Una lotta sempre più necessaria in un paese lacerato da una crisi pandemica che sta aumentando le disuguaglianze e accrescendo le nuove povertà, con un impatto ancor più profondo sulle donne e sui giovani. La Caritas ha spiegato che il volto della nuova povertà in Italia ha assunto i tratti di una donna sui quarant’anni, con due figli, che si rivolge alle loro mense o ai centri di ascolto per la prima volta per chiedere aiuto.

Secondo i dati Istat, dei 444mila occupati in meno registrati in Italia in tutto il 2020, il 70 per cento sono donne. Perché dalla crisi precedente hanno ereditato i contratti più precari e le condizioni occupazionali più fragili, e questo non deve più accadere.

Banca d’Italia stima che un aumento del tasso di occupazione femminile al 60 per cento farebbe salire il Pil di 7 punti percentuali. In Italia le ragazze sono quelle che si diplomano di più, eppure il tasso di occupazione femminile è fra i più bassi in Europa. Il divario salariale di genere segna ancora livelli inaccettabili.

La battaglia contro le diseguaglianze di genere deve quindi innervarsi nella sfida della ricostruzione del Paese su basi nuove e diverse. L’Unione europea ha messo in campo risorse straordinarie con il Next Generation Eu.  È fondamentale che il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sia scritto adottando trasversalmente una prospettiva di genere. Altrimenti si rischia, come denuncia la campagna Il Giusto Mezzo, che gli investimenti in settori come l’efficientamento energetico o le professioni digitali, in cui le donne sono meno occupate, aumentino i divari di genere anziché ridurli.

Per ogni progetto serve quindi una precisa valutazione dell’impatto sociale, economico e ambientale, ma anche di genere. Non basta annunciare questa trasversalità: vanno previsti strumenti per realizzarla e quantificarla attraverso obiettivi concreti e misurabili.

Tanti sono i fronti su cui intervenire. Dal supporto alla formazione di donne e ragazze in tutte le discipline, anche quelle STEM, al sostegno all’occupazione e all’imprenditorialità femminile. Ma c’è un versante in particolare su cui le nuove risorse europee possono fare la differenza: le infrastrutture sociali, i servizi educativi per l’infanzia e quelli dedicati alle persone non autosufficienti e con disabilità.

Oltre agli sforzi per migliorare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, bisogna infatti per una più equa distribuzione dei carichi di cura all’interno delle famiglie.

Facciamo un esempio concreto. Ci sono almeno tre ottime ragioni per un grande investimento sugli asili nido: perché partire prima rende più solidi i percorsi educativi e di socialità dei più piccoli, contrastando la povertà educativa e le diseguaglianze. Perché trasforma in lavoro retribuito e qualificato una parte del lavoro di cura attualmente non pagato. E perché questi servizi forniscono un importante supporto alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.

L’ultima bozza di Pnrr prevedeva nuove risorse per 2 miliardi di euro per aumentare gli asili nido, oltre agli 1,6 miliardi già previsti. Non basta. Perché oltre ai nuovi asili bisogna garantire che per funzionare abbiano adeguate risorse di spesa corrente (che non possono venire dai fondi Next Generation EU), attrezzando i bilanci ordinari.

La percentuale italiana di copertura dei posti resta, con grandi divari fra territori, ampiamente sotto il parametro del 33 per cento fissato dall’Ue. In Emilia-Romagna, la terra di Adriana Lodi che a questa sfida diede un contributo straordinario, nel 2020 abbiamo investito 30 milioni di euro sui servizi dedicati alla fascia 0-3 anni, con l’obiettivo di facilitare l’accesso, rendere sempre più capillare l’offerta e abbattere progressivamente i costi per le famiglie. 

Questo è quindi un giorno di lotta, che deve proseguire tutto l’anno. Cambiando le politiche, gli investimenti, ma anche la cultura e il linguaggio. La strada è in salita, se ci sono ancora donne di grande professionalità e talento che ancora non colgono l’importanza fondamentale di declinare le professioni al femminile, perché sia chiaro e visibile il ruolo che le donne hanno già nella società, specie quando raggiungono tra molti ostacoli posizioni di rilievo o di potere.

Per superare pregiudizi e stereotipi di genere, prevenire discriminazioni e violenze, è indispensabile un grande investimento nell’educazione alle differenze, sin dalle scuole e dalle pubbliche amministrazioni. Non per cancellarle, ma al contrario per metterle a valore, assicurando pari diritti e opportunità.

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