delle molte informazioni che sono disponibili sull’andamento della pandemia, non tutte sono utili e molte che invece lo sarebbero non vengo raccolte. Il problema non è solo nei criteri che si sono dati l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) e il ministero della Salute. Il problema è che in Italia manca una “cultura statistica” e quella un Paese non se la può dare in poco tempo. Soprattutto, è mancata la fantasia di ricorrere alla statistica in modo utile. Non perché manchino gli esperti – ne abbiamo di livello internazionale – o gli istituti pubblici o privati in grado di fornire dati, né perché manchino le risorse.

Finora, in tema di Covid-19, l’Istat ha fatto due studi sull’impatto economico della pandemia sulle imprese e un’indagine sierologica, organizzata con il ministero della Salute, che è stata un mezzo fiasco (delle 150 mila persone che dovevano rispondere, solo in 64.400 lo hanno fatto). Nient’altro.

Ora, ciò che si vuole qui sottolineare è che ci sono molte cose che non sappiamo di questa pandemia, e non solo sul piano epidemiologico, che pure sarebbe importante. Antonella Viola, direttrice scientifica dell’Istituto di ricerca pediatrica di Padova ha osservato che i dati resi disponibili dall’Iss «sono divisi per fasce d’età ma non distinguono chi va a scuola e chi no. Asl diverse hanno database che non comunicano e non permettono confronti. Poi non esiste una raccolta delle informazioni specifiche sulla popolazione scolastica».

L’istituzione del Sistema Statistico Nazionale (Sistan) in Italia ha portato da diversi anni a un coordinamento della raccolta dei dati, diretto dall’Istat con il coinvolgimento degli enti interessati. L’Istat ha la facoltà di «imporre», grazie alla legge che istituisce il Sistan, criteri statistici che devono affiancarsi ai fini amministrativi e interni.

Un esempio è quello dei dati sulle cause di morte per le quali è stata adottata una classificazione a fini statistici che le Asl e il personale medico sono tenute a rispettare nel compilare non solo i certificati di decesso ma anche la raccolta dati. Perché non sono stati dati all’Istat (o a chi per esso) poteri di demandare alle Asl una raccolta di dati circa il contagio con informazioni aggiuntive? Questo rilievo ha prima di tutto carattere epidemiologico ma anche sociale.

Nel caso della pandemia, le Asl comunicano se i contagiati rilevati dai tamponi vengono lasciati a casa o ricoverati in una qualche struttura ospedaliera (distinguendo tra asintomatici e sintomatici). Ma qualche informazione in più, raccolta alla fonte, sarebbe utile e non costerebbe molto.

Non sappiamo quasi nulla di chi sono coloro che vengono contagiati. Ne conosciamo l’età, il genere, il comune di residenza, ma non la loro professione, il loro luogo di lavoro, il loro status familiare e sociale. Le loro condizioni di salute, ma non le loro condizioni sociali. Sapere se chi viene contagiato è single o vive in famiglia numerosa, in quali ambienti, con quante stanze, in periferia o in centro, con quale mezzo di trasporto si muove, se vive in condizioni di povertà o di benessere, quale «stile di vita» segue.

Certo, più si vuole andare nel dettaglio, più la raccolta di informazioni può diventare onerosa. E poi, forse le Asl non sono autorizzate, anche se la facoltà di autorizzarle esisteva e avrebbe dovuto essere esercitata in questo caso.

Ecco che allora l’Istat potrebbe fare un’indagine a partire dai dati individuali raccolti dalle Asl sui contagiati, rilevando le Asl da questa responsabilità. Un’indagine campionaria può essere molto efficace, dal punto di vista statistico, se si dispone di un «universo» ampio (e il nostro lo è con più di un milione di casi), dove una «stratificazione» è possibile e l’estrazione è semplice. E, se non l’Istat, potrebbe farlo uno dei numerosi istituti di ricerca demoscopica che abbiamo in Italia (che per qualche ragione si occupano per lo più di rilevare opinioni). E un’indagine siffatta potrebbe essere svolta quasi «in tempo reale».

Gli indicatori di status sociale ci potrebbero guidare sia nella prevenzione del contagio che nella sua mappatura e, soprattutto, nel delineare interventi mirati di supporto. Ma la politica, lo sappiamo, è in altre faccende affaccendata. Fin dall’inizio della pandemia, il rapporto tra esigenze conoscitive e azione politica è stato difficile e l’eccezionalità degli eventi non ha che messo in luce tare profonde. Tra le quali, la mancanza di cultura statistica, appunto.

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