Mario Draghi ha ribadito che, oggi, deficit e debito non sono un problema, vista l’emergenza pandemica e la volontà di Ue e Bce a sostenere l’economia. Oggi il debito è ancora in prevalenza classificabile come “buono”, per usare la ormai celebre tassonomia dello stesso Draghi, perché finalizzato al sostegno di sussistenza di persone a cui la pandemia ha tolto pressoché tutto, senza colpe.

In prospettiva, con l’avvio degli investimenti del Recovery Plan, conterà solo la crescita, nella misura in cui essa riuscirà a eccedere il costo del debito, che per un tempo non breve pare resterà molto basso.

Ammesso che l’inflazione o altri eventi non ci mettano la coda, spingendo i mercati a liberarsi del debito in modo disordinato. Detto in altri termini, il rischio paese oggi è praticamente neutralizzato: sarà cruciale capire per quanto tempo.

Le previsioni

Nelle previsioni di quest’anno per crescita e deficit, il nostro paese continua a essere un caso a parte, e non in positivo. La crescita di rimbalzo è attesa intorno al 4,5 per cento a fronte di un deficit che toccherà il primato europeo a quasi il 12 per cento.

Anche le statistiche sulla massa salariale perduta nel 2020, pari a 40 miliardi di euro (il 7,5 per cento del totale) ci pongono al vertice della classifica europea del disagio.

Sarebbe fondamentale capire perché l’eccezionalismo italiano, divenuto da tempo una stucchevole, rassicurante e assai pericolosa narrazione domestica, sia in realtà un benchmark negativo in Europa e tra i paesi sviluppati.

La perdita di massa salariale, e quindi il collasso del Pil italiano può essere imputabile in misura significativa alla struttura della nostra economia, dove è elevato il peso di turismo e più in generale di servizi in persona e alla persona, che spesso sono una sorta di “terziario arretrato” e che la pandemia ha devastato. In questo, l’Italia appare sinistramente simile ai paesi in via di sviluppo, con alta incidenza di economia informale e di vicolo.

L’agenzia di rating Fitch si è esercitata sul tempo necessario a far rientrare il nostro rapporto debito-Pil ai pur elevati livelli ante pandemici.

Nello scenario ottimistico, accadrà nel 2030 con saldo primario in pareggio e crescita annua nominale del 4 per cento. Con una crescita annua di 1 per cento e avanzo primario del 2 per cento, il ritorno al pre-pandemia avverrebbe nel 2086. Solo con crescita nominale al 3 per cento e avanzo primario sarà possibile piegare la curva del debito in modo significativo.

Cruciale resterà il costo del debito, cioè il rischio paese e una Bce che di fatto operi per calmierare gli spread, secondo un patto pressoché esplicito tra i paesi Ue.

Come inseguire la crescita

Per avere crescita servirà riattivazione della popolazione, cioè andare contromano in quello che resta il paese più vecchio del mondo e con una depressione demografica che rischia di accelerare la caduta del debito verso l’insostenibilità, per pura aritmetica. Servirà anche un welfare che contrasti l’inattività anziché promuoverla, ad esempio non fissando erogazioni tali da disincentivare l’offerta di lavoro e il mantenimento del sommerso.

Nel paese, durante la pandemia, pare invece essersi radicata una visione che era preesistente, quella del sussidi come nuova normale e della irrilevanza del debito, visto come pura convenzione sociale e come tale modificabile al mutare dei tempi.

Quindi, ha ragione Draghi: qui e ora deficit e debito sono in prevalenza “buoni” o comunque non troppo nocivi. Ma non vi è certezza che il paese riuscirà ad abbandonare questa percezione, quando sarà necessario farlo.

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