Questo articolo è arrivato alla redazione del giornale quattro giorni fa. Era la reazione spontanea a una notizia che in poche ore aveva fatto il giro della rete, una di quelle notizie, corredata da alcune immagini particolarmente dolorose, destinata a scuotere l’albero e far cadere i frutti maturi dell’indignazione e della vergogna. Poi, la giusta cautela di chi il giornale lo confeziona giorno per giorno ha suggerito di fermarsi un istante, e non perché i motivi dell’indignarsi o del vergognarsi non fossero più che giustificati, ma perché come dovrebbe sempre fare un buon giornalismo era giusto verificare la veridicità della notizia, le fonti che l’avevano accreditata e rilanciata sulle agenzie internazionali, e così si è scelto di fare. Per altro senza giungere – al momento in cui ne torno a scrivere – a una convinzione definitiva. In altre parole la storia che qui di seguito leggerete con molte probabilità è accaduta così come ci è giunta riferita, ma vi sono anche possibilità che le cose non si si siano svolte precisamente a quel modo. Il che pone a ciascuno di noi una domanda, anzi due.

La prima è se sia in ogni modo un dovere parlarne, non ignorarla, fosse pure si trattasse di un racconto esasperato. Legata a questo interrogativo la seconda domanda: non è forse e comunque verosimile ciò che abbiamo letto, visto, o voluto leggere e voluto vedere? Perché se anche fosse corretta la seconda affermazione, tornare a riflettere sulla tragedia umanitaria in corso a Kabul, e non solo, dopo la fuga estiva di un occidente arresosi, non sarebbe un peccato, meno che mai un errore. Allora, ricapitoliamo i fatti, con una sola premessa o antecedente.

Alan Kurdi, 7 anni fa

L’immagine di Alan Kurdi è del 3 settembre di sette anni fa. Scosse il mondo e produsse la svolta tedesca sull’accoglienza di un milione di profughi siriani. Non so dire se quella di pochi giorni fa, il corpo di una madre steso e assiderato sulla neve coi piedi fasciati da due sacchetti di plastica, produrrà un impatto simile. La cronaca, quella peggiore nella sua brutalità, ci ha restituito parte della storia. Lei, coi due figli, come tanti altri era fuggita dall’Afghanistan dei Talebani e percorso la tratta che traversando l’Iran approda in Turchia. Sarebbero rimasti intrappolati da una bufera e per aiutare i due bambini a sopravvivere la madre avrebbe loro avvolto le mani con le calze che le “proteggevano” i piedi. È morta così, praticamente scalza nella neve. I bambini li hanno salvati, sembra stiano meglio, la gente di un villaggio vicino ha dato loro dei biberon di latte, li hanno riscaldati e medicato i geloni alle mani, adesso sarebbero affidati a soldati iraniani di stanza al confine. Sei mesi fa, poco meno, l’occidente ha svelato la sua impotenza e consumato il fallimento di una spedizione prolungata per gli ultimi vent’anni. A metà agosto i Talebani si sono reinsediati a Kabul col loro bagaglio di “normalità”, la stessa che da mesi sta spingendo migliaia di donne e uomini del paese a cercare una via disperata di salvezza lontano da lì. La realtà, e la morte di una giovane madre ne porta per intero il carico, è che da alcuni decenni l’occidente non ha più avuto una visione, una strategia politica sul nuovo ordine (o disordine) globale. A volte per cinismo, a volte semplicemente per una incapacità anche solo a comprendere la natura dei suoi interlocutori-avversari. Come si è scritto a ridosso dell’estate, la democrazia in Afghanistan ha dichiarato bancarotta e quale impatto un fatto storico così enorme potrà ancora avere sul sentire di milioni di persone sottoposte al ricatto di regimi oppressivi è un interrogativo aperto. Se il paragone non irrita, ma pure questo è stato detto, Kabul come il virus della pandemia era un dramma annunciato che la politica non ha saputo prevenire assistendo così al disastro umanitario che ne è seguito. Il punto è che la notizia in questione, quel corpo “protetto” da un paio di sacchetti di plastica, altro non fa che metterci dinanzi al cambio di scenario: noi – noi europei, noi occidentali – rivendichiamo a gran voce i nostri principi (libertà, diritti umani, parità dei generi, quel tanto di uguaglianza che i mercati tollerano), ma in questo tempo complicato viene drammaticamente meno la certezza che possano divenire principi universali, capaci di condizionare altri popoli, continenti, contesti. Questo vale di fronte all’ultima tragedia e non solo. Vale nella sfera sociale se è vero che contiamo il sei per cento della popolazione mondiale, ma oltre il cinquanta per cento delle risorse destinate al welfare le spendiamo noi eppure ciò non impedisce che alle nostre porte si accalchino migliaia di corpi in fuga da miseria, oppressione, violenze. Corpi che non sappiamo ascoltare e che non vogliamo vedere. Ragionando dei confini dell’Europa viene spesso evocata una formula: l’Europa finirebbe dove terminano i valori della sua civiltà. Ci si può accostare un vecchio slogan della fine degli anni Sessanta, recitava “sei quel che fai, non quel che dici”. Forse oggi dovremmo riconoscere che attorno alla formula e allo slogan una certa concezione del nostro “mondo morale” rischia di naufragare, un’idea stretta tra una retorica sazia dei propri valori e la doppia verità disposta a sacrificarli nella logica della convenienza, che si tratti di erogare suon di miliardi alla dittatura turca perché si tenga in casa i fuggiaschi siriani e non ce li faccia arrivare dentro casa, o firmare accordi con la Guardia costiera libica come fosse la marina britannica, o ancora tenere aperto a Lesbo il peggiore concentramento di “vite sospese” in attesa che i “nostri valori” si ricordino della loro esistenza. Sarà doloroso rammentarlo, ma non farlo è peggio: dopo l’11 settembre Stati Uniti e occidente hanno cercato un riordino del mondo sulla base dei presupposti etici e culturali di questa parte, con il ritiro e la fuga da Kabul quei valori sono stati abbandonati sul campo, esattamente come le armi passate in possesso dei Talebani. Assieme alle armi sono stati abbandonati quegli afghani che a noi – noi europei, noi occidentali, noi americani – avevano creduto, ma è lì che si è manifestata la nostra infedeltà politica e morale, nella scelta di difendere i nostri principi quando lo riteniamo conveniente salvo disfarcene nei passaggi più difficili o drammatici.

La contraddizione

La tragedia raccontata di questo avvio dell’anno una volta di più ci mette davanti questi interrogativi e lo fa con la durezza di uno schiaffo in pieno viso. Ci ricorda come da Kabul non è uscita sconfitta solo la potenza militare americana, ma la democrazia nella sua veste di coalizione internazionale, e però quell’esito, per quanto tragico, conferma perché la democrazia debba sempre rifiutare la logica militare distaccata dalla politica, da una strategia in grado di tenere uniti principi, azioni, coerenze. E allora le immagini che in questi mesi, settimane e giorni, sono rimbalzate dal confine tra Bielorussia e Polonia sino a quello tra Iran e Turchia ripropongono il capitolo in assoluto più urgente e a lungo rimosso: come si difendono per primi i diritti e le libertà delle donne e di chi non ha mezzi né modi di proteggersi da solo? Ma soprattutto possiamo accettare che quel traguardo di civiltà rimanga confinato solamente a un pezzo di mondo? E ancora, con un’America che abdica al ruolo che aveva assolto per tutta la seconda metà del Novecento può esistere oggi una modalità, una forza, un ordine, in grado di colmare quel vuoto? Se assumiamo la democrazia come il primo dei valori da preservare (per inciso, siamo a un anno esatto dall’assalto a Capitol Hill e le parole del presidente Biden dovrebbero suonare come qualcosa più che un campanello d’allarme) allora la via dovrebbe essere rinegoziare il patto occidentale con l’America e costruire un ruolo per l’Europa nelle grandi crisi del mondo. Bisogna farlo anche pensando a ciò che l’Europa ha generato, l’occidente stesso potremmo dire: le città, la sfera del diritto, l’universo delle libertà, siamo un gigante di storia, cultura, architettura giuridica e istituzionale. Tutto vero, ma è altrettanto vero che la parabola di troppi drammi umani senza giustizia dovrebbe interrogarci su un punto, se ha un senso e una morale colmare il vuoto di adesso in termini di ruolo, peso politico e iniziativa: perché esattamente questa contraddizione tra le radici di ciò che siamo stati e l’impotenza di ora diventa il cuore del dopo e in fondo anche del destino di ciò che saremo.

 

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