi giorni un luminoso avvenire.

Si sono visti da una parte (fin troppo) i conteggi numerici dell’intesa politica tra Enrico Letta e Carlo Calenda, poi i conteggi meno trionfali riservati a Luigi Di Maio e compagni, poi ancora i conteggi politicamente faticosi destinati (forse) a placare verdi e rossi.

Mentre dalla parte opposta vige l’astuzia di parlarne di meno in pubblico, pur se in privato le regole del negoziato pre-elettorale non sembrano affatto così diverse, né più generose, né più nobili e signorili.

Il Rosatellum

Ora, è ovvio che la legge elettorale ci mette del suo, e sembra quasi indurre partiti e partitini a esagerare quello che in gergo si definisce “potere di coalizione”.

Tutte cose che peraltro fanno parte da sempre della tradizione politica italiana – e anche a volte dei suoi aspetti migliori. Alcide De Gasperi, il padre fondatore della nostra Repubblica, inventò la coalizione centrista con l’intento di evitare che il suo partito prendesse una piega troppo solitaria e integralista, come si diceva allora.

Quella coalizione riconobbe appunto ai partiti minori qualche peso in più proprio in virtù di quel peculiare significato che l’alleanza di governo conferiva loro.

La proporzionale assegnava ai partiti dell’epoca il peso dei loro voti, né più né meno. Ma la logica della coalizione finiva poi sempre per aggiungervi qualcosa. Così si andò poi molto oltre la filosofia degasperiana. Fino a Giovanni Spadolini e poi a Bettino Craxi, che con parecchi voti in meno del partito guida di allora, espugnarono palazzo Chigi.

Lasciando ai democristiani del tempo l’onere di dividersi tra quanti ritenevano quelle concessioni un atto di astuta lungimiranza politica e quanti invece vi intravedevano l’inizio del declino.

La Seconda repubblica

LaPresse

Bello o brutto che fosse, questo vezzo conobbe un fulgore ancora maggiore al tempo della Seconda repubblica. Che ai partiti più piccoli offrì la definizione non proprio lusinghiera di “cespugli” e l’insofferenza quasi padronale dei condottieri principali di quella stagione.

E poiché chi scrive ebbe anche un ruolo in quegli anni ci tengo a lasciare in sospeso il mio giudizio sui junior partner di quelle coalizioni. Che fossimo l’argine capace di evitare pericolosi scivolamenti o lo spirito petulante di gente in cerca di vantaggi discutibili è un argomento su cui magari ci si potrà dividere in un’altra occasione.
Quello che è certo, però, è che la strada che s’è imboccata questa volta risulta ancora più tortuosa, più affollata di prima ed esposta al pubblico in modi niente affatto pudichi. Con effetti che risulta però difficile apprezzare oltre un tanto. Poiché la trattativa a quanto pare ha ormai largamente superato la soglia di una certa spudoratezza. E al tempo stesso, però, proprio quella spudoratezza sembra la condizione per garantire che si formino coalizioni più larghe e sopravvivano esperienze politiche più deboli. Così che la nobiltà delle militanze minoritarie e la disinvoltura del suk si trovano pericolosamente a confinare tra loro.

La scacchiera elettorale

Sono le conseguenze di una pessima legge elettorale, si dirà (e qui si ripete). Ed è drammaticamente vero. Ma dietro le trattative di questi giorni si intravede forse anche qualcosa di più, su cui varrebbe magari la pena di riflettere.

E cioè l’idea che ogni partito e partitino, ogni frammento di coalizione, ogni dettaglio della scena politica siano come pedine poste su di una scacchiera. E che i negoziati che intercorrono, forti dei sondaggi, muovano poi con disinvoltura quelle pedine di qua e di là, dando per scontato che gli elettori siano come l’intendenza in attesa che i generali di Napoleone impartiscano loro le proprie astute disposizioni logistiche.

Che la politica sia – anche – trattativa è un’ovvietà che nessuno può negare. Che il livello della trattativa scenda di giorno in giorno, però, è già un po’ meno ovvio. E forse anche molto meno apprezzabile.

Ora, è sempre antipatico giudicare le partite da bordo campo, come se l’estraneità garantisse una improbabile capacità profetica. Resta il fatto però che a questo punto la trattativa sui collegi e sui loro dintorni assume di ora in ora caratteri e significati sempre più virtuali. E sempre più marginali, peraltro. Si tende così a fare il pieno delle bandierine schierate in campo. Ma la sensazione è che non ci sia più un vento propizio che le possa rendere né oggetto di ammirazione né presagio di vittoria. 

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